Roma Capoccia
Quando a Roma si uccidevano i gay, e Nicola Calipari ruppe il silenzio
Una scia omicidiaria che va dal 1993 al 1997, un mistero ancora senza soluzione. Unico comun denominatore: l’omosessualità delle vittime
17 OTT 26

Foto di Gabriella Clare Marino su Unsplash
Il cielo sopra piazza Navona ha il colore di un sangue così rosso, così carnicino e lussureggiante da farsi trasposizione urbana della scenografia di Dracula. I monumenti iniziano a screziarsi di un argento acceso, mentre pochi filamenti di nubi danzano maculando l’aria. Qualche uccello, storno o gabbiano, si leva alto in volo. Lo spazio, quel piccolo spazio dove il cartomante che tutti conoscono come “Maga Magò” esercita la lettura dei suoi tarocchi, è vuoto. Insolitamente. Camerieri e buttadentro dei locali che cingono la piazza non se ne capacitano. Ma non sanno che Walter, il vero nome dell’uomo, è morto. Lo hanno trovato a casa sua, massacrato con sette coltellate. Il sangue, non più quello metaforico del tramonto ma quello vero e doloroso di un corpo ansimante e agonizzante, ha sporcato tutto il letto e una scia è poi colata a terra, piccolo oceano cremisi. E’ un freddo dicembre, del 1993. L’omicidio non passa inosservato. Walter è un omosessuale, e di omosessuali ne sono già stati uccisi diversi. Omicidi, od omocidi, irrisolti, che seminano il panico tra individui che per condanna sociale e stigmatizzazione collettiva sono spesso costretti a muoversi nell’ombra. Pochi mesi prima era toccato a Giancarlo, un sessantenne ex funzionario di banca. Strangolato in casa sua, al quartiere Trieste. L’anno precedente un altro genere di rosso, quello vibrante e crepitante delle fiamme, si era palesato all’Appio Latino, ove era stato rinvenuto il cadavere bruciato di Giuseppe, attore. Qualcuno aveva maldestramente tentato di far scomparire le tracce di un omicidio, ma aveva finito solo per attirare maggiore attenzione. Nel caldo agosto del 1992, all’Infernetto, nomen omen verrebbe da dire, estrema periferia non distante da Ostia Lido e dal mare e circondata dalla pineta, in una villetta viene rinvenuto il corpo di un costruttore edile, Emilio. Lo hanno strangolato. Il suo cameriere, un polacco, si rende irreperibile.
La scia di morte non si arresta, non risparmia ceto sociale o zona di Roma. Unico comun denominatore, l’omosessualità delle vittime. Nel 1994, Livio, un trentaseienne che di mestiere fa il parrucchiere, viene ucciso a coltellate, all’Appio Pignatelli. Stava rincasando e viene ritrovato morto, in una pozza di sangue, proprio sul pianerottolo. Nel marzo dell’anno seguente, è la volta del Prenestino. Francesco giace al suolo, vicino a una palina del bus. Ha il cranio sfondato. Poi via del Boschetto, via Tasso. Vittime di ogni età. A un certo punto viene ventilata l’ipotesi di un cacciatore di omosessuali, di un serial killer. In realtà in alcuni casi vengono arrestati marchettari, italiani o stranieri. In altri casi, i delitti scorrono impuniti, come una cattiva memoria che si fa rancida. Nel 1996, altri tre morti violente. Luciano, un ingegnere di trentasette anni, ucciso a casa sua a Villa Bonelli, Dante, professore universitario e critico, ammazzato a via Livorno, nella sua abitazione dove viene rinvenuto strangolato con il filo del telefono, e infine Mario, pensionato, a via Turati.
La diffidenza tra la comunità omosessuale e l’opinione pubblica e le forze dell’ordine segna un punto d’arresto nelle indagini: scarsa circolazione di informazioni, ancor minore voglia di palesarsi, parlare e confrontarsi. È così che in quel contesto emerge il ruolo importante di Nicola Calipari, stimato poliziotto della Questura di Roma, destinato a cadere anni dopo sul campo nell’ambito dell’operazione che avrebbe condotto alla liberazione di Giuliana Sgrena. Calipari, con straordinaria umanità e grande intuito diplomatico, apre un canale di confronto, vince pregiudizi e ritrosie. Le ultime morti inserite in questo gorgo di sangue risalgono al 1997. Non si è mai riusciti a capire davvero se tra battuage e marchette delle notti fonde di Roma si sia insinuato un killer, sul modello del “Cruising” di William Friedkin. A merito di Calipari, va detto che dopo il suo intervento la scia omicidiaria si sarebbe di fatto interrotta.