Così cresce il Pink Football Il pallone delle ragazze è un nuovo mercato in cui investire

I n Olanda (regina d’Europa nel 2017) il 59 per cento della popolazione è interessata sia al calcio femminile che a quello maschile, negli Stati Uniti e in Cina hanno fatto registrare la percentuale maggiore di interesse per il solo movimento femminile (con il 13 e il 9 per cento). Ciò che agli estremi della Terra è da decenni considerata roba seria, dalle nostre parti solo adesso inizia a stuzzicare l’attenzione di chi abitualmente si nutre di sport. Dice: il livello non è certo quello degli uomini. Lo stesso, però, si potrebbe dire di qualunque altra disciplina. Allora meglio fare un rapporto con le colleghe americane, inglesi e francesi, reale benchmark per il pallone rosa in Italia. Solo così è possibile rendersi conto di quanto è ancora lunga la strada. L’Inter, a cui il quadro è ben noto, ha stanziato un budget mica da ridere su atlete e formazione e così ha di fatto dominato il campionato di B per raggiungere la vetta nazionale. Saranno mesi di test, nondimeno il target è uno soltanto: alzare l’asticella tecnica, varcare i confini congeniti al calcio italiano laddove il successo, anche in questo caso, passa dai risultati. Ditelo alla Juventus che con gli uomini va ogni stagione a caccia della Champions e con le donne intende presto fare lo stesso. “C’è chi ha iniziato in anticipo ed è più avanti, ma non per questo migliore di noi – conferma Braghin – Quando gli italiani fanno calcio possono accorciare il gap in fretta. Certo, in Germania si contano 300 mila tesserate, da noi appena 23 mila e perciò servono almeno 5-6 anni per ridurre il margine”. Essere tornati a giocare un Mondiale dopo vent’anni certamente aiuterà. Il vento è favorevole per sfoggiare tutto il potenziale di casa nostra e pure per approfittare dei budget Fifa, schizzati verso l’alto in maniera esponenziale. Per dare un’idea, tra premi di partecipazione e piazzamento, il montepremi record garantito da Zurigo ammonta a 50 milioni di euro (+233 per cento sul 2015), di cui 27 riservati ai piazzamenti, 10 a preparazione e amichevoli pre-torneo, 7,5 al Club Benefits Programme (revenue destinate ai club che prestano giocatrici alle Nazionali). Numeri che a Mbappé e Pogba darebbero appena un po’ di solletico, considerando i 34 milioni di euro che la sola selezione di Deschamps s’è portata via l’anno scorso dalla Russia. Budget imparagonabile ai 3.5 milioni stanziati per le ragazze che trionferanno in Francia. La forbice resta ampia. Ma è proprio in questa forbice che in futuro si giocherà la partita del business. Che non mette di fronte avversari, casomai promuove alleanze e collaborazioni. Un albero dalle infinite ramificazioni. Una di queste porta ai “unbundling women’s football rights”, ovverosia tutti i vantaggi derivati dalla sottoscrizione di accordi (commerciali e di sponsorizzazione) separati per le diverse selezioni all’interno di una società. Esempi: Barcellona e Stanley, Juventus e M&M’s, Liverpool e Avon, Atletico Madrid e HerbaLife. Poi le leghe: LaLiga Femenina e Iberdrola, Frauen-Bundesliga e Flyeralarm, FA Women’s Super League e Barclays. La Serie A, dopo il fallimento del precedente title sponsor Dolci Sapori, rivelerà presto il suo futuro partner finanziario. Una detonazione commerciale che risponde pazientemente ai tanti perché. “All’estero hanno studiato la Juve e già quest’anno sono arrivate diverse richieste di sponsorizzazione – dice Braghin – Ora siamo credibili, possiamo pensare in grande. Sono tante le aziende che prima non si sentivano a proprio agio e che adesso hanno trovato nel femminile un’occasione per inserirsi”. Andamento frenetico. Somiglia molto a una gara a cui tutti vogliono prendere parte e guai se resti tagliato fuori. Così è per il Milan, la Roma, l’Inter. Il club nerazzurro, seppur ancora in una fase preliminare, è tra i più attivi quanto a idee e strategie di marketing mirate a scolpire i contorni del progetto rosa. Le prospettive assumono dimensioni iperboliche per un brand di tale portata. Le stesse entro le quali hanno navigato Barclays (accordo triennale da 13 milioni di dollari con la prima divisione inglese), VISA (per i prossimi sette anni sponsor degli eventi femminili Uefa come Mastercard lo è per quelli maschili), Adidas (impegnata a garantire alla Nazionale femminile campione del mondo gli stessi bonus offerti in passato agli uomini), Orange (sponsor del Mondiale femminile), Nike (partner per tre anni di UEFA e sponsor della manifestazione con la campagna #WePlayStrong). La lista è lunga. Tra le tante iniziative, Nike ha lavorato con Inter sulla prima campagna in Italia che ha messo insieme calciatori e calciatrici. In questo modo si creano nuovi scenari per gli sponsor, fortemente interessati ad abbattere gli stereotipi sociali. Per questo sentiremo sempre più spesso parlare di one football e uguaglianza di genere. Passaggio fondamentale per mutare la percezione nell’immaginario collettivo degli appassionati. Condicio sine qua non perché pure le nostre giocatrici possano evolvere in brand. Il Lione in Francia investe circa 5 milioni di euro l’anno sul calcio femminile, vince la Champions da quattro stagioni, ha in casa il Pallone d’Oro Ada Hegerberg, la calciatrice più pagata al mondo (400 mila euro annui) assente al Mondiale per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle differenze salariali tra uomini e donne nel football (Messi guadagna 87 milioni lordi). Specchio, questo, di un movimento in espansione ma ancora distante dal calcio maschile. Marchi, società, investimenti e sinergie hanno i connotati per stravolgere le gerarchie. Serve tempo.
Alessandro Rimi