in tv
Ecco come Franchino er Criminale s’è magnato pure la tv
L'influencer romano è sbarcato su Dmax, dove accompagna lavoratori in pausa pranzo. Intrattiene? Sì. Innova? Assolutamente no, ma non è quello che deve fare
17 SET 26

L'influencer in un video sul suo canale YouTube (@FranchinoErCriminale)
“Non bisogna avere che relazioni superficiali con chi respinge agli e cipolle, perché si tratta di caratteri incapaci di profondità”; quel che Guido Ceronetti scriveva ne “Il silenzio del corpo” potrebbe essere la migliore lezione per capire la serietà e la profondità di chi approccia il rapporto tra spettacolo e cibo. Da tempo, il cibo è asceso a sovrano incontrastato dei palinsesti televisivi e delle piattaforme social. Per ogni chef trasformatosi in demiurgo di ristoranti e alberghi di cui valutare servizi e portate, ecco anche un influencer che, lessico del digitale per le mani, risponde con altri registri ma sul medesimo terreno tematico. Magari, però, non tralasciando quegli agli e quelle cipolle di cui scriveva Ceronetti e che in certi programmi da tv gourmet fanno scarsa apparizione. Certe volte però le traiettorie comunicative si intersecano. Dmax ha iniziato a portare in televisione personaggi divenuti noti grazie alla loro presenza web: da Gabriele Vagnato a Davide Gomiero, fino a Franchino er Criminale. Proprio quest’ultimo ha debuttato sul canale tv il 3 settembre scorso, con il format “La chiamavano pausa pranzo”, nove puntate totali, in onda ogni giovedì alle ore 21:25. Un programma ad ora tanto romano quanto lineare e semplice: tre lavoratori a puntata che vanno in compagnia di Franchino nei locali dove generalmente consumano la loro pausa pranzo. Camion bar, bar, ristoranti, rosticcerie, osterie, taverne. Porchetta, pizza, amatriciana, filetti, persino un kebab alla romana che fa strabuzzare gli occhi al povero Franchino.
Si parla, ci si confronta, si racconta la storia umana e l’esperienza lavorativa dell’ospite, unitamente a quella del posto dove si va a mangiare. Ci sono voti, giudizi e intrattenimento. Innovativo? No. Ma da quando, esattamente, la televisione è diventata la Silicon Valley? Perché sul web, al netto degli hater strutturali e strumentalmente spesso scatenati da competitor di Franchino, ci si chiede senza sosta se un’idea digitale a contatto con la televisione debba mantenere il proprio inconfondibile registro, quasi che il digitale possa avere diritto di cittadinanza negli schermi tv solo a patto di implicare rivoluzioni. Ma quali sarebbero esattamente queste rivoluzioni da piattaforma? C’è gente che per il solo fatto di intrattenere la propria platea scaccolandosi si sente il nuovo Carmelo Bene. Intrattiene il programma di Franchino? Sì, e lo fa senza snaturare il personaggio costruito da Alessandro Bologna: una ventata di ruspante umanità nell’epoca dello stritolamento accelerato di vite e ritmi. D’altronde il cibo, come il viaggio, rivela molto dell’essere umano e quando al centro dei riflettori finisce una persona si riflette sempre, e si viene del pari intrattenuti. Jim Harrison, in “Un pranzo da re” (edito da Settecolori), ricorda come “fagioli e maiale hanno spinto verso ovest gli uomini di questo paese. In genere maiale sotto sale, dato che le carovane erano sprovviste di frigoriferi”. Il cibo è condivisione, espressione, comunicazione, avventura, trasformazione, conquista. E infatti volendo tornare alla questione dell’innovazione e delle influenze, sembra che il format televisivo sia la trasposizione catodica di “Cosa mangia”, una serie che Franchino si era inventato sul suo canale e nella quale ospitava altri “colleghi” influencer e streamer: e il cibo in quel caso diventava un pretesto per parlare e conoscere l’ospite e intrattenere così il pubblico. Una serie che ha ospitato nomi importanti del mondo digitale italiano, dal Masseo a Danny Lazzarin, fino a una patafisica puntata in cui l’ospite Dread è riuscito, criminalmente appunto, a cuocere il pesto in barattolo. Su Dmax, al posto degli influencer, abbiamo portieri di condominio, elettricisti, camionisti, magazziniere, che sullo sfondo di una Roma in vasta parte popolana e periferica ci raccontano un po’ del loro essere, attraverso il cibo che ordinano durante la pausa pranzo.