ROMA CAPOCCIA
Le donne di Rebibbia debuttano al Teatro Nazionale con Shakespeare
Il laboratorio teatrale fondato da Francesca Tricarico debutta fuori da carcere con una riscrittura dell’Otello al femminile, in collaborazione con il Teatro dell’Opera di Roma

Il teatro dell’Opera di Roma(LaPresse)
Quella de “Le Donne del Muro Alto” è una storia di bellezza, commozione e partecipazione. Il racconto di persone dimenticate da tanti e rese di nuovo consapevoli e restituite a una dimensione di presenza e dignità. Ci troviamo all’interno del carcere di Rebibbia, nella sezione femminile, dove un gruppo di detenute si cimenta settimanalmente con il teatro. “Le Donne del Muro Alto” è una compagnia nata nel 2013 per volontà dell’attrice e regista Francesca Tricarico e, dal 2020, attiva anche con donne in misura alternativa. “Il carcere annulla la maggior parte delle relazioni – dice Tricarico –; il teatro, nella sua natura più profonda, è relazione. Con se stessi, con il personaggio, con il testo, con i compagni e con il pubblico. Fare questo in un luogo dove la relazione è recisa significa tentare di ricucire gli strappi”.
In questi anni, l’obiettivo primario è stato far sentire le detenute, prima di tutto, persone, offrendo loro una possibilità di riscatto anzitutto esistenziale. “Molte donne si sono sentite dire sin da bambine: ‘Tu non capisci, tu non sei capace’”, afferma la regista. Le donne coinvolte nel progetto frequentano un laboratorio che lavora sul testo, sulla scrittura, ma soprattutto sulla parola. “Nel carcere si avverte con forza il potere manipolatorio della parola. La usi con i compagni, con le istituzioni, in un processo, in famiglia; è ciò che condiziona la vita”. Gli spettacoli presentati all’interno dell’istituto penitenziario sono stati tanti, ma questa sera, per la prima volta, “Le Donne del Muro Alto” debuttano al di fuori del penitenziario. L’appuntamento è al Teatro Nazionale, alle 18.30, con uno spettacolo in collaborazione con il Teatro dell’Opera. Clizia F., Dorota B., Irina M., Maria F. e Lucia D. saranno insieme a Luana Basilico e Bruna Arceri e ad alcune artiste di “Fabbrica” – Young Artist Program del Teatro dell’Opera: il soprano Jessica Ricci e la pianista Elettra Aurora Pomponio. “C’è grandissima attesa da parte delle ragazze – continua Tricarico –; molta ansia da prestazione ed emozione, perché in sala ci saranno i loro familiari, figli, genitori, che normalmente incontrano dietro le sbarre”.
“Desdemona – Studio I”, scritto e diretto dalla stessa Tricarico, è uno spettacolo che affronta il tema delle guerre: quelle interiori e quelle esteriori, sotto gli occhi di tutti. Il tentativo è non abituarsi e rassegnarsi a questo scenario di morte. Protagoniste dello spettacolo sono donne sospese tra condanna, sopravvivenza e rimozione, che acquistano voce in una fusione e riscrittura dell’Otello di Shakespeare con l’Otel lo di Verdi. A fare da cornice la vicenda storica della nave Lady Juliana, che nel XVIII secolo trasportò circa 250 donne deportate dall’Inghilterra verso le colonie australiane. “E’ uno spettacolo che non prevede movimenti ampi perché proviamo in luoghi piccoli e la presenza è esclusivamente femminile - dice Tricarico - Nella prima parte Desdemona pronuncia parole che richiamano Shakespeare; poi, nel suo sviluppo, assume le parole di Otello. Sono scelte importanti che possono creare (volutamente) disagio: la detenzione femminile suscita fastidio, perché le donne pagano due volte, per il reato e per il fatto di essere donne”.
“Desdemona – Studio I” vuole allora essere l’occasione per dire che c’è speranza anche per chi sbaglia, che la pena non è l’ultima parola su una persona e che l’arte e la bellezza possono cambiare chiunque. “Le detenute coinvolte desiderano proporre uno spettacolo artisticamente di valore e degno del palco che ci ospita – conclude Tricarico – proprio per questo, tutte le attrici coinvolte sono retribuite. L’emancipazione passa anche attraverso la dignità del lavoro”.
