Rubriche
BANDIERA BIANCA •
Fieri della propria pelle, ovvero dell’ovvietà di essere
Una pubblicità cosmetica trasforma la cura della pelle in una dichiarazione d’orgoglio. Ma al di là dello splendore e dell’assenza di bubboni, il messaggio nasconde una verità più profonda: essere fieri della propria pelle significa vantarsi del banalissimo fatto di esistere

(Foto Getty)
La réclame di non so quale cosmetico fa apparire una giovane signora che volteggia dichiarandosi fiera della propria pelle. Va specificato che la testimonial in questione è probabilmente famosa, per chi guarda la tv generalista e non l’accende per sbaglio come capita a me prima di guardare una serie o una partita; e che detta signora è della pigmentazione più ordinaria alle nostre latitudini, ragion per cui la dichiarazione di orgoglio cutaneo non può essere interpretata come giusta rivendicazione sociale di una minoranza. Cosa rende, dunque, un qualsiasi essere umano fiero della propria pelle? L’uniformità, presumo, lo splendore e l’assenza di bubboni, immagino, risultati non impossibili a conseguirsi – fatta salva la qualità del cosmetico – in un Occidente che solo nello specchietto retrovisore contempla ormai la pellagra e la lebbra, la rogna secca e la rogna purulenta, l’itterizia e la peste. Andare fieri della propria pelle, al punto da mettersi a volteggiare davanti a una telecamera, ha a mio avviso un senso più profondo, la cui profondità giace anzi proprio nel fatto che la pelle sia superficiale per definizione (“Ne ho su tutto il corpo”, diceva Diane Keaton a Woody Allen): significa infatti andare fieri di avere un’area perimetrale, che ci individui e distingua dal resto del mondo; significa voler vantarsi di qualcosa di cui tutti dispongono e senza la quale non esisteremmo; significa essere orgogliosi del banalissimo fatto di essere. Del resto, sotto la propria pelle, ciascuna persona è piena di sé.