di Annalena Benini
•
Trovare per tutto questo parole. La guerra in versi di Francesca Mannocchi
"Crescere, la guerra" è un libro di poesia: un componimento suddiviso in parti, con prologo ed epilogo, che trasforma in versi le voci degli altri e in luce le ferite di quelli che guarda
di
28 MAR 26

"E se un giorno mi chiederanno / “Che cosa hai visto?” / Io risponderò: / “Ho visto il volto dell’Altro, / e nel suo volto / ho riconosciuto il mio”.
Francesca Mannocchi, “Crescere, la guerra” (Einaudi)
Francesca Mannocchi trasforma in versi le voci degli altri, trasforma in luce le ferite di quelli che guarda. Bambini, ragazzine, uomini in esilio, donne velate, madri che piangono i figli, persone che ci interrogano sulla nostra non innocenza di spettatori. Siamo spettatori di guerre, ascoltiamo, guardiamo e leggiamo le parole degli altri, distogliamo lo sguardo oppure torniamo a casa piangenti, scriviamo da qualche parte “non riesco a smettere di pensarci”, applaudiamo, ed è fatta: ci siamo consolati, siamo salvi, siamo assolti. Mannocchi ci ricorda che non è fatta, che non siamo salvi, che non siamo innocenti. Lo fa in versi, con l’elegia del riconoscere le ferite e di trovare le parole per ogni cosa, per ogni pianto. Questi versi sono anche un reading teatrale, parole, musica e immagini girate nelle zone di guerra. Ma "Crescere, la guerra" è un libro di poesia: un componimento suddiviso in parti, con prologo ed epilogo.
"Ho guardato
E dopo aver guardato
ho capito
che non basta guardare per sapere.”
E non basta sapere che esiste Sednaya, in Siria, il mattatoio umano: bisogna averlo visto. Il vedere non è mai neutro, scrive Francesca Mannocchi. “Sui muri di Sednaya, ogni scritta è un testamento”.
Non basta leggere, bisogna sapere e vedere, indissolubilmente. Ma non basta lo stesso: bisogna conservare la memoria e sostenere lo sguardo. La poesia è un modo di farlo, di mantenere aperta la ferita e di accettarne la responsabilità.
“Quando l’assedio è finito
ho cercato la mia casa
ma ho trovato solo la soglia.
Una porta in piedi senza stanze intorno.
Sul muro era rimasto un tratto di matita,
la misura della mia altezza a dodici anni.
Mi sono detto:
Vedi, le rovine ricordano più degli uomini.”
Davanti a queste rovine penso a Caduto fuori dal tempo, di David Grossman. Per piangere la morte del figlio e per non smettere di piangerla, ha scelto i versi. Alla fine:
E’ solo che il cuore
mi si spezza,
tesoro mio,
al pensiero
che io…
che abbia potuto…
trovare
per tutto questo
parole.
Di più su questi argomenti:
Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.