ROMA CAPOCCIA
“Orietta Berti è pazza”: storia di Roma attraverso le scritte sui muri
C’è la storia di Roma istoriata geologicamente su muri dei palazzi, una evoluzione e una scomparsa, nell’epoca del digitale, quando la voce spray politica si rinsecchisce e viene sostituita in vasta parte da slanci egotici, tag, graffiti e proiezioni individuali di arabeschi postmoderni
20 GIU 26

Francesco Nuti sospira e fissa un indefinibile punto disperso davanti a lui, nella cella dentro cui è rinchiuso. Ha appena avuto un animato rendez-vous con il nuovo compagno di sventura carceraria e ora, nei frammenti iniziali di “Tutta colpa del paradiso”, lo vediamo perplesso, con la scritta “Orietta Berti è pazza” bene in vista alle sue spalle. Graffito liberatorio che il geniale regista e attore toscano volle riprendere dalle leggende metropolitane che aleggiavano su quella dicitura, comparsa sui muri, a Roma. Tracciata con vernice nera, quel “Orietta Betti è pazza” lambiccava sguardi e menti a San Lorenzo, e poi risalendo fino a piazzale Aldo Moro, alla periferia esterna dell’Università La Sapienza. Gli autonomi di via dei Volsci giuravano, infastiditi, essere opera del dadaismo urbano degli Indiani Metropolitani.
Francesca D’Aloja, nel suo romanzo “Il sogno cattivo”, la situa sul greto del Tevere, tra i camminamenti percorsi da ciclisti, turisti e barboni, senzatetto come il Mozziconi di Malerba. Pur ammettendo che la memoria e la trasmissione orale del sapere potrebbero averle fatto prendere un abbaglio.
“Ho passato mesi negli ospedali e nelle prigioni. Ho conosciuto il cafard e la noia. Ma a quel tempo non sapevo che si possono tappezzare i muri coi pensieri. Per me non ci sono più prigioni” ha scritto Ernst Jünger in “Ludi africani”, meditando sulle scritte murarie.
C’è la storia di Roma istoriata geologicamente su muri dei palazzi, una evoluzione e una scomparsa, nell’epoca del digitale, quando la voce spray politica si rinsecchisce e viene sostituita in vasta parte da slanci egotici, tag, graffiti e proiezioni individuali di arabeschi postmoderni.
Nel capolavoro di Elio Petri, “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” con uno straordinario Gian Maria Volontè nei panni del poliziotto-assassino, alcuni poliziotti di un ufficio politico di una Questura italiana catalogano il numero di scritte politiche apparse sulle mura cittadine.
“L’anno scorso i Viva Mao arrivarono a tremila. Ho Chi Minh arrivò a diecimila. Che Guevara mille. Marcuse undici: Viva e Abbasso. (…) Per l’anno in corso, si prevedono diecimila evviva Mao, cinquecento Viva Trozkij e una decina di Viva Amendola. E forse ancora un cinque-seicento Viva Stalin”.
E se tra gli anni Sessanta, Settanta e fino agli Ottanta, abbondavano gli scontri e la dialettica per interposto pennello tra rossi e neri, per quelle mura passavano anche messaggi più propriamente elettorali e inviti al voto. D’altronde in assenza di comunicazione digitale, ogni spazio si faceva trincea.
Talmente tante, talmente creative, in altri casi violente, da diventare oggetto di attenzione libraria. Nel 1974, per la Beniamino Carucci editore, venne pubblicato il volume “Le scritte sui muri”. Più di recente, la Galleria Il Museo del Louvre, di via della Reginella, ha dedicato un’ampia mostra “dalle scritte sui muri al graffitismo” che partendo dalle incisioni e dalle scritte di epoca classica risale su su passando per gli anni Trenta, Quaranta, per la guerra e poi per gli anni Sessanta e Settanta: testimonianze come “Nixon libera Angela Davis”, in un ideale gemellaggio tra vernice nera italiana e attivismo afro-americano, “Io non lavoro”, presa di posizione autonomo-surrealista che, precorrendo i tempi, scopriva il senso dell’ozio, “Basta speculatori”, nel cuore periferico di Tor di Nona e della Borgata Palmarola ad evocare la lotta per la casa.
Durante le riprese di “Esterno notte” di Bellocchio scendendo dalla Balduina verso il Tribunale penale ci si imbatteva in elefantiache scritte riproposte per esigenze filmiche. Ancora oggi si scrive, ma c’è meno politica, più evanescente, abbonda invece la rivendicazione personale, il riscatto gridato, la contrapposizione tra decoro urbano e necessità di non silenziare l’individuo. D’altronde, muri puliti, popoli muti.