Da Rugantino a Er più: quando Celentano diventò core de Roma

La stella del Molleggiato, all’epoca, brillava luminosissima nell’alto cielo dello spettacolo. E riviste oggi quelle pellicole spiccano come capolavori di umorismo surreale, facendo leva esattamente su quella sua parlata romana sghemba

27 GIU 26
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Foto Getty

Uno dei più grandi misteri della storia dell’umanità, oltre al mostro di Loch Ness, agli alieni presenti o meno nell’Area 51 e al triangolo delle Bermuda, è come sia stato possibile, di più, anche solo immaginabile, far interpretare al milanesissimo Adriano Celentano due tra le storie più romane de Roma che siano mai state scritte e viste sugli schermi: ‘Rugantino’ ed ‘Er più’. Tralasceremo ‘Serafino’, diretto da Pietro Germi, perché l’ambientazione è più burinesco-campagnola che non davvero romana. Ora, dicono, e non del tutto a torto, che i romani siano gonfi di presunzione e di supponenza, indisposti alla critica e allo sberleffo, forti di storia marmorea sulle spalle, e però va dato atto che nessuna sommossa, nessun tumulto hanno accompagnato le due pellicole alla loro uscita nei pur caldissimi, per altri motivi, anni Settanta.
‘Rugantino’, diretto da Festa Campanile ed uscito nel 1973, è la storia più intrinsecamente romana che possa immaginarsi. Come romanissimi sono gli attori che accompagnano l’improbabile Rugantino-Celentano nell’evoluzione di questa drammatica e divertente storia d’amore, di sbruffoneria e di morte: da Paolo Stoppa, nelle vesti nero-scarlatte del boia Mastro Titta, a Toni Ucci, nella parte del Principe Capitelli, passando per Vincenzo Crocitti e Alvaro Vitali, interprete di un mendicante. Rugantino, da sempre, è la quintessenza della romanità più verace e malinconica, e lo stesso personaggio principale è in fondo incarnazione del tipo romano per eccellenza: il brioso cazzaro che anela a farsi più grande di quanto davvero sia e che, alla fine, tra romanticismo popolano e languido, e un ritrovato, genuino, onore personale, si tinge di un amore da far perdere la testa, in senso letterale. Il film venne prodotto dal Clan Celentano, ma questo spiega solo in parte il perché. C’è anche da dire che la stella del Molleggiato, all’epoca, brillava luminosissima nell’alto cielo dello spettacolo, proprio come le stelle più brillarelle di ‘Roma nun fa la stupida stasera’. Rivisto oggi il film è un assoluto e involontario capolavoro di umorismo surreale che fa leva, esattamente, su quella parlata romana sghemba.
Max Tortora, anni fa ospite in televisione di Antonello Piroso, ha ricordato l’assoluta potenza comica di quella romanità strascicata, farsesca, specie nel dialogo carcerario tra Celentano e Mastro Titta, che non vorrebbe esser costretto a tagliare la testa di Rugantino. E Tortora che imita il romano-milanese di Celentano apre una serie di sotto-mondi ombelicali dispersi da qualche parte nel cosmo, in un punto che solo certe scene dei Monty Python o del primo Mel Brooks avrebbero saputo eguagliare. E come dimenticare ‘Er più – storia d’amore e di coltello’? Uscito nel 1971, per la regia di Sergio Corbucci, ci sposta temporalmente nella Roma del 1900, alle prese con il delicato passaggio verso la modernità sabauda, con sguardo su certi usi romani vagamente tribali, come quelli dei Bulli e dei Più, ras di quartiere un po’ malavitosi, un po’ guasconi. Pure qui, Claudia Mori è la donna contesa, e pure qui Celentano farà bruttissima fine, propiziata in questo caso dal rigattiere e usuraio Er Cinese, autentico ‘infame’, magistralmente interpretato da Vittorio Caprioli. Memorabile la scena della ‘passatella’, arcaico gioco da osteria di carte e vino, sovente sfociante in violente liti al coltello. Il tasso di romanità di ‘Er più’ non è certo minore di quello registrato in ‘Rugantino’: tra un Fiorenzo Fiorentini e un Ninetto Davoli, tra rovine romane e campagna, rioni popolani e scorci di bellezza. Il bonus assoluto di questi film è poi un altro ancora: Celentano che, non pago di parlare in meneghin-romano, canta i classici della romanità sonora. Quando lo senti intonare ‘Roma nun fa la stupida stasera’ qualcosa di potentemente psichedelico ti si innesta nel cranio. E no, guardando e ascoltando non importa davvero perché sia successo: importa solo che sia successo.