di Antonio Gurrado
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I macchiaioli e gli ideali traditi del Risorgimento
Protagonisti della seconda metà del diciottesimo secolo, resta un mistero il motivo che ha spinto questo movimento a passare dai dipinti sulle scene più scabre e antieroiche del secolo precedente a quelli che rappresentavano le vacche in ogni loro forma e momento
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17 APR 26
Ultimo aggiornamento: 04:18 PM

© foto Ansa
Chi visiti come me la mostra milanese dedicata ai macchiaioli (a Palazzo Reale fino al 14 giugno) non può che porsi un quesito forse più ancora politico ed esistenziale che estetico: come mai, dopo aver dipinto per un decennio le scene più scabre e antieroiche del Risorgimento in cui credevano fermamente, tutti i macchiaioli, come un sol uomo, dal 1861 si mettono a dipingere vacche? Perché il formidabile Telemaco Signorini, il languido Odoardo Borrani, il solido Giovanni Fattori, non appena compiuta l’unità d’Italia, smettono di ritrarre soldati feriti, monachelle che li soccorrono, reclute che baciano i neonati prima di andare a combattere per una patria ancora inesistente, melanconiche giovinette che sospirano pensando a Garibaldi, e tutt’a un tratto imbracciano il pennello per eternare vacche, pasciutissime vacche, numerosissime vacche, vacche così luminose e lucide che ai critici più superficiali sembravano, cito testualmente, vacche in gelatina? Mistero, ma forse qualcosa avrà che fare con gli ideali traditi del Risorgimento. E chissà se i macchiaioli, risorgendo davvero oggi, troverebbero nell’Italia marginale e malandata che siamo diventati qualcosa di interessante da dipingere a parte altre vacche, le ennesime vacche, le ultime vacche residue, ormai magrissime.
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