Roma bella anche in periferia

Nel libro di Stefano Caviglia i quartieri popolari della Capitale diventano la chiave per leggere una città dove il confine tra centro e periferia non segue le distanze, ma identità sociali, memorie collettive e trasformazioni urbanistiche

23 MAG 26
Ultimo aggiornamento: 09:07 | 25 MAG 26
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“Un confine incerto separa il cuore della città più bella del mondo dai quartieri che ha intorno" scrive Stefano Caviglia in "Roma bella in periferia”, pubblicato da edizioni Intra Moenia e che reca come opportuno sottotitolo “Storia e luoghi dei quartieri popolari”. Quella della periferia romana è una storia tanto complessa, quanto labirintica e a modo suo caotica; seguendo la storia urbanistica e sociale della Capitale ci si imbatte in intere aree un tempo considerabili periferiche in maniera evidente ormai inglobate, col passare del tempo e con l’accatastarsi di edifici, arterie stradali e linee metro, in un magma sempre più indistinto. Se dicessimo, nota Caviglia, a un abitante di Prati che abita in periferia, probabilmente scoppierebbe a ridere o ci prenderebbe per dei provocatori. In effetti, se ragionassimo per mere distanze apparirebbe asserzione assurda: Prati è ad appena un chilometro in linea d’aria da Piazza del Popolo. Ma a Roma la mobile frontiera, sovente evanescente, che separa il centro dalla periferia non poggia sulle distanze, quanto piuttosto su definizioni umbratili. Magari antiche come quelle segnate dalle Mura Aureliane. Ma quello delle mura è un elemento ormai sorpassato e che, scrive Caviglia, può servire giusto per calmierare la tariffa taxi.
Non c’è dubbio alcuno che oggi, parlando di periferia ci verrebbe da pensare solo a quartieri situati fuori dal Gra, le nuove Mura Aureliane dell’epoca del cemento, o a quelle zone che pur dentro l’anello viario per conformazione, tradizione popolana, verrebbe da dire borgatara, sembrano cantare l’ontologia sfumata della periferia. In altri casi, il paradosso si rovescia: quartieri nuovi, edificati negli anni venti del XX secolo, come Garbatella, nonostante insistano a distanze eguali a quelle di quartieri a ridosso dell’area centrale, sono percepiti come periferici o, volendo, non esattamente centrali. Quindi no, non la distanza o le mura ma la consistenza di quartiere popolare e popolano.
Questa premessa è necessaria, perché altrimenti il lettore potrebbe sperimentare la medesima vertigine dell’abitante di Prati tacciato di essere periferico. Sfogliando le pagine, leggendo la storia di San Lorenzo, Testaccio, Monte Sacro, ci si può domandare come sia possibile considerare quei quartieri periferici come lo potrebbero essere San Basilio o Tor Bella Monaca o Primavalle. Questo non significa che abbiano la stessa storia, come se la periferia fosse un cosmo popolato dal medesimo tipo umano e contraddistinto dalle stesse tematiche di ordine sociale, architettonico e storico. Ma sono tutti quartieri affratellati dall’essere o esser stati popolari, destinati cioè a precisi ceti produttivi.
Quelli che tratteggia Caviglia sono scorci legati tra loro nello scolpire l’altra Roma: quella Roma fuori dal radar del solito turista sbracato, quello pigro, frettoloso, coi sandali e lo yogurt scremato consumato sui sedili posteriori di un taxi, e per cui Fontana di Trevi e il Colosseo esauriscono il vedibile. Ma è una Roma a misura anche di tutti quei romani che danno per scontata la loro stessa città.
Le storie di quartieri come Pigneto e Centocelle, soprattutto per i romani e per gli stranieri che ne vivono le giornate e le notti di movida in spillover rispetto l’overbooking carnale di San Lorenzo, meritavano di essere conosciute. Come la tensione permanente, con tanto di scontri, tra abitanti di un quartiere, la Garbatella, e un regime che volle farne cartolina delle proprie politiche, nell’epoca dei grandi sconvolgimenti urbanistici e antropici della città. Il piccone fascista, certo, ma soprattutto le colate laviche edificatorie d’epoca, l’inurbamento frettoloso in borgate sorte nella cintura esterna, come Prenestina, Pietralata, Quarticciolo, Tiburtino III, Tor Marancia, e poi le speculazioni edilizie e le nuove borgate post-belliche che hanno consolidato un cubo di Rubik caotico e slabbrato. La Roma di oggi.