ROMA CAPOCCIA
Le 358 donne del Verano. Vita e ossessioni di Marco C.
Trecentocinquantotto fotografie di donne sottratte alle lapidi e portate in una casa a pochi passi dal cimitero romano. Una storia di solitudine e ossessione che finisce nelle carte di un processo
12 SET 26

(Foto Ansa)
Trecentocinquantotto. Tante sono le foto appese sulle pareti della stanza o disposte sul mobilio, addobbo funebre e morboso, scenografia mortuaria stagliata a fendere l’aria immota e crepuscolare di questo scorcio di Verano trasferito in una abitazione romana. Potrebbe essere un romanzo di Vitaliano Trevisan, ma i quindicimila passi sono stati sostituiti da trecentocinquantotto fotografie di donne, volti sorridenti o accigliati, giovani e meno giovani, a colori e in bianco e nero. Una via crucis desolante che al pari di un muro del tempo, effigie di quello spazio incolto di desideri inespressi e tragiche ossessioni, ha trasformato l’appartamento del cinquantacinquenne Marco C. in un necrosantuario sospeso tra una pellicola di Jörg Buttgereit e la quiete ossificata delle tombe. E’ una storia di solitudine e di desolazione, la sua, di tristezza urbana, di quelle tristezze che ti sciabolano la pancia mentre percorri le strade irrorate di neon al calare della notte e giungi al Verano. Non discoteche o pub o un’uscita serale con una improbabile fiamma ma quel richiamo, quel muschio ambrato che si dipana tra lapidi e ombreggiamenti di cipressi e mura scurite e, fuori, graffiti e scenari da hip hop romano. Nonostante le condanne penali e l’asettico linguaggio del processo e delle perizie psichiatriche e nonostante il dolore che ha arrecato ai parenti delle care estinte le cui foto ha trafugato per portarsele a casa e rimirarsele, circondandosene con consapevolezza, per nutrire una ossessione, uno di quei richiami insolenti e viscerali, ti immagini la condanna che una persona del genere si porta nelle carni e nel cuore e nel profondo della mente. Non per farne un eroe necroromantico o una vittima, ha fatto cose terribili e di altrettanto terribili è accusato, secondo le carte processuali che lo vedono pure rinviato a giudizio per aver sottratto l’urna contenente le ceneri di Elena A., ma per cercare di immaginare quanto la desolazione, il senso della fine, il fiato mozzato siano entrati nelle sue carni, così in profondità da farne un prigioniero condannato delle proprie ossessioni. Si aggira per il Verano, fare circospetto ma nemmeno troppo considerando che i Carabinieri lo vedranno in azione, forse grottesco renderebbe meglio il senso di questo serpentino e aggrottato cacciatore di oggetti e foto, a casa ha mappe del cimitero suddivise in zone non topografiche ma di difficile decifrazione. Potrebbero esserci ricettatori di quei cimeli funebri, potrebbe darsi un mercato reale di certe memorie e di certi poveri resti? In America esiste, di tanto in tanto qualche trafugatore di ossa e ornamenti funebri viene colto in flagrante e arrestato. Probabile ce ne siano anche in Italia. Ma lui non è un semplice esecutore, uno che ha trovato l’idea di guadagni extra. A casa ha ornato il frigorifero, le pareti, i cassetti: quelle foto, quei volti, quegli sguardi sono rivolti a lui, sono diventati il suo mondo e la sua seconda pelle, feticci che narrano storie passate. Non c’è più demarcazione tra vita e morte, in una orrorifica Spoon River capitolina dettata dalla morbosità. Il suo diario è il romanzo di un annientamento, apologo degradato di una solitudine senza fine. Infanzia spesa in un istituto di suore, nessun amico, nessuna relazione, la solitudine più cupa e lancinante come unica vera compagna, in una piccola abitazione proprio vicino il Verano. Quella casa vicino il cimitero. Un diario nel quale non fa mistero delle sue passioni, e del giardinaggio. Col cacciavite in mano, per sbullonare le fotografie dalle lastre di marmo e dalle lapidi, come fosse estensione della penna con cui, tornato a casa, annota dovizioso i nomi delle donne che lo guardano, ora guardano lui, dallo scatto fotografico. Le chiama per nome, ma qui non siamo nella Plainfield di Ed Gein, siamo a Roma, alle spalle del Verano. E la morte non avrà più dominio, scriveva il poeta Dylan Thomas. Per chi non si è mai percepito nato o vivo, è così.