Romani non si nasce, ma si diventa. Un libro in cento tappe

In “Sei romano se…” Valeria Arnaldi elenca cento cose da fare o sapere per sentirsi cittadini dell’Urbe
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Mondadori Portfolio/Archivio Grzegorz Galazka/Grzegorz Galazka

Roma. “No, nun se po’ fà. Nun se po fa’. Io ce rinuncio” esclama Mario Mattioli sconsolato, per poi riprendere, “no, vabbè, Roma, Roma non è soltanto un fatto di dialetto. E’ una qualità della vita. E’ un modo di essere. Roma… Roma non se po spiega’ così damblais”. Il personaggio interpretato dall’attore, nel film di Carlo Vanzina “Non si ruba a casa dei ladri”, sta cercando di dare ripetizioni di romanesco a Vincenzo Salemme, napoletano, e a Stefania Rocca, torinese. Per farlo, cerca di far capire loro cosa sia Roma e cosa significhi essere romano. Già, cosa significa essere romano e soprattutto quando si può dire di essere romani? In una città millenaria che ha visto trascolorare tra i suoi marmi e le sue vie invasioni, pestilenze, decadenze di imperi, artisti e turisti essere romani diventa sempre più complesso. Tralasciando il mero dato della nascita in città e della residenza, la romanità è divenuta una sorta di spettrale predisposizione d’animo e di conoscenza profonda di quel genius loci, di quelle attitudini, di quei tic, di quelle idiosincrasie ora bonarie ora meno, che contraddistinguono il vero romano. Valeria Arnaldi ha da poco pubblicato per Olmata il volume “Sei romano se… 100 cose da fare (o sapere) per sentirsi davvero cittadino dell’Urbe”, topografia e geologia della romanità in cento tappe. Topografia, perché l’autrice connette tra loro nello spazio del volume luoghi, chiese, monumenti, ospedali, affrescando un diorama tridimensionale di ciò che per un vero romano davvero più conta. Geologia, perché nella sua composizione millenaria la città ha lasciato sedimentare strati diversi, una sorta di piramide ascendente su cui riposano e poggiano grandezza e miseria, sublime e degradato: ed ecco così i vezzi, i lazzi, le attitudini caratteriali, i motti di spirito e l’orgoglio, certe volte cafone, certe altre eccessivo. Ed eccola così la romanità, proprio come Mattioli che snocciola il senso della città attraverso le passeggiate e il ponentino e la carbonara. C’è, nel libro, l’inflessione, il dialetto, “anna’” invece di andare, il sempiterno “daje” e a chi tocca nun se ‘ngrugna. E ci sono le ricette e i muraglioni e i confini geometricamente mobili di una città che quando vuole sa essere anche tremendamente snob. Ci sono i gatti randagi, da coccolare e divenuti icone della città. C’è la Roma rugantina e quella dei tre scalini, il famoso detto legato al carcere di Regina Coeli che indicava in tempi andati la genuina romanità, farfallona e un po’ attaccabrighe, quella dei “più”, piccoli ras di quartiere, e dei giochi da osteria spesso finiti in omicidio. Roma è una città di enormi iperboli, in cui nulla è mai davvero misurabile: il grande rischia sempre di divenire enorme, il piccolo enorme pure lui. Il tempo spesso si azzera nel “mò”, che dovrebbe indicare l’istante, l’attimo, il subito e che invece si dilata fin quasi all’infinito. Il carattere romano è quello che emerge dalle lapidi e dal marmo inscritto, dalle statue e dal passare dei secoli, dalle facciate delle chiese e dal verde lussureggiante, ora magari più opaco, delle ville urbane. Roma diventa davvero un sentimento, una presenza costante e scontrosa, come i suoi abitanti, nel cui ventre si può diventare romani pure se si è di Napoli o di Reggio Calabria, di Berlino o di Detroit. O di Cuba, come Tomas Milian, che da straniero è diventato l’emblema cinematografico più genuino della romanità popolana e sanguigna. Se lo è meritato di essere romano, se lo è conquistato sul campo. Perché non basta capire la città, il suo lento fluire, ma bisogna entrarci dentro, rispettarla ed evocarne la costante presenza. “Solo quando davvero si sente Roma la romanità viene naturale” scrive la Arnaldi. Ed è davvero così. Questa città non ha mai avuto la pretesa di essere capita o narrata per come essa davvero è stata o è. Piuttosto a Roma è sempre bastato essere sentita nel profondo e vissuta come se un suo abitante, proveniente chissà da dove, fosse nato a Trastevere o a Testaccio o al Rione Monti.
Andrea Venanzoni