Roma Capoccia
“Gli sconosciuti”, la Roma di Dante Ferretti, tra Fellini e Scorsese
Il libro, appena pubblicato per Rizzoli dal costumista e scenografo pluripremiato agli Oscar e ai Nastri d’Argento, è un memoir che racconta il cinema e la Capitale, considerata un approdo sicuro per chi non è nato tra le sue strade
1 NOV 26

Foto LaPresse
“Tante volte mi hanno chiesto in quale città mi piacerebbe vivere, e io ogni volta rispondo come Federico ‘A Cinecittà’, perché ogni giorno te la puoi inventare, trasformando i sogni in realtà”. Il Federico citato è Fellini, e a parlare è Dante Ferretti, costumista e scenografo pluripremiato agli Oscar e ai Nastri d’Argento. La frase viene dal libro che Ferretti, con David Miliozzi, ha appena pubblicato per Rizzoli, “Gli sconosciuti. I miei anni con Pasolini, Fellini e Scorsese”. I memoir, molto spesso, sono l’architettura portante della coscienza e dell’identità di un Paese e volendo anche di una città. Lasciano affiorare ricordi, frammenti di esistenze, crocicchi, fulminanti amori e drammi storici. E quando voce narrante è una figura come quella di Ferretti che ha dato forma e visione al cinema, non solo quello italiano, il dipinto si rende ancora più vivido e pastoso.
Roma, tra le pagine del volume, è una presenza costante e non solo per la centralità di Cinecittà, fabbrica dei sogni che modula la dimensione di una realizzazione artistica e anche personale: la Città Eterna diventa un approdo sicuro, un grembo confortevole, per chi non è nato tra le sue strade, Ferretti infatti è di Macerata, eppure vi ritorna sistematicamente dopo viaggi su set, per studi di produttori, in ambienti naturali trasformati in scenografie. Il libro peraltro è impreziosito dai disegni di scena realizzati da Ferretti e che accompagnano, in maniera suadente, la sua biografia. Nato, come si diceva a Macerata, sperimenta da piccolo la violenza del conflitto. Durante un bombardamento alleato il padre perde una gamba e, provetto falegname e mobiliere, provvederà in seguito a realizzarsene una con le sue stesse mani. La prima Roma che conosce, quando arriva ancora giovanissimo, è quella dell’Accademia delle Belle arti, ove si diploma. Inizia, nelle Marche, la sua attività nel cinema, ma comprende che il grande salto, ciò che davvero vuol fare è nella Capitale. Si trasferisce, in via dell’Oca. Trova abitazione, per via di un amico marchigiano, nel palazzo che ospita anche il barbiere dove Pier Paolo Pasolini va a tagliarsi i capelli. Qui sta a pensione e, per puro caso, si imbatte nel poeta; lo vede di spalle, coi capelli tagliati di fresco, mentre si allontana all’orizzonte. E con il poeta e regista avrà modo negli anni seguenti di collaborare assiduamente.
Assistente dello scenografo Luigi Scaccianoce, al suo fianco lavorerà per Pasolini in “Il Vangelo secondo Matteo”, “Uccellacci e Uccellini”, che gli consente di incontrare di persona Totò, “Edipo Re”. E proprio quest’ultimo sarà occasione di conversazione con Fellini, soprannominato il Faro, come lo conoscevano a Cinecittà e dell’inizio di una ulteriore collaborazione artistica. Non lascerà mai tuttavia Pasolini, per il quale realizzerà i disegni di scena di “Medea” e del famigerato “Salò”, la cui prima parigina, ricorda Ferretti, avvenne dopo che Pasolini era stato ucciso a Ostia. Nel libro, questo dettaglio si accompagna a uno scorcio romano: la messa nella chiesa di Sant’Andrea, e la camminata che Ferretti compie per arrivarci. Rende assai bene, nel contrasto, il senso del sacro delle opere d’arte dello scenografo e la liturgia crepuscolare del poeta friulano morto tragicamente assassinato all’Idroscalo, sotto un cielo livido e un mare sciabordante, tra i canneti. E del pari rende bene questa traslazione di piani, fino all’incontro con Martin Scorsese, in cui Roma è sempre la casa adottiva cui tornare, florilegio di architetture, paesaggi, sculture. La bellezza, spesso imprevista, accompagnata alla desolazione delle borgate. E c’è qualcosa di delizioso nella scena di Ferretti che, alla guida di una vettura, si perde nel dedalo viario, per poi sbucare sul Grande Raccordo Anulare e girare a vuoto per un po’, salvo rendersi conto del piacere dei pensieri che va facendo, perso nella deriva automobilistica. E poi quel cartello, d’improvviso, “Roma” appunto, che lo avverte e lo salva.