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La Roma di Vittorio De Sica, un libro di neorealismo urbano
“La Roma di Vittorio De Sica” è un bel libro di Valeria Arnaldi: agile ma intenso viaggio che ricostruisce l’approdo capitolino della famiglia dell'attore e regista e poi i luoghi cari, quelli vissuti, quelli visti, quelli connessi alla poetica cinematografica
10 OTT 26

Foto Getty
“Roma, che rivela e nasconde, che c’ha il Cupolone e le baracche, inghiotte il tuo futuro e la tua serenità”, afferma Giovanna Gra descrivendo per la Rai il senso profondo, più che la mera trama del capolavoro di Vittorio De Sica “Ladri di biciclette”. Difficilmente potrebbe darsi descrizione migliore non solo del film o dell’opera del grande attore e regista, ma proprio della sua vita e del suo rapporto con Roma. Lui che era nato nel 1901 a Sora, in provincia di Frosinone e che aveva poi raggiunto la Capitale, questo miraggio di rovine augustee e di infiniti tramonti e pure di indicibile povertà, al seguito della famiglia. “La Roma di Vittorio De Sica” è un bel libro di Valeria Arnaldi, pubblicato da Olmata. Agile ma intenso viaggio che ricostruisce l’approdo capitolino della famiglia di De Sica e poi i luoghi cari, quelli vissuti, quelli visti, quelli connessi alla poetica cinematografica, dalle scale di grigio del neorealismo urbano emergente dalle braci del conflitto alla dissacrante ironia de “Il Conte Max”. C’è qualcosa di deliziosamente sincronico nel destino di questa famiglia arrivata dalla provincia laziale e finita a vivere nell’area adiacente la stazione Termini, nel pullulare costante, caotico, vociante di un’umanità perennemente in transito: il palazzo dove prendono abitazione è lo stesso che ospita un cinema, il Mefisto. E così il giovanissimo Vittorio ha modo di disporre di biglietti a prezzo scontato e ogni volta che può corre a vedere le novità cinematografiche. Quando la famiglia, nel magma di infinite peregrinazioni urbane, si sposterà a via Principe Amedeo, non distante sempre da Termini, muteranno però la fisionomia dell’orizzonte e lo sguardo stesso con cui abbracciare Roma. Una città di “palazzoni che chiudono l’orizzonte e che, coprendo il sole, ingrigiscono le giornate”. Esperienza, come rileva la Arnaldi, che concilierà a De Sica l’attenzione per quel mondo distante e in apparenza irreale che sono le periferie e che verrà narrato appunto in “Ladri di biciclette”.
Esordisce a teatro, dopo essersi unito alla compagnia di Tatiana Pavlova, e su incoraggiamento del padre che avendo ben compreso l’importanza dell’arte e della recitazione per il figlio non lo dissuade. Siamo ormai agli inizi degli anni trenta, e il teatro diventa il biglietto da visita, tra produttori e critici, per De Sica, il quale intersecherà la sua esistenza con una curiosa forma di topografia cinematografica che va prendendo corpo nella Capitale. Sulla Circonvallazione Appia, vicino via Latina, vengono realizzati i Ceasar Film, imponenti studi cinematografici. Il giovane attore, che in realtà ha già esordito a soli sedici anni ne “Il processo Clémenceau”, diventa qui di casa. Si divide con gli altri studi, non distanti, i Cines, di via Veio. Dal 1933 De Sica inizia stabilmente a recitare in molti film, di Mario Camerini, di Amleto Palermi e altri. Siamo negli anni in cui il cinema appare l’arma più potente tra tutte, il regime spinge sull’acceleratore del potenziamento dei set e degli studios cinematografici. Nasce il mito di Cinecittà, un progetto intrapreso dal 1934 e arrivato a compimento nel 1937, dopo il misterioso incendio che aveva afflitto la Cines e che aveva forzosamente spostato le necessità di produzione e di girato verso la nuova cittadella del cinema. A rappresentare la plumbea Roma dell’occupazione nazista, “La porta del cielo”, tra le cui comparse compaiono persone perseguitate o in pericolo. Girata in territorio vaticano, la pellicola garantì loro la salvezza mentre per le strade romane imperversavano le SS e infuriava la guerra. Sull’episodio, l’autrice riporta una bellissima dichiarazione di Manuel De Sica che, ricordando la generosità del padre, ambisce però a non cedere a mitizzazioni eccessive. Chiuso il drammatico capitolo della guerra, arriva il tempo, non meno doloroso, della ricostruzione di un paese infranto. L’Italia e la Roma di “Sciuscià”, primo film ad aggiudicarsi l’Oscar per il miglior film straniero. La Roma che riemerge, la Roma di De Sica.