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di Antonio Gurrado

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Restiamo scimmie per non smettere di essere umani. L'insegnamento di Desmond Morris

Finché rimaniamo animali che fanno cose con quel che trovano, non c’è progresso scientifico che possa debellare la nostra umanità. I guai arriveranno quando non vorremo più avere un corpo. Il pensiero dell'autore de “La scimmia nuda”

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21 APR 26
Ultimo aggiornamento: 02:43 PM
Immagine di Restiamo scimmie per non smettere di essere umani. L'insegnamento di Desmond Morris

Desmond Morris con lo scimpanzé Congo (foto di: Desmond Morris Collection/Universal Images Group via Getty Images)

Anche una scimmia spaziale prima o poi deve fare pipì, scriveva Desmond Morris nel classicissimo saggio per cui tutti lo ricordano oggi, “La scimmia nuda”. Se ci sforziamo di vedere oltre la sterile polemica sul darwinismo e il giulivo balletto di Gabbani a Sanremo, non c’è nulla di offensivo in questa considerazione; la trovo, anzi, nobilitante. Benché non lo citi espressamente in bibliografia, nutro l’impressione che Morris (che scriveva nel 1967) avesse in mente il preoccupante distico con cui Raymond Queneau sintetizzava l’intera storia umana nella Piccola cosmogonia portatile (del 1950): “La scimmia senza forzo diventò l’uomo / che un po’ più tardi disgregò l’atomo”. Dopo di che, Queneau faceva confluire l’intera storia naturale nello sviluppo delle macchine, incluse quelle che lasciavano presagire la successiva smania spaziale (il primo sputnik è del 1957).
Rimarcando invece l’ineluttabile animalità del mingere anche nel caso di quel particolare tipo di scimmia ammodernata che fa l’astronauta e galleggia attorno alla Terra, Morris non stava operando un paragone svilente, bensì un’orgogliosa rivendicazione: fino a che noi restiamo scimmie, animali, creature fisiologiche, corporee e immanenti, non c’è progresso scientifico che possa debellare la nostra umanità. Non a caso l’anno seguente, nel 1968, Stanley Kubrick partorì “2001: Odissea nello spazio”, col celebre incipit dell’osso lanciato dal primate che diventa navicella spaziale. Finché restiamo animali che fanno cose con quel che trovano, la tecnologia sarà soltanto uno strumento per arrangiarci – che si tratti del bastone, degli occhiali, del razzo missile o dell’intelligenza artificiale. I guai arriveranno quando non vorremo più essere degli umani con un corpo: sarà allora che le macchine avranno vinto.

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