La lezione contro la democrazia di Papa Leone XIV

Se la logica tentenna, la giurisprudenza risponde di sì. Prevost ha votato alle midterm americane, ma se il giorno delle elezioni il suo voto è uguale a quello altrui, per i restanti trecentosessantaquattro il suo peso politico è ben diverso  

2 NOV 26
Ultimo aggiornamento: 16:24
Immagine di La lezione contro la democrazia di Papa Leone XIV

(Foto Getty)

Nell’“Epistola sulla tolleranza”, ed era il 1689, John Locke ammoniva che un buon cittadino di una qualsiasi nazione non potesse essere al contempo cattolico: in quanto tale, infatti, sarebbe stato suddito anche del capo di uno Stato straniero, il Papa, e ciò avrebbe contraddetto la fedeltà al proprio sovrano e alla patria in cui viveva. Leone XIV, versato nella teoria dei giochi e quindi appassionato di arte combinatoria, si è divertito a invertire i termini della questione: un Papa, che è altresì cittadino di uno Stato diverso da quello di cui è stato eletto capo, ha diritto di votare nella nazione d’origine? Se la logica tentenna, la giurisprudenza risponde di sì, e difatti il cittadino Prevost, che per la legge americana si limita a svolgere un oneroso hobby oltreconfine, ha regolarmente votato per posta alle elezioni di mid-term. Più che interrogarsi su dove mai avrà apposto la fatale crocetta, magari è il caso di concentrarsi su quella lieve contraddizione che ci ha fatti esitare. La democrazia prevede infatti che tutti i cittadini abbiano eguale diritto al voto, con l’esclusione di alcune categorie (i minori, i condannati, ma non certo i pontefici) a scopo cautelativo o punitivo, poiché tutti insieme costituiscono la forza in grado di indirizzare la politica del governo e, nel caso degli Stati Uniti, le sorti del mondo in senso lato.
La logica, anzi la ragionevolezza, riconosce invece che il Papa può sulle sorti del mondo e sulla politica del governo molto più di quanto possa forse la somma di tutti gli altri cittadini americani: basta una buona parola, una saggia moral suasion, una rispostaccia ben assestata alle mattane del presidente di turno. Se il giorno delle elezioni il suo voto risulta uguale a quello altrui, ossia di per sé ininfluente, per i restanti trecentosessantaquattro giorni dell’anno la sua capacità politica, il suo influsso sociale e la sua dirittura morale (senza scomodare lo Spirito Santo) gli conferiscono un peso superiore a qualsiasi forza storica delle masse di elettori. Delle centinaia di milioni di americani chiamati al voto come il Papa, credo nessuno si senta in cuor proprio competente o decisivo quanto lui; la sua partecipazione al voto, la parcellizzazione del suo volere in un marasma di opinioni contrastanti e impotenti, è dunque di natura simbolica se non meramente rituale o ludica. Il Papa che vota alle elezioni di mid-term è una grande lezione di democrazia; intendo una lezione contro la democrazia, una lezione sui difetti più paradossali che non la fanno funzionare più.