di Antonio Gurrado
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L'affaire-Rocchi e la tragicomica epopea della moviola
Lo Bello sosteneva che grazie alla moviola in campo la verità potesse essere rivelata in modo irrefragabile, invece Pizzul riteneva che non se ne celasse alcuna: d’altronde, se la verità non esiste, è impossibile manipolarla
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27 APR 26
Ultimo aggiornamento: 02:12 PM

Foto Ansa
L’inchiesta sui presunti favori all’Inter e sui responsi manipolati del Var affonda le radici ai tempi di Helenio Herrera e costituisce l’ennesima contorta conseguenza dell’intuizione dell’incolpevole Heron Vitaletti; questo geniale tecnico Rai, nell’ottobre del 1967, ritenne opportuno controllare se un tiro di Rivera durante un derby fosse rimbalzato di qua o di là dalla linea di porta. Scomponendo fotogramma per fotogramma le immagini insieme a Carlo Sassi, Vitaletti notò che al rimbalzo della palla si sollevava uno sbuffo di polvere bianca, prova inconfutabile che la palla si era fermata sulla linea: non era goal, anche se era stato assegnato dall’arbitro, il signor D’Agostini della sezione di Roma. Prese da lì le mosse l’epopea tragicomica della moviola, che nelle sue diramazioni si è estesa fino a questo confuso affaire-Rocchi: non tanto l’idea che il designatore arbitrale possa bussare alle finestre oscurate della sala Var per indirizzare i responsi, quanto il ben più grave assunto che i nostri sensi, sottoposti alla visione reiterata e potenziata di ogni singola azione, possano arrivare alla conoscenza oggettiva di una partita.
Non a caso Beppe Viola (in una pagina confluita in “Sportivo sarà lei”, Quodlibet) raccontava come, mentre Concetto Lo Bello era sin dagli anni Settanta favorevole a ciò che allora si chiamava “moviola in campo”, Bruno Pizzul fosse invece sempre reticente nell’esporsi coi giudizi televisivi, al punto che, mostrando le azioni al ralenti, si asteneva da ogni commento lasciando che ogni tifoso fabbricasse da sé le proprie convinzioni, isolato sul proprio divano. La differenza, secondo me, sta tutta qui. Lo Bello, che era un arbitro celeberrimo quale poi è stato Rocchi, si poneva nei confronti della partita come giudice, perciò sottintendeva che esistesse una verità del calcio e che, confortati dal supporto tecnico, la si potesse rivelare irrefragabilmente; ciò rende quella dell’arbitro l’ultima parola, nonostante che la sua prospettiva, foss’anche corroborata da riprese da ogni angolatura, sia da sempre fondata su un’interpretazione come quella di qualsiasi altro osservatore. Pizzul, giornalista buono e saggio, si poneva da testimone e riteneva che il calcio fosse alfine misterioso: lo raccontava sapendolo fenomeno sostanzialmente incomprensibile e inafferrabile, che transitava davanti ai nostri occhi col suo carico di ombre e ambiguità, ma anche di meraviglia e di sorprese (belle o brutte); considerava che nel calcio non si celasse chissà quale verità, pertanto lo stesso goal poteva essere regolare secondo un tifoso e irregolare secondo un tifoso avverso, ed entrambi avevano ragione. D’altronde, se la verità non esiste, è impossibile manipolarla.
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