Roma capoccia
Mostri e animali fantastici di Roma, dalla lupa all'elefante di Bernini
Dalla lupa capitolina all’elefante del Bernini, dai draghi medievali ai gatti tra le rovine, Fabrizio Falconi racconta Roma attraverso le creature che ne abitano il mito, l’arte e le strade. Un viaggio nella simbologia animale che svela l’anima più ancestrale e misteriosa della città
24 OTT 26

Leggere Roma non più soltanto attraverso i suoi personaggi, le sue strade, le sue vicende e la sua storia, ma osservando quei simboli, quegli animali che dalla notte fonda del mito hanno poi costituito, risalendo lungo la dorsale dei secoli e delle sensibilità, l'architettura visibile e invisibile del senso stesso della città. È quanto fa Fabrizio Falconi, con il suo "Mostri e animali fantastici di Roma", edito da Newton Compton.
La città che coi suoi marmi e i suoi colli e i saliscendi e i crocicchi si è legata a un patto insormontabile con gli animali, un patto con il quale la consistenza ferina ed alchemica dell'animale si innerva, come sangue nelle arterie, nella vita vissuta e nelle ombre della mitografia. Un organismo di memorie e di spettri che come una foresta di marmo, di asfalto, di smog, ospita nei palazzi e lungo le strade statue, segni, figure di animali. Non sorprendentemente il primo animale con cui il testo si confronta è l'archetipo della romanità, la lupa. Forma materna e bestiale, capace al tempo stesso di aggressività guerriera e di preziosa cura e che consente alla civiltà latina di germogliare. Assieme alla lupa, della quale Falconi non ripercorre solo il mito ma anche le raffigurazioni scultoree che oggi impreziosiscono la città, vengono ricordati gli animali dei primordi romani: il volo degli uccelli utilizzato dagli àuguri per scrutare le dinamiche del fato, le celebri oche, ormai nella saggezza popolare divenute note quanto la lupa.
L'analisi dell'animale, condotta nel rigoglio carnicino dell'evoluzione della città, consente di non rendere solo metafora quella brulicante animalità che contraddistingue Roma. Possiamo sorridere o indignarci quando vediamo pascolare cinghiali per le vie cittadine, ma c'è in quelle scene di degrado moderno una risorgenza, c'è uno spirito animale che si riconnette alla radice ancestrale della città. Falconi ripercorre la simbologia e l'uso materiale degli animali in età imperiale, dal cavallo di Caligola alle fiere utilizzate nell'arena fino ai tori dei culti mitraici, a lasciar intendere quella commistione di grandezza, bellezza e radicale crudeltà.
C'è poi la Roma medievale, ed è qui che la bestia si rende anche mostro. Immaginifico, marmoreo catalogo di draghi che si sposano con cervi e pavoni, a lasciar intendere la dimensione inquieta e crepuscolare di una città un tempo magnificente, enorme, potente, ed ora invece, nel cuore del medioevo, ridotta a un insieme caotico e abborracciato di rovine su cui crescono piante rampicanti.
Nella Roma rinascimentale e barocca i simboli si fanno pietra, e la città muta in un organismo che custodisce gelosa i propri mostri e le proprie contraddizioni. Sovente animalesche, appunto. Eccoci così al cospetto dell'elefante del Bernini, all'armadillo imbalsamato connesso al vorticante cosmo di Athanasius Kircher, al rinoceronte di Dürer e alle tartarughe delle fontane romane. L'arte sublima lo spirito della città e tutto ciò che essa ha incarnato e rappresentato, e l'animale, reale o mostruoso o iconografico, ne elabora gli archetipi.
E visto che il volume non si limita a risalire lungo i secoli e l'evoluzione storica, ma indugia in varie manifestazioni dell'animale, inevitabile ecco la parte sui veri animali che popolano la città. Dai topi che si son portati dietro il celebre detto sulla ‘trippa per gatti', ai gatti stessi, quei felini che occupano le rovine romane e che miagolano e indugiano sui tetti e tra i portoni divenendo parte integrante dello spettacolo urbano di Roma.
E c'è poi il diorama dell'animalità, la sintesi perfetta e che Foucault avrebbe definito "medicale": il Bioparco, che gli animali li raccoglie quasi tutti, nei suoi spazi visitati e dentro il quale le folle si immergono non sapendo ancora bene che non stanno semplicemente visitando una celebrazione di animali più o meno esotici. Stanno al contrario specchiandosi nel gorgo dell'animalità che ci riconduce alle radici stesse della città.