Com'è che la Bindi è peggio di Bannon, ma resta dov'è?

L’ineffabile presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, coglie l’occasione dell’audizione del procuratore della Figc, Giuseppe Pecoraro, per ribadire la sua visione del mondo
6 APR 17
Ultimo aggiornamento: 17:22 | 13 AGO 20
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Nel giorno in cui persino The Donald defenestra il suo fidato Stephen Bannon, l’uomo che non ha bisogno di sussurrare perché grida piuttosto forte e la sua voce spaventa, di riffa o di raffa, mezzo pianeta, e lo toglie dal Consiglio per la Sicurezza nazionale. Nel giorno in cui Matteo Renzi smentisce di aver detto a Panorama “Se perdo stavolta me ne vado davvero”, ma Panorama conferma, e chi vivrà vedrà. In un giorno così, per capirci, c’è una sola figura di rilievo istituzionale, forse dire internazionale è troppo, ma nazionale invece sì, che non fa nemmeno finta, proprio non ci prova neanche, a fare un passo indietro, o di lato, o almeno in fallo laterale. E’ l’ineffabile presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, che coglie l’occasione dell’audizione del procuratore della Figc, Giuseppe Pecoraro, a Palazzo San Macuto, per ribadire la sua visione del mondo, e forse del calcio: “In Italia le mafie arrivano persino alla Juventus e questo è chiaro”. Nonostante debba ammettere che, in quella famosa intercettazione, “non si sta parlando del presidente della Juventus Agnelli”. E va bene tutto, va bene la cultura del sospetto; va bene che noi, stavolta, non c’entriamo. Ma perché la Bindi debba dire queste cose, e rimanere dov’è, è un mistero. Poi dite che il pericoloso estremista era Bannon.