Il pubblico, quando non capisce, si disamora. Il caso Digger

L'ultimo film di Iñárritu è ambientalista, capitalista, distopico e utopistico. Troppo complicato per un pubblico che al cinema cerca soprattutto conferme alle proprie convinzioni. Se Cruise si fosse travestito da soldato israeliano cattivo, forse avrebbe già l’Oscar in tasca

9 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 13:12
Immagine di Il pubblico, quando non capisce, si disamora. Il caso Digger

(Foto Getty)

Alla fine il successo è sempre questione di riconoscibilità. Proprio per questo motivo “Digger”, il gran film di Iñárritu  con Tom Cruise truccato da vecchio petroliere, sta ottenendo così pochi guadagni al botteghino: il pubblico non riconosce l’attore protagonista nel sembiante da figaccione fossilizzato nell’immaginario collettivo e, soprattutto, non riconosce la tesi sottesa alla pellicola. È un film ambientalista? Parrebbe di sì, visto che preconizza un futuro post-apocalisse climatica. È un film capitalista? Parrebbe di sì, visto lo strepitoso monologo del petroliere sul costo ambientale della libertà. È un film distopico? Parrebbe di sì, visto che è ambientato in un futuro che non ci auguriamo. È un film utopistico? Anche, visto che descrive una società capace di ridere delle tragedie passate e in cui il genere umano, di riffa o di raffa, si riorganizza e va serenamente a teatro.
Il pubblico, quando non capisce, si disamora; è inutile sperare che gente con una soglia dell’attenzione sui cinque minuti sia in grado di cogliere le sottigliezze di un film di due ore, oppure di accettare che i problemi complessi non esigano risposte univoche. Molto meglio andare al cinema per vedere un film che dichiara chiaramente da che parte sta e consente al pubblico di sentirsi da quella giusta. Dispiace per Tom Cruise e per tutta la fatica che deve aver fatto per truccarsi da petroliere ottuagenario; se si fosse truccato da soldato israeliano cattivo, avrebbe avuto l’Oscar assicurato.