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Contro Mastro Ciliegia •
Perché due metri in più (forse) del Monte Bianco diventano un atto di fiducia nella natura
Secondo l’ultima misurazione la montagna è diventata più alta: la vetta è cresciuta di 1,88 metri rispetto al 2023, e il motivo è del tutto naturale
16 OTT 26

Sempre più in alto!, come diceva il re dell’ottimismo Mike Bongiorno nella celebre réclame della grappa. Iniziò dal suo adorato Cervino, e arrivò alla terza stagione in cima al Monte Bianco. E qui anche noi ci fermiamo. O meglio ci muoviamo: eppur si muove. Ecco la notizia che nessuno si fa scappare e che tutti vogliono condividere: secondo l’ultima misurazione il Monte Bianco è diventato più alto. Ma che davvero?, diranno subito i miei piccoli lettori (semicit.). Può essere che una montagna cresca come un albero, o che vada in gita da Maometto? La notizia è di quelle cosiddette curiose, cronaca bianca (ops!) ma che curiose non sarebbero: la vetta è cresciuta di 1,88 metri rispetto al 2023, e il motivo è del tutto naturale. Tenere giusta la tacca della crescita è un lavoro da esperti, affidato all’Union Nationale des Géomètres-Experts e all’Ordre des Géomètres-Experts (specialisti francesi, cari i sovranisti) che usano droni e tecnologie satellitari. E il senso delle variazioni è presto detto: la cima rocciosa è di 4.792 metri, ma la sommità visibile oggetto di misurazione è quella innevata. E dipende dall’accumulo nevoso, dal vento che ne erode il manto, dalle temperature che determinano un parziale scioglimento in estate. Dunque incide anche il cambiamento climatico, con buona pace dell’eurodeputata sorella d’Italia Elena Donazzan, che ha provato la battuta: “Il Monte Bianco cresce e gli ambientalisti tacciono”. Comunque il Monte Bianco è cresciuto, “quasi due metri”, secondo i titoli. Però anche no, secondo certi altri: “Il Monte Bianco si è abbassato di un metro”. Perché se la cima misurata ora è aumentata rispetto al 2023, secondo diversi conti è però diminuita di 1,29 metri rispetto al 2025.
Siccome non siamo geologi col martello, qui ci fermiamo. E ci limitiamo a contemplare come fossimo in cima alle Grandes Jorasses un panorama fitto di simboli, che sono poi la cosa più interessante. Da dove nasce, tutta questa curiosità per l’altezza variabile della montagna più alta delle Alpi? (E sarà poi una cima italiana, oppure francese? C’è un contenzioso ad alto potenziale diplomatico che dura da oltre cent’anni). L’interesse nasce da un picco di ipersensibilità ambientale, che poi è lo stesso, ribaltato, che ha indotto alla banale gaffe la dolomitica (del Brenta) Elena Donazzan. Ogni anno, ogni estate, restiamo sgomenti per le notizie di montagne che crollano, prove generali di apocalissi climatiche.
Solo quest’anno è precipitato un gran pezzo della Tofana di Dentro, sopra Cortina d’Ampezzo, e si sono staccate schegge di granito dal Cervino, “lo scoglio più nobile d’Europa” secondo John Ruskin. Ma anche sul Monte Bianco in luglio ci sono stati crolli paurosi sulla Aiguille des Grands Charmoz. Degrado del permafrost e ondate di calore, questo è. O almeno dovrebbe essere, ma sappiamo che le rocce che si frantumano e le ére geologiche sono come le navi in fiamme alle porte di Orione, cose che voi umani. Per questo la notizia che una montagna possa diventare un po’ più alta diventa una sorta di atto di fiducia nella natura, la smentita della catastrofe, una piccola festa. Del resto Jean des Garets, capo delle misurazioni del Monte Bianco, ha spiegato che la tendenza al riscaldamento è visibile a occhio nudo, ma ha aggiunto: “Per il momento, il cambiamento climatico non sembra avere lo stesso impatto al di sopra dei 4.000 metri”. Possiamo crescere ancora.