Antonello Fassari, dal Compagno Antonio al “Cesare” dei Cesaroni

A un anno dalla morte dell'attore romano, i Cesaroni lo omaggiano ripetendone la frase “che amarezza” a conclusione di una telefonata e con il primo ciak della nuova serie, sul quale è scritto "Ciao Antonello". Parlando di lui, Claudio Amendola lo ha ricordato come “una delle persone migliori che ho conosciuto nella vita, proprio come uomo”

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23 APR 26
Immagine di Antonello Fassari, dal Compagno Antonio al “Cesare” dei Cesaroni

Claudio Amendola (D) e Antonello Fassari in una scena de "I Cesaroni". Foto Ansa

Forse aveva ragione T. S. Eliot quando ne La terra desolata decretava aprile come il mese più crudele, con quella sua stordente capacità di sintetizzare passato e futuro, vitalità e morte, oblio e memoria. Antonello Fassari, attore incarnazione di una romanità trascendente la pur meritata popolarità arrisagli coi Cesaroni, è scomparso proprio ad aprile, lo scorso anno. Condividendo il mese di decesso con un altro gigante di Roma fatta celluloide e interpretazione, Aldo Fabrizi. A separarli, pochi giorni. A unirli, l'imitazione che Fassari propose della sorella di Aldo, la mitica Sora Lella. Lo fece ad Avanzi, e Lella Fabrizi non apprezzò particolarmente. Si sentì presa in giro, sminuita, “mi fai brutta” si lamentò con quel piglio da nonna romana, un po’ come avvenuto ad Alberto Sordi con l’imitazione di Max Tortora. Però fecero pace. Inevitabile. Entrambi sanguigni, bonari. Romani.
Fassari, nato nell’ottobre del 1952, si diplomò all’Accademia nazionale d’arte drammatica “Silvio D’Amico”, manifestando da subito una grande passione per il teatro, che coltivò per tutta la vita: interpretò Mastro Titta in Rugantino al fianco di Enrico Montesano e Serena Autieri, il vecchio partigiano Renato in Farà giorno, e trasformò in personaggio teatrale il suo alter ego più conosciuto, il Cesare de I Cesaroni, nello spettacolo Che amarezza — autofiction tratta dall’iconica battuta divenuta simbolo della serie, condivisa con Claudio Amendola, Max Tortora, Elena Sofia Ricci, Maurizio Mattioli e gli altri. Ma è la televisione a farne un volto immediatamente riconoscibile. I Cesaroni, certo, ma prima Avanzi, nel quale dà il volto alla Sora Lella e a Giuliano Ferrara, e soprattutto al Compagno Antonio, militante comunista rimasto in coma dal 1973 e risvegliato nel 1993 in un mondo che non riconosce più. Un ruolo non così lontano dal turista comunista ossessionato da Berlusconi che Fassari interpreta nel cult dei Vanzina Selvaggi, assieme a Cinzia Leone, Leo Gullotta, Ezio Greggio e Monica Scattini. E proprio su questo genere di cinema resta memorabile la finta telefonata registrata da Fassari durante le riprese de Le finte bionde di Carlo Vanzina, 1989: nello sketch, dice al creditore che può incassare l'assegno perché con quella parte il conto è coperto. Un modo ironico per smontare le faide tra cinema alto e cinema basso, tra intellettuali contorti senza incasso e presunti demagoghi dalle tasche gonfie.
Fassari è stato diretto da Monicelli, Marco Risi, Mazzacurati, Lizzani, Scola, Steno, Rubini, Sollima e da Michele Placido in Romanzo criminale. Il suo dolente, stanco e spietato Ciro Buffoni resta una delle manifestazioni più vere di una certa romanità, prima che la romanità divenisse trademark oleografico per polemiche sulle parlate del cinema e delle serie TV. E non si può non pensare alla curiosa sincronicità di aprile, col ritorno in televisione dei Cesaroni, che omaggiano Fassari ripetendone la frase “che amarezza” a conclusione di una telefonata. Ma l’omaggio più intimo è il primo ciak della nuova serie, sul quale è scritto “Ciao Antonello”. La commozione di Claudio Amendola non si è attenuata: ancora di recente, parlando del ritorno della serie e visibilmente scosso, ha ricordato Fassari come “una delle persone migliori che ho conosciuto nella vita, proprio come uomo”.