La storia poco credibile di Jason Arday, il docente podista

Il primo professore nero nella storia di Cambridge vanta dei primati atletici decisamente poco credibili. Le reazioni, come sempre, sono opposte. A chi dare ragione?

4 AGO 26
Ultimo aggiornamento: 14:35
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Foto ANSA

Quante maratone può correre in un mese un professore universitario? A Cambridge una rilevante questione accademica sembra essere diventata di natura anzitutto atletica, dopo che il primo docente nero dell’ateneo, Jason Arday, ha raccontato di averne corse trenta in trentacinque giorni, per complessivi milleduecento chilometri; distanza che certi suoi colleghi avrebbero faticato a coprire finanche in automobile. Il fatto è che la nomina di Arday a professore di sociologia sembra aver causato malumori negli ambienti più conservatori dell’ateneo e non solo, con conseguenti accuse di plagio – suffragate dal confronto con la tesi dottorale di un’alunna – e invio di pallottole, banane e addirittura una testa di porco all’interessato, il quale non ha tuttavia fornito prove fotografiche delle minacce. A buon diritto orgoglioso dei propri traguardi, si è invece difeso costruendo una sofisticata mitologia di sé stesso, culminante nel dimostrarsi, oltre che luminare, anche podista, vantando la straordinaria performance che mi fa indolenzire i muscoli soltanto a leggerla e che lo renderebbe uno dei più grandi atleti sulla faccia della terra.
Abbiamo dunque due schieramenti: quello sterilmente conservatore, secondo cui Arday è un millantatore e un profittatore, reo di avere costruito il proprio successo su performance accademiche e atletiche poco credibili; quello ottusamente progressista, secondo cui Arday è vittima di una campagna razzista, benché dotato di capacità straordinarie che lo rendono un mirabile incrocio fra Max Weber e Gelindo Bordin. Una volta tanto, nonostante l’apparente contraddizione, è possibile dare ragione a entrambi gli opposti. Siamo ossessionati dalle performance, al punto da falsificare i nostri risultati con disinvolto spregio della verosimiglianza, pur di spiccare e ottenere riconoscimento. E siamo anche razzisti, certo – le due cose non si escludono.