
Sarà poi vero che ogni emozione merita un ritratto, come cerca di convincermi la pubblicità di uno smartphone di fianco a cui sono bloccato nel traffico da un tempo sufficiente a farmi rimpiangere di essere nato? Giacché non posso andare né avanti né indietro, ci penso su. I ritratti più belli della storia sono quelli più impenetrabili: il Carlo V di Tiziano è solenne perché imperscrutabilmente inespressivo, e chissà cosa cacchio sta provando la Gioconda. Il Diderot di Fragonard non è Diderot più di quanto non sia la proiezione impersonale di cosa significhi essere filosofo nel settecento, e il Joyce di Brancusi è fatto soltanto di linee curve e rette ben distinte. Questo perché il ritratto è eterno e le emozioni temporanee: io, ad esempio, in questo momento provo fortissima emozione al desiderio di staccare la testa agli automobilisti che girano su viale Cermenate dalla corsia centrale, o che bruciano il semaforo quasi rosso piantandosi in coda di traverso davanti a noi che abbiamo il verde. Sono sicuro che quest’emozione meriti un ritratto? Sono sicuro di voler essere ricordato per sempre così, stravolto e furioso fra i tubi di scappamento? Le emozioni sono in fondo di due tipi: quelle negative, che è bene passino in fretta; e quelle positive, che passano lo stesso lasciandoci nel rimpianto. Se ogni emozione meritasse un ritratto, resteremmo per sempre bloccati in un ingorgo di ricordi che sarebbe meglio dimenticare.