Invito a una fucilazione

Per la prima volta dal 1961 gli Stati Uniti tornano al plotone d’esecuzione. Pensavamo di essercelo lasciato dietro le spalle, almeno questo. O più semplicemente, un po’ più ipocritamente, pensavamo non fosse più vero, dalla nostra parte del mondo   

7 OTT 26
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(Foto Getty)

Non saremo mai abbastanza grati ai titolisti della Biennale di Venezia che vollero battezzare “May You Live in Interesting Times” l’edizione del 2019. Un quarto d’ora dopo venne il Covid. I messaggi escatologici portano sempre con sé qualcosa di tremendo. Certo che allora, solo pochi anni fa, non avremmo immaginato di vivere tempi talmente interessanti da non saperci decidere tra spavento e raccapriccio davanti alla notizia di una donna giustiziata due volte, iniezione letale, e sopravvissuta due volte fino a costringere i suoi boia a curarla. Ma come potremo definire interessante il tempo in cui, sempre dagli Stati Uniti, magnifica Land of Opportunity, arriva la notizia che per la prima volta dal 1961 un uomo, un soldato, sarà fucilato? Fucilato, sì. Da un plotone d’esecuzione. L’uomo, Nidel Hasan si chiama, non è né innocente né santo: uccise 13 soldati dentro a un ospedale, la “strage di Fort Hood”. Ma pensavamo di essercelo lasciato dietro le spalle, almeno questo. O più semplicemente, un po’ più ipocritamente, pensavamo non fosse più vero, dalla nostra parte del mondo. Invito a una decapitazione, si intitolava un gran libro di Nabokov. Lo leggevamo immaginandolo in un passato distopico. Molti anni dopo, di fronte a un plotone d’esecuzione, invece ci siamo noi.