“Cosa accadrebbe se...” a Roma ci fosse il lockdown energetico

Poco smart working, distanze immense e mobilità intermodale che non decolla. L’esercizio mentale non dà un buon esito

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18 APR 26
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© foto Ansa

Roma. Don DeLillo nel suo romanzo ‘Il silenzio’ ha immaginato un mondo che d’un tratto perde la sua elettrificazione, il suo slancio vitale energetico e, semplicemente, drammaticamente, si spegne. Niente più computer, telefoni, luci, radar, una sorta di silente collasso che avvolge come un sudario di tenebra i protagonisti. I romani sono già angosciati a sufficienza dalla quotidianità, potrebbe obiettarsi, senza bisogno di gettarsi nella coltre della distopia. Questo non vuole però essere un esercizio di terrore ma un gioco mentale del tipo ‘cosa accadrebbe se’: ovvero quel genere di domanda che pianificatori, organizzatori, dirigenti e persino i politici dovrebbero porsi ogni singolo giorno, immaginando le risposte, traducendole su carta e tenendole nel cassetto. Nel caso che… Il lockdown energetico è uno spettro che aleggia sul mondo, e le vicende geopolitiche, con scarsi avanzamenti diplomatici, affrescano un quadro che sarebbe il caso di porsi, soprattutto per l’impatto su una città come Roma. I dati Istat sul tasso di motorizzazione, numero di veicoli circolanti in relazione ai dati demografici, lasciano poco spazio all’immaginazione: Roma è invasa da un esercito di lamiere che ogni singolo giorno si inabissa lungo strade sempre meno adeguate. Flussi che spingono dalle periferie verso il centro, un centro sempre più sfilacciato e vasto, urbanisticamente inghiottito da aree un tempo periferiche e oggi, per magia, risvegliatesi nel tumultuante cuore della gentrification.
Roma è una città con troppe macchine, scarso decentramento dei palazzi istituzionali, i quali sono magnete che trascina quel metallo verso il centro, e non perfezionate modalità alternative di organizzazione del lavoro per evitare il sovraffollamento viario. Da anni, le strutture pubbliche si interrogano sulla necessità di dotarsi di spazi di coworking: sono spesso alle prese con funzionari che impiegano più tempo per arrivare a Trastevere o a via Veneto dal Prenestino o dal Tiburtino piuttosto che da Napoli. Ed allora sembrerebbe buona idea decentralizzare la propria presenza, senza necessità di aprire filiali ad hoc di un ministero o di una agenzia, ma posizionando semplicemente contingenti di dipendenti in spazi adeguati alle esigenze lavorative. Alcune realtà, tra queste il ministero dell’Interno, hanno avviato sperimentazioni, ma siamo, appunto, ancora allo stadio embrionale. D’altronde, l’altro tassello per decongestionare le strade o rendere possibile spostarsi nel caso di scarsità di benzina, o di salassi economici per procurarsene, ovvero la mobilità alternativa ha conosciuto nel corso degli anni significativi passi avanti, ma in un quadro generale che resta problematico: Roma è una città espansa in orizzontale, con distanze tra le periferie e la cintura centrale non percorribili con biciclette o monopattini.
Che qualcuno possa andarsene a lavorare in bicicletta ogni mattina da Acilia o da Torrevecchia in centro o all’Eur, solo se si immagina una futura partecipazione al Giro d’Italia. Certo, ci si può spostare a segmenti; la bici fino ad un certo punto, e poi i mezzi pubblici, come il trasporto intermodale comanda. Ma la città, questa città, è davvero pronta a reggersi quasi esclusivamente su questa modalità di spostamento, laddove la benzina dovesse iniziare a divenire proibitiva? In realtà, lo si capisce, tutti questi aspetti andrebbero tra loro combinati, aggiungendo per chi può anche lo smart working, contro il quale resistono in alcuni casi antichi pregiudizi. Ed è piuttosto incredibile, Roma in questo è un ottimo case-study, che tutto poi diventi d’improvviso emergenza, nonostante con pianificazione e organizzazione, per tempo, quando cioè gli scenari appaiono solo fumosa fantascienza, si potrebbero lenire problemi di non poco momento. Come consentire alla gente di andare a lavorare e di mandare avanti i servizi e la vita.