L’assurda storia degli 82 milioni agli Angelucci

E’ la cifra che il Consiglio di stato ha stabilito che la regione debba pagare al gruppo San Raffaele. Rimpallo di accuse tra il presidente Rocca (che ha fatto un esposto contro Zingaretti e D'Amato) e il centrosinistra: "Non ha fatto nulla per tre anni"
28 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 19:48
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Per il presidente della regione Lazio, Francesco Rocca, la colpa è tutta di chi è venuto prima, ovvero il suo predecessore Nicola Zingaretti e il suo assessore alla Sanità Alessio D’Amato. Per il centrosinistra, invece, è stata l’inerzia del governatore a determinare il fattaccio. Fatto sta che adesso la regione dovrà corrispondere 82,1 milioni di euro all’azienda sanitaria San Raffaele del deputato della Lega Antonio Angelucci e del figlio Giampaolo. Il debito è stato inserito tra quelli fuori bilancio da liquidare e una delibera di giunta ha ormai autorizzato il pagamento. Ma chi ha ragione? Gli errori in questa storia sono da tutte le parti.
Tutto inizia nel 2010. A governare a via Cristoforo Colombo è, per il centrodestra, Renata Polverini. I conti della regione sono sfiancati e dal 2008 la sanità viene commissariata. La regione è costretta a una riorganizzazione della rete ospedaliera. Sono necessari tagli. Tra questi anche 450 posti letto del privato accreditato del gruppo San Raffaele. Per evitare però che il taglio abbia una grave ricaduta occupazionale nel 2011 la regione di Polverini stipula un accordo quadro con l’azienda di Angelucci per convertire parte dei posti soppressi in altre attività sanitarie. L’intesa si basava in parte su una legge regionale – la numero 6 del 2011 – che cambiava le regole per l’accreditamento dei privati in sanità. Tale legge, però, fu portata davanti alla Consulta dal governo e, dopo una lunga interlocuzione tra regione e Palazzo Chigi, pesantemente modificata. Anche per questo parte delle nuove autorizzazioni previste dall’accordo quadro non furono attivate dalla regione, a quel punto passata sotto la guida del dem Nicola Zingaretti che non le considerava più legittime. Contro l’inerzia della regione, il gruppo di Angelucci presentò ricorso al Tar, chiedendo un risarcimento di 21 milioni di euro. Ma il tribunale amministrativo, nel 2019, diede ragione alla regione, sostenendo che il gruppo di Angelucci non avesse un diritto assoluto all’attuazione totale dell’accordo, che anche sulle autorizzazioni legittime i ritardi della regione fossero giustificati dai cambiamenti della normativa e che il danno non fosse provato adeguatamente, anche perché alcune strutture avevano continuato a operare sulla base dei titoli già posseduti.
Angelucci, però, non si arrese e fece ricorso al Consiglio di Stato. A ottobre del 2023 il massimo tribunale del diritto amministrativo ha ribaltato in parte il giudizio. Pur riconoscendo, infatti, che non tutte le autorizzazioni dovessero essere rilasciate automaticamente ad Angelucci, il Consiglio di Stato ha affermato che questo non esonerava la regione dall’obbligo di concludere tempestivamente i procedimenti legittimi e di rispondere dei danni per i ritardi avvenuti. La quantificazione del danno, però, è stata rimandata dai giudici alla regione, che doveva stringere un accordo transattivo con il gruppo di Angelucci. Il direttore della direzione Sanità della regione, Andrea Urbani, quantifica questo risarcimento in 3 milioni di euro. Ma l’accordo transattivo non viene accettato da Angelucci. La vicenda torna in tribunale. Il Consiglio di Stato affida la quantificazione del danno a un consulente tecnico e, con sentenza pubblicata a luglio scorso, condanna la regione a pagare ad Angelucci 60 milioni di euro, più 17 di interessi.
La risposta di Rocca all’esito giudiziario è riconoscere il credito ad Angelucci e presentare un esposto alla Corte dei conti contro Zingaretti e D’Amato per non aver ottemperato all’accordo quadro del 2011, poiché il Consiglio di stato ha riconosciuto, su alcuni provvedimenti regionali richiesti dal gruppo San Raffaele, ritardi anche ultradecennali. La sinistra, invece, contesta l’inerzia della giunta di centrodestra. “Dal 2023 al 2026 la regione non ha fatto niente”, dice il consigliere regionale del Pd e presidente della Commissione Trasparenza del Consiglio regionale, Massimiliano Valeriani. “Come mai, dopo un’iniziale offerta rifiutata dal San Raffaele, la regione non ha provato almeno con una seconda proposta di conciliazione? Ma soprattutto perché non hanno fatto ricorso in Cassazione o richiesto la revocazione delle sentenze del Consiglio?”. Inoltre, prosegue Valeriani: “Il debito che l’amministrazione Rocca vuole corrispondere supera gli 83 milioni di euro, invece dei 77 della sentenza, certificati dall’Avvocatura regionale, perché ha deciso di calcolarli dalla prima pronuncia del Consiglio di stato, un ennesimo danno per i cittadini del Lazio. Ritardi, silenzi e scelte sbagliate hanno accresciuto i milioni che verranno sottratti alla sanità pubblica per finire nelle casse di un operatore privato”. In effetti i ricorsi in Cassazione e la richiesta di revocazione adesso saranno presentati, ma, come ha spiegato qualche settimana fa l’assessore al Bilancio Giancarlo Righini, intanto il maxi debito sarà pagato: “L’amministrazione darà immediatamente mandato all’Avvocatura di fare ricorso sia per revocazione sia in Cassazione, ma provvederemo comunque a pagare l’importo dovuto, in maniera da non far aumentare gli interessi”, ha detto l’assessore.
Intanto un’inchiesta di Domani ha costretto il presidente Rocca a chiarire su un’altra strana vicenda. Tra il 2021 e il 2023 il presidente ha preso 190 mila euro dalla Crossmed, un’azienda che si occupa di formare medici e professionisti sanitari che vogliono andare a lavorare negli Emirati arabi. Paradossale per un politico che, da presidente della regione, chiede fondi al governo per adeguare gli stipendi di medici e infermieri ed evitare la loro fuga dalla sanità pubblica regionale e italiana, sempre più in affanno.