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Il disastro del Titanic? Un'esperienza da vivere in "realità" virtuale
Un refuso apparso in alcuni manifesti pubblicitari dice qualcosa di noi e del tempo in cui viviamo immersi non più nella realtà concreta, ma in una condizione illusoria che creiamo per noi stessi e condividiamo con gli altri prendendola tutti per vera

Foto ANSA
Chi ha l’occhio allenato non avrà potuto fare a meno di notare che, da qualche settimana, in giro per Milano sono apparsi manifesti pubblicitari che esortano a vivere l’esperienza del Titanic in realità virtuale. Le parole hanno sempre un senso, anche quando è sbagliato, perciò conviene interrogarsi su quel refuso chiedendosi anzitutto se sia davvero un refuso. Utilizzato in campo giuridico, matematico e filosofico, il termine realità descrive in astratto la condizione dell’essere reale, a differenza della realtà, che indica ciò che in concreto è reale e ci circonda. Perfino Guicciardini, apprendo dalla Treccani, con realità indicava la simulazione di chi cerca un vantaggio per sé e finisce per arrecarlo, volente o nolente, anche agli altri.
Lo so, lo so che agli estensori del manifesto, con ogni probabilità, è soltanto scappata una i di troppo, forse perché il proto era distratto, forse perché, anziché leggere Guicciardini, hanno usato male un qualche traduttore automatico dall’inglese virtual reality. Eppure, lasciandomi il manifesto alle spalle, mi sono cullato nel pensiero che avessero voluto dirci qualcosa di noi e del tempo in cui viviamo immersi non più nella realtà concreta, bensì in una realità astratta e campata in aria, una condizione illusoria che creiamo per noi stessi e condividiamo con gli altri prendendola tutti per vera: quella in cui, ad esempio, l’esperienza del Titanic è qualcosa da vivere, anziché da evitare come la morte per annegamento.