Mistero Rampelli: il naturale anti Gualtieri che fa penare Meloni

La destra è ancora senza candidato. Eppure il nome ovvio c’è e risolverebbe non pochi problemi a FdI. Riluttanze pre politiche
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 L’estate è passata e il centrodestra non ha ancora nemmeno una vaga idea su chi dovrà affrontare Roberto Gualtieri per la corsa a sindaco nel 2027. Non se ne parla neppure. Si ignora il problema. Eppure il candidato naturale è lì, pronto almeno da un lustro alla sfida. Parliamo ovviamente di Fabio Rampelli, il vicepresidente della Camera che ha mantenuto una passione romanocentrica degna del più zelante consigliere dell’Assemblea capitolina. Interrogazioni sulle chat tra assessori e consiglieri comunali sulle occupazioni in città, interpellanze sui cipressi fatti abbattere al Mausoleo di Augusto o sull’hotel di Bulgari nella stessa piazza, “svenduto dal Demanio ai Benetton”…Rampelli attraverso l’Aula di Montecitorio presiede l’Italia, ma il suo cuore resta saldo dentro i confini del Grande raccordo anulare o poco fuori, in quegli ampi spazi di sprawl urbano che rappresentano il limite estremo del comune di Roma.
Ma a meno di un anno dal voto il centrodestra, e soprattutto FdI, il suo partito che il centrodestra comanda, ancora non lo ha scelto. Legge elettorale, ballottaggio sì o no, crisi energetica, Giorgia Meloni ha altro da fare. Ma, si sa, sui candidati nelle grandi città al voto – oltre alla capitale ci sono Milano, Napoli, Bologna e Torino – sarà il tavolo dei leader a decidere. Tra i consiglieri capitolini circola sgomento: “E’ tutto accentrato, saremo senza candidato per almeno altri due mesi”.
Ma non è solo questione di agenda. Sul veto alla candidatura di Rampelli c’è qualcosa di più. Un fastidio tribale, primitivo, pre politico. Un puntiglio in grado di annullare ogni buon senso e logica razionale che ne farebbe l’uomo giusto al posto giusto. Rampelli infatti fu il capo carismatico della sede del Msi di Colle Oppio all’inizio della scapigliata carriera politica del sorelle Meloni. Fu il papà di quei gabbiani che un tempo si chiamavano appunto Giorgia e Arianna Meloni, Francesco Lollobrigida, Giovanabattista Fazzolaria e via discorrendo. Ma proprio perché padre politico dell’attuale classe dirigente è nel migliore dei casi temuto, nel peggiore disprezzato. Le sorelle Meloni, premier e capa di FdI, fanno davvero un enorme fatica a immaginarlo come il loro candidato per palazzo Senatorio. Eppure proprio per questo fastidio atavico sarebbe naturale, e persino cinicamente logico, scegliere proprio lui. Non come premio, ma, anzi, come modo per liberarsene, lasciandolo a una molto probabile onorevole sconfitta e al ruolo di capo dell’opposizione in Assemblea capitolina. Lui, per orgoglio e storia, non si rifiuterebbe. Ma nella candidatura di Rampelli le sorelle d’Italia più che questo molto probabile scenario vedono altro. Immaginano un palcoscenico: i riflettori, le luci della ribalta puntate sul candidato a Roma. Impensabile. Nonostante le alternative dovrebbero preoccuparle assai di più. Senza Rampelli infatti l’unico altro nome pesante che FdI può spendere è proprio quello di Arianna Meloni. Ma davvero le sorelle posso permettersi di rischiare una rovinosa sconfitta a Roma per il nome Meloni? La appianerebbe solo una contemporanea vittoria nazionale. Sarà forse per quello che qualcuno dentro al partito ultimamente ha pensato anche a un election day per comuni e politiche in primavera. Un altro scenario poco razionale vista la forza del centrosinistra nelle principali città.
La terza strada passa per per un nome moderato, come quello del democristiano Luciano Ciocchetti. Ma con un profilo del genere Roberto Vannacci – anche lui ancora alla ricerca di un candidato per la capitale – avrebbe gioco facile ad accaparrassi tutti i voti della ancor numeroso elettorato della destra identitaria capitolina. Rampelli, invece, quel voto sarebbe in grado di intercettarlo. Di più. L’ex sindaco Gianni Alemanno, abbracciato dal Vannacci all’uscita dal carcere di Rebibbia, lo ha detto subito: “Con Futuro nazionale cerchiamo un candidato competitivo per Roma, ma è ovvio che quello naturale è Fabio Rampelli”. Quest’ultimo ci ha scherzato su: “Alemanno mi ha voluto bruciare”. Battuta con fondo di verità visto che nei comuni, come a livello nazionale, almeno per ora, l’intenzione di Meloni è quella di tenere il generale al di fuori del perimetro della coalizione. Ma proprio per questo se a Roma si vuole sì perdere, ma almeno farlo con dignità, per correre serve un candidato che impedisca al generale di soffiarsi tutto quel voto destrorso sospeso tra FdI, Ugl e Lega. Anche perché, assicura chi naviga con sicurezza nelle acque confuse della destra capitolina: Alemanno ha trovato già una cordata di piccoli imprenditori da sempre vicini al mondo della destra pronti a sostenere la scalata capitolina del generale. Insomma, il nome giusto è sempre quello: Rampelli. E però per FdI Fabio non è un nome, è un mistero.