Come animali, come uomini, come nelle favole e come nella realtà

Il romanzo di Violaine Bérot è una storia è piccola e grande al tempo stesso, misteriosa e semplice, come qualcosa che risuona da molte parti di quel che conosciamo e che ricordiamo, e veniamo a sapere di quel che forse è accaduto, e che accade (esiste la verità?) attraverso le voci degli abitanti della valle che portano la loro testimonianza

13 GIU 26
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Foto La Muova Frontiera editrice

Sì, ho sentito di quel signore che dice di aver instaurato un legame con loro da anni. Che dice che l’Orso – lo chiamano tutti così –, l’Orso lo aiutava a guarire i suoi animali. Ma io non ci credo. Penso piuttosto che quando vede arrivare le troupe televisive certa gente si monta la testa. Si inventa gli scoop per mettersi in bella mostra. Per parlare davanti a un microfono. Per comparire al telegiornale. No, mi creda, tutto questo non ha né capo né coda.
Violaine Bérot, “Come animali”
(La Nuova Frontiera, 128 pp.)
Come nelle favole, un villaggio sperduto nei Pirenei francesi. Una bambina che compare all’improvviso, un asino, e un ragazzo che potrebbe essere l’orco e che tutti chiamano l’Orso. Altissimo, gigantesco già a dieci anni in confronto alla madre, Mariette, che un giorno va a scuola a parlare con la maestra, e emana una forza silenziosa, corazzata, ascolta e dice solo “no” (i compagni di classe origliano eccitati) e dal giorno dopo l’Orso non va più a scuola, non si vede più, di lui si sente persino la mancanza anche se non parlava, andava lasciato solo al suo banco. “La cosa particolare era che se ci avvicinavamo, lui cominciava a ringhiare. Ringhiava come un cane – mi dispiace, è terribile dirlo in questo modo, ma era la sensazione che avevamo, come un cane. Ci avvicinavamo e lui ringhiava”. La storia è piccola e grande al tempo stesso, misteriosa e semplice, come qualcosa che risuona da molte parti di quel che conosciamo e che ricordiamo, e veniamo a sapere di quel che forse è accaduto, e che accade (esiste la verità?) attraverso le voci degli abitanti della valle che portano la loro testimonianza. Ma come nelle favole, come nelle tragedie greche, c’è anche un coro: il coro delle fate, che accompagna la tensione, la paura, la tenerezza. Può avere l’Orso cresciuto la bambina? Può essere stato buono con lei, lui che è così terribile, lui che ringhia, lui che non parla, lui che però, si dice, ha il potere di curare gli animali, di farli guarire? Ci sono troppe cose da scoprire in questo libro agile e dritto, tradotto da Camilla Diez, che pesca nella spaventosità dell’antico e nella realtà del presente. Nella ferocia della curiosità moderna, ma anche in quella del mondo ancestrale. “Ebbene, c’era quello che sicuramente avete visto anche voi quando siete saliti. Stracci, vestiti, coperte, qualche stoviglia. Anche un po’ di cibo, hanno detto. Insomma, tipo un accampamento. La prova che qualcuno era passato di là. O aveva fatto molto più che passarci. Ci aveva vissuto. I ragazzi hanno anche detto che c’erano due banchi, due banchi piccolissimi, da bambino. È la cosa che più li ha colpiti. Hanno detto che quella era la prova”. Una favola nera, un mondo che ha sete di prove.