Roma Capoccia
Guerra cognitiva, un convegno che ci invita a prestare attenzione
Dalla disinformazione agli algoritmi che polarizzano le menti, il nuovo fronte passa per la percezione umana. Esperti e istituzioni avvertono: senza educazione e difese diffuse, la società resta esposta. Roma, anche solo per la vicinanza ai Palazzi dove si prendono le decisioni, era il posto giusto per l’evento
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9 APR 26

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Roma. Guerra cognitiva, termine in apparenza esotico ma dalla stringente e preoccupante attualità. È un bene che se ne parli ed è bene che lo si faccia a Roma, dove la prossimità anche solo geografica con il cuore del circuito decisionale e politico-amministrativo ci si augura possa conciliare una seria riflessione destinata a tradursi in atti concreti. Il termine è stato coniato nel 2017 dal generale dell’aviazione americana David L. Goldfein e indica quella strategia multi-dominio che attraverso mezzi, strumenti e azioni, sovente connessi al digitale, ambisce a influenzare la dimensione cognitiva e i comportamenti dell’essere umano per garantire al nemico un vantaggio. La John Cabot University, nell’ambito delle sue Kushlan Lectures e in collaborazione con la Polizia Postale e per la Sicurezza Cibernetica ha organizzato una giornata di studi, in Confcommercio, il 31 marzo scorso. Significativo il titolo, “Cognitive warfare: technology threats impacting our cognitive ability”. D’altronde, di recente, lo stesso Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Consiglio supremo di Difesa hanno rimarcato i rischi dell’apertura di questo nuovo fronte, con un conflitto giocato nel profondo della mente degli esseri umani. Nel dicembre 2025, la direttrice dei servizi di intelligence britannici, Blaise Metreweli, ha dichiarato come ormai la linea del fronte sia ovunque. Non si tratta più e solo di massivi processi di disinformazione e di fake news, implementati anche dallo sviluppo accelerato dell’intelligenza artificiale, ma di una continua opera di polarizzazione della mente umana, spesso sollecitata da algoritmi sempre più caotici e mobilitanti.
La guerra cognitiva può concernere una dimensione sociale, mirando a disarticolare la società e a condizionare il circuito elettorale e l’opinione pubblica, ma può anche immergersi in una dimensione di gruppo, mettendo categorie contro le altre, oppure ancora può arrivare a un livello quasi microfisico, da dimensione individuale, come i recenti casi di cronaca nera registrati a Bergamo e Perugia insegnano. In molti casi, come ricordano David Colon in ‘La guerra dell’informazione’ (Einaudi) e Jessikka Aro in ‘La guerra segreta di Putin’ (Neri Pozza), dietro questi fenomeni vi sono attori statali ostili. I lavori sono stati introdotti dal presidente della John Cabot university, Franco Pavoncello, e moderati da Nicole Tholens, professoressa associata di Relazioni internazionali. La platea, particolare significativo, era gremita e composta non solo da studenti e da studiosi di intelligence ma anche dal personale della polizia postale, ormai da tempo in prima fila nel contrasto al fenomeno. Ivano Gabrielli, direttore del servizio polizia postale, ha sottolineato come l’inquinamento del dibattito sia ormai una realtà e come, del pari, “si stanno costruendo meccanismi per rispondere, ma la risposta reale e strutturata ancora non c’è. La soluzione potrebbe essere quella di creare delle capacità diffuse nella cittadinanza formandola a riconoscere determinati campanelli d’allarme, sin dalla giovane età”.
A seguire, la professoressa Janet Blatny, Consigliere Speciale della Nato. “Immaginate”, ha esordito “un’Ia come ChatGpt che dà risposte agli utenti in linea con la narrativa russa dei conflitti globali: quanta disinformazione e influenza anti-occidentale possono derivare da ciò?”. Gli impatti psicologici della guerra cognitiva sono stati da ultimo affrontati dalla professoressa Anna Maria Giannini, direttrice del dipartimento di Psicologia dell’università La Sapienza. “Un elemento fondamentale della guerra cognitiva – ha spiegato – è il conflitto cognitivo, che risulta spesso in incertezza causata da esposizione a diverse versioni dello stesso evento sui social media. Il pericolo qui è la tendenza dell’individuo a scegliere la versione che più si sposa con le sue convinzioni precedenti”. Tempo di prestare attenzione, sul serio.