Roma Capoccia
Stragi, stupri, peste. Un saggio ricostruisce il Sacco di Roma del 1527
Antonio Forcellino ripercorre le vicende e le fonti, l’antefatto politico e storico, fino al crescendo militare di una apocalisse deflagrata nel cuore della Città Eterna e che cicatrici così tanto profonde avrebbe lasciato da scomparire da qualunque possibilità di raffigurazione artistica
26 SET 26

(Foto Ansa)
“Giovanni da Urbina, intanto, procede a cavallo con una straordinaria furia guerriera, incoraggiando i soldati alla strage, e urla quell’incitazione che rimase scolpita nella mente dei poveri assediati, l’urlo che trapassava il cervello prima che la spada trapassasse il cuore: Carne! Carne! Vittoria! Vittoria!”. Le strade di Roma si arrossano in un fiume di sangue e di corpi straziati, mentre l’armata spagnola e i Lanzichenecchi sciamano per le strette strade, e nei vicoli e poi ancora casa per casa. Non è più guerra, né assedio, ma ormai si cade nel baratro del più puro e perverso massacro. Soldati ebbri e impazziti, molto spesso ubriachi per il vino rosso ingurgitato, sfogano sulla popolazione un odio atavico, religioso nel caso dei Lanzichenecchi; rapine, furti, stupri, omicidi a freddo, spesso ingegnosamente contorti e sadici, distruzione di ornamenti sacri e devastazione di palazzi e chiese. Nulla sembra fermare la furia degli invasori. L’Ospedale di Santo Spirito, dove alloggiano malati e feriti, tra cui tantissimi anziani e bambini, diventa osceno teatro di una carneficina senza pari: i bambini trucidati e fatti a pezzi, le teste e gli arti gettati poi nel Tevere. Sono solo alcune delle scene più insostenibili del tremendo sacco subito da Roma nel 1527 e narrate con dovizia storico-filologica da Antonio Forcellino nel suo bel saggio “Roma. Il Sacco del 1527” (HarperCollins).
Forcellino ripercorre le vicende e le fonti, l’antefatto politico e storico, fino al crescendo militare di una apocalisse deflagrata nel cuore della Città Eterna e che cicatrici così tanto profonde avrebbe lasciato da scomparire da qualunque possibilità di raffigurazione artistica: non esistono, a ben pensarci, come scrive l’autore, rappresentazioni pittoriche o scultoree di quei drammatici mesi, subiti sulla pelle e sulla carne dei cittadini di Roma, asserragliati negli sparuti frammenti di città non conquistati dalle orde lanzichenecche e dalla soldataglia spagnola. E se il percorso che avrebbe poi portato all’assedio e alla conquista brutale della città è noto, come noti ne sono alcuni dei principali personaggi, da Carlo di Borbone, conestabile di Francia a Papa Clemente VII, passando per Pompeo Colonna, Isabella d’Este, Cesare Fieramosca, Benvenuto Cellini, meno noti sono i mesi che seguirono l’ingresso degli invasori in città e lo scenario d’inferno che ne seguì. Proprio la mancanza di rappresentazioni artistiche, direttamente visibili, ha obliato la crudeltà di quei lunghissimi mesi, funestati anche dallo scoppio di malattie e da un clima da fine dei giorni. Perché gli stessi invasori, ormai acquartierati in città, senza più vettovaglie o donne da violentare o chiese da depredare, falcidiati dalla peste determinata dalle condizioni mostruose in cui versava Roma, iniziarono tra loro a guardarsi in cagnesco.
Conflitti nacquero anche per motivazioni politico-religiose: gli stessi spagnoli, inorriditi dalla insensata e perdurante carneficina condotta dai Lanzichenecchi, dai furti nelle chiese e dalle profanazioni che i mercenari conducevano per odio religioso, vedevano in quei comportamenti una blasfemia che avrebbero finito col pagare a caro prezzo. Come scrive Forcellino “quello che poteva essere un semplice regolamento di conti di carattere strategico e militare diventò, purtroppo, per una serie di circostanze, una tragedia apocalittica”. E il libro ambisce proprio a passare in rassegna il cortocircuito di una serie di figure politiche a cui le cose sfuggirono di mano, in una maniera talmente incomprensibile che persino raffinati storici dell’epoca, da Guicciardini a Paolo Giovio, dovettero alzare le mani davanti al tentativo di capire davvero. Quel che appare plausibile, come nota Forcellino, è che gli eventi non furono determinati solo dal cinismo rinascimentale di mantenimento del potere ma da qualcosa di più abissale: un incandescente intreccio di rancori e odi, personali, religiosi, politici, la cui risultante fu la tragedia del Sacco di Roma.