Spring Attitude, quindici edizioni per diventare istituzione senza smettere di ballare

Da un martedì sera a Testaccio alla coproduzione con Eur Spa: la storia di un festival che ha seguito Roma quartiere per quartiere. Intervista al direttore artistico e fondatore Andrea Esu

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Federico Carnevale©

La Nuvola si toglie il gessato di Confindustria e mette le sneaker. Spring Attitude apre la sua quindicesima edizione venerdì 29 maggio al Centro congressi dell’Eur, con Nu Genea, Tony Pitony, i Parisi, okgiorgio, tra gli altri. Prosegue sabato con il dj giapponese Yousuke Yukimatsu, Motta, i Mind Enterprises... È la prima volta da anni che il festival si fa davvero in primavera: il nome era da tempo una promessa sospesa, un’attitudine dichiarata a prescindere dal calendario. Andrea Esu, direttore artistico e tra i fondatori, racconta questo ritorno alle origini come una cosa quasi inevitabile.
Le origini sono a Testaccio. Anno 2002, in “uno spazio sotto Monte dei Cocci, una via che era un locale dopo l’altro. Quelle serate si chiamavano L-Ektrica, capienza cinquecento persone, ma all’inizio erano una decina, tutti parenti e amici”, dice. “Il format però era già quello: ogni martedì sera un ospite, italiano o internazionale, dj-set o live. Un modello preso dalle serate londinesi – al Trash, al Fabric, il circuito electroclash – e trapiantato in una Roma che di quella roba aveva poca dimestichezza”. Così è nata, per lento accumulo, la prima edizione del festival, che si chiamava ancora L-Ektrica Spring e si tenne allo Spazio 900 all’Eur: millecinquecento persone, una band electro rock, i dj e uno spettacolo audiovideo. Non era ancora un festival, ricorda Esu, ma ne era già “l’embrione”.
La crescita ha seguito la città. Prima le sale del Maxxi per le aperture del giovedì poi, dopo la pandemia, la vera svolta con l’approdo a Cinecittà: più capienza, più investimenti e il salto di scala. E infine – il cerchio si chiude – il ritorno all’Eur, dall’anno scorso, ma stavolta nei sotterranei del cubone di vetro e acciaio di Fuksas. Ogni sede, un momento diverso del progetto: dalle serate d’esordio nel ventre popolare e notturno della città ai primi veri approcci festivalieri al Flaminio, l’avanguardia istituzionale del museo. Poi la periferia cinematografica dell’Appio Latino e infine la nuova location, bassi pieni e razionalismo congressuale. “Una crescita costante ma lenta”, ricorda Esu. “Non abbiamo mai fatto il passo più lungo della gamba. Ci sono realtà che da molto meno tempo si affermano: mi viene in mente il festival La Prima Estate, a Camaiore”.
La lentezza è anche una scelta di sopravvivenza. Spring Attitude non ha investitori esterni. “A rischiare soldi siamo noi soci, non una grande multinazionale”. Il modello di riferimento dichiarato non è mai stato il festival italiano tradizionale – “dieci giorni su un palco, un artista a sera” – ma il weekend europeo con più palchi, più generi, più atmosfere. Primavera Sound, il Sónar. Eventi che Esu frequentava da giovane con un misto di ammirazione e invidia confessata. “Abbiamo sempre detto: questi sono più fighi, fanno le cose meglio”. E allora – provocazione – perché non puntare a Milano? Che ha più infrastruttura, una club culture radicata, un pubblico internazionale, mentre la Capitale tende a fagocitare tutto e non restituire niente. “Espandersi come l’impero romano? Bell’idea, ma devi fare i conti con la realtà. Già facciamo tanta fatica qui. Probabilmente abbiamo poca visione imprenditoriale”, scherza (ma non troppo) Andrea Esu. “Roma non è stata una scelta ideologica ma un dato di fatto: qui abbiamo rapporti con gli artisti e i promoter locali. Là c’è il rischio di ‘pestare i piedi’ in un territorio non tuo”. Ma è una provocazione, appunto. Perché oggi Spring Attitude vince il bando del Fus, ha il patrocinio della Regione Lazio e la coproduzione con Eur Spa, partecipata dal Campidoglio. “Dopo tanti anni di gavetta, in cui Spring si è affermato presso il pubblico – l’anno scorso abbiamo raggiunto le diciottomila presenze – adesso è riconosciuto anche dalle istituzioni. C’è stato un bel salto”, sostiene Esu. Il day 1 è già sold out. “Qualcuno rimarrà fuori”, dice, “però rimane fuori chi si sveglia troppo tardi”.
“A Spring c’è quest’aura europea, quella sensazione di stare un po’ all’estero fra gente che ama la musica”. E’ il rovescio dell’invidia giovanile di Esu per Primavera e Sónar: il festival, a forza di ammirare i suoi cugini europei, è diventato uno di loro.
Il 29 e 30 maggio, alla Nuvola, sarà davvero primavera. E Roma non avrà niente da invidiare a nessuno.