Le derive di un’Italia che si consegna alla gogna anche sul calcio

Dalla moda all’urbanistica fino al pallone: che differenza c’è tra una caccia alle streghe e una pistola fumante? L’indagine sul caso Rocchi, i punti che non tornano e l’orrore di consegnare lo stato di diritto al tribunale del popolo


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27 APR 26
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Gianluca Rocchi, designatore degli arbitri di calcio di serie A e B. ANSA/BASILIETTI

Ciccia o fuffa? Sospetti o prove? Fango o vergogna? Un sistema giudiziario fuori controllo, non soddisfatto delle ripetute esondazioni su ogni terreno dello scibile umano, dopo aver provato a esercitare i suoi pieni poteri per avere l’ultima parola su una serie interminabile di dossier che dovrebbero essere a uso esclusivo della politica, ha scelto di investire forte su una nuova appassionante frontiera, attraverso la quale negli ultimi giorni ha dato voce a una corrente di pensiero, che fa spesso capolino nei migliori e peggiori bar sport, secondo la quale il calcio italiano è viziato da decisioni arbitrali frutto di azioni che nascono da disegni criminali. La procura di Milano, negli ultimi mesi, puntando più sulla cultura del sospetto che sulla cultura delle prove, ha già tentato di esercitare il suo potere di supplenza su un numero impressionante di materie. Nell’urbanistica, il codice penale è stato utilizzato come surrogato del piano regolatore ideale (non solo su San Siro). 
Nel lavoro, attraverso amministrazioni giudiziarie e controlli sulle filiere, la procura di Milano ha arrogato a sé competenze che non dovrebbero uscire dal perimetro della politica industriale (interventi nelle filiere della moda e grandi gruppi di logistica). Sullo stadio, la procura ha scelto di muoversi con lo spirito di chi, più che voler far rispettare le regole, sembra voler far rispettare il proprio codice morale. Sulle banche, attraverso un’indagine su un “concerto” giuridicamente ancora da dimostrare, ha influenzato in modo forse decisivo una battaglia finanziaria come quella sul futuro di Mps. Non soddisfatta di tutto questo, la procura di Milano ha scelto di concentrarsi sul calcio italiano portando avanti un’accusa grave, clamorosa, sulla quale c’è da sperare, per la stessa procura, che vi sia qualche elemento in più rispetto a quello che abbiamo letto fino a oggi (e non possiamo non pensare che oltre al fumo ci sarà l’arrosto perché è impensabile che un pubblico ministero possa aprire un’indagine sulla base di accuse così fragili: abbiamo fiducia nel fatto che la magistratura, pur apparendo esondante, sia più solida rispetto a come si presenta).
La storia è questa. L’accusa per l’arbitro Gianluca Rocchi è concorso in frode sportiva. Secondo la procura di Milano, Rocchi, capo dei designatori arbitrali, avrebbe orientato alcune designazioni scegliendo direttori di gara ritenuti “graditi” all’Inter e avrebbe interferito con la sala Var, in particolare su Udinese-Parma. Gli episodi citati riguardano anche Bologna-Inter e Inter-Milan di Coppa Italia. Il primo elemento che non torna dell’inchiesta riguarda al momento il materiale probatorio. La frode sportiva non coincide con una designazione discutibile o con una violazione del protocollo Var: senza prova di denaro, utilità o vantaggi concreti finalizzati ad alterare la competizione, non c’è frode ma, al massimo, cattiva gestione o responsabilità disciplinare. C’è da augurarsi che la procura abbia qualcosa di diverso dalle semplici suggestioni, che può permettersi un Saviano su Instagram, non un procuratore della Repubblica. Il secondo punto riguarda il collegamento con le partite in questione. Secondo i pm, l’Inter sarebbe stata favorita da agevolazioni arbitrali. La prima agevolazione sotto accusa riguarda la scelta di far arbitrare una semifinale di Coppa Italia a un arbitro non gradito (Doveri).
Tesi: sarebbe stato scelto per evitare all’Inter di ritrovarselo in finale e nel prosieguo del campionato. Non solo non si è manifestato il movente contestato (l’Inter ritroverà pochi giorni dopo in campionato lo stesso arbitro), ma nella partita sotto accusa l’Inter perderà (3-0 contro il Milan, 23 aprile 2025). E immaginare che possa essere fatto un favore a una squadra mettendo in semifinale un arbitro non gradito, come se la semifinale fosse una partita dall’esito scontato, è una tesi che avrebbe fatto fatica a essere considerata solida anche a un processo di Biscardi (anche “arbitro gradito” è formula suggestiva ma giuridicamente evanescente, se non si dimostra il passaggio dall’opportunità tecnica all’atto fraudolento). La seconda partita sotto accusa è Bologna-Inter (20 aprile 2025): partita che l’Inter ha perso a seguito di un gol arrivato da una rimessa laterale battuta dieci metri più avanti rispetto a dove sarebbe stata fatta battere (in quella partita secondo i pm l’Inter avrebbe ricevuto una designazione amica). Non sappiamo come l’indagine andrà avanti (ovviamente una frode sportiva legata all’eventuale tentativo di condizionare una gara si può considerare tale anche senza l’avvenuto condizionamento di quella gara, ma per dimostrarlo occorrerà a maggior ragione avere prove concrete e non sospetti astratti), è possibile che emerga qualche elemento che possa certificare il sistema fuori controllo con cui si muove la classe dirigente arbitrale. Ma nell’attesa di avere più elementi per orientarsi nell’indagine non si può non notare che ogni tentativo di trasformare un sospetto in sentenza, ogni allusione nella conferma di una prova teoria è il contrario dello stato di diritto ed è simile a un piccolo stato di barbarie. E vedere cavalcare un’inchiesta, proponendo commissariamenti, rivoluzioni, epurazioni da parte di un governo che fino a qualche mese fa aveva offerto qualche piccola timida lezione di garantismo è una spia di un dramma italiano che l’indagine sul calcio non fa altro che illuminare: una classe dirigente che di fronte alla scelta se farsi guidare dalla repubblica dei pm o se porre dei limiti a quella repubblica sceglie di consegnarsi a un’Italia becera fondata sempre meno sulle garanzie e sempre più sulla gogna.
Non sappiamo se l’inchiesta offrirà altri elementi, vere pistole fumanti, e non solo accuse vaghe, vuote e allusive, buone per un bar sport (purtroppo l’Inter, al momento mascariata dall’inchiesta su Rocchi, negli anni ha fatto poco per combattere la cultura giustizialista nel calcio, avallando senza battere ciglio molte delle farse di Calciopoli, accettando di vedersi assegnati nel passato scudetti che avrebbe dovuto fermamente rifiutare, come scritto più volte ai tempi da questo giornale). Quello che però dovrebbe far riflettere l’opinione pubblica, a prescindere dalle simpatie sportive, è se nel nostro paese vi siano o no anticorpi sufficienti per evitare che la cultura del sospetto prevalga sulla cultura delle prove, per evitare che i teoremi contino più dei fatti, per evitare che un’indagine diventi uno strumento utile per le tifoserie di mostrare le proprie tesi, per evitare che si trasformi in colpevole fino a prova contraria ogni indagato che dovrebbe essere considerato innocente fino a sentenza definitiva e per evitare che, dopo l’urbanistica, l’immigrazione, il lavoro, l’ambiente, l’industria e la finanza, anche il calcio debba fare i conti con una giustizia in cui le esondazioni spesso non hanno freni, in cui ciò che compare nel processo mediatico vale più di ciò che compare in un’aula di tribunale e in cui si accetta che il rispetto dello stato di diritto venga affidato, pro tempore, alla dittatura dolce del tribunale del popolo.