Rubriche
Lettere rubate •
La risata è la prova che essere umani significa non essere padroni di sé stessi
Alexandra Kohan scrive che avere la presunzione di far ridere o anche di dire una cosa polemica, e annunciarla, significa restare nel registro della volontarietà: si crede di sapere ciò che si dirà e di poterne quindi controllare gli effetti
5 SET 26

L’incontro amoroso, quando è inatteso – ma un incontro può essere atteso? –, al pari di una risata, ci disarma, nel senso che ci fa deporre sia le armi del disordine narcisistico, sia quelle della guerra dei sessi, la quale può allora trasformarsi in una commedia dei sessi. La risata, come l’amore, non si cerca, si trova. Forse è una specie di objet trouvé.
Alexandra Kohan, “Il senso dell’umorismo” (Castelvecchi, traduzione di Leonardo Arigone, 250 pp.)
Nemmeno i seguaci di Freud gli perdonano quello che in ultima istanza Freud ci ha insegnato: la cosa seria dell’essere umano è che è strutturato come una barzelletta. E questa barzelletta dell’esistenza umana produce altre barzellette, effetti comici, senso dell’umorismo. Alexandra Kohan, psicoanalista, docente e saggista argentina, che non sa se dirsi lacaniana e ha imparato a liberarsi dal cliché della psicoanalista, esamina e interroga la risata che perfora la realtà, in particolare la risata dell’altro, ancora più della nostra, che distende l’animo e rende possibile qualcosa. Quanto è imbarazzante quando qualcuno annuncia, magari a una cena: “Adesso dirò qualcosa di divertente”? “Ti racconto questa che ti faccio ridere”: invariabilmente, con questa premessa mi è già impossibile prepararmi alla risata. Alexandra Kohan scrive che avere questa presunzione, la presunzione di far ridere o anche di dire una cosa polemica, e annunciarla, significa restare nel registro della volontarietà: si crede di sapere ciò che si dirà e di poterne quindi controllare gli effetti. Avere questa presunzione significa restare nella presunzione di sapere qualcosa dell’altro, delle sue reazioni, nonché di sé stessi. Invece non possiamo mai sapere in anticipo ciò che diremo e come lo diremo. Qualcosa sfugge sempre al nostro dominio. Questo saggio è diviso in brevi capitoli (non manca quello intitolato: “Mi offendo”), e indaga il senso del ridere, ma anche il metodo di far ridere. Le battute necessitano di “economia”, cioè di risparmio di parole. Lo dice Polonio nell’Amleto: “Pertanto, poiché la concisione è l’anima dell’arguzia, e la prolissità le membra e gli ornamenti esteriori, io sarò breve”. Si dice quel che si ha da dire, a volte in poche, ma sempre sempre sempre in troppo poche parole: ci sono cose che vanno necessariamente rimosse dalla risata, altrimenti nessuno riderebbe. Il piacere del motto di spirito, del comico e dell’umorismo nasce insomma da un’economia del risparmio (e di eccesso di sottintesi).