roma capoccia
La città eterna è diventata città della monnezza, dal Grand Tour agli studi di Gibbon
La capitale è avvolta dalla coltre degli incendi, annegata nella marea di rifiuti che la popolano: nulla di nuovo, i problemi erano anche agli occhi di autori come Goethe e Taine. La metropoli sembra condannata da sempre all'indifferenza
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9 JUL 22

(Foto di Ansa) <br />
Mentre l’aria della Valle Galeria andava ispessendosi, in una coltre nera e rossina di fiamme e fumo, con il Tmb di Malagrotta trasformato in un tizzone, si è riaccesa la polemica, mai sopita, sul ciclo dei rifiuti nella Capitale. Città dalla Tari assai elevata e che pure vede le proprie strade, dalle estreme periferie al centro storico, annegate in un oceano di sacchi gettati alla rinfusa e di cassonetti debordanti, Roma continua ancora oggi ad avere un rapporto scarsamente pacifico con la pulizia urbana: preda di insondabili politiche Nimby e di un ceto politico che negli anni ha preferito solleticare idiosincrasie locali, senza visione complessiva cittadina e senza un progetto anche solo di medio futuro, con una società partecipata come Ama la cui situazione aziendale e finanziaria è stata affrescata in maniera impietosa dalla Corte dei conti pochi mesi fa, Roma sembra condannata in modo inesorabile a replicare un passato che, sia detto senza facili ironie, davvero non passa.
Durante l’epopea del Grand Tour in Italia, che vedeva sciamare intellettuali, letterati e filosofi di tutta Europa speranzosi di ricevere suggestioni dalle reliquie della storia incarnata tra rovine e sommità delle chiese, la città dovette apparire infatti come un conglomerato scarsamente igienico, molto poco curato ma soprattutto di rara, indecente sporcizia.
Durante l’epopea del Grand Tour in Italia, che vedeva sciamare intellettuali, letterati e filosofi di tutta Europa speranzosi di ricevere suggestioni dalle reliquie della storia incarnata tra rovine e sommità delle chiese, la città dovette apparire infatti come un conglomerato scarsamente igienico, molto poco curato ma soprattutto di rara, indecente sporcizia.
Nulla di davvero nuovo sotto il sole, o fuori dai cassonetti, verrebbe quindi da dire. Scrive Hippolyte Taine nel suo Viaggio in Italia, “tutto ciò che io vidi dalla vettura durante il tragitto era ributtante; luride straducole pavesate con biancheria sporca o esposta ad asciugare, vecchie costruzioni nerastre, imbrattate da infiltrazioni grasse, mucchi di immondizie, bottegucce, stracci, e su tutto, un’acquerugiola fine e tediosa”.
Analogamente Goethe, colto da una autentica cupio dissolvi non appena giunto a Roma, arrivò a dare libero sfogo a considerazioni dalle quali traspariva il grandioso e patetico contrasto tra il silenzio siderale della città delle rovine e la città contemporanea, rozza, vociante, ma soprattutto sporca.
Ed invero questo contrasto era già all’epoca talmente tanto vivo e pungente da significare suprema ispirazione per decostruire analiticamente la decadenza di Roma.
“Fu a Roma il 15 di Ottobre del 1764, quando sedevo pensoso tra le rovine del Campidoglio, mentre i frati scalzi cantavano il vespro nel Tempio di Giove, che l’idea di scrivere del declino e della caduta della città sorse nella mia mente”, annota infatti Edward Gibbon.
Analogamente Goethe, colto da una autentica cupio dissolvi non appena giunto a Roma, arrivò a dare libero sfogo a considerazioni dalle quali traspariva il grandioso e patetico contrasto tra il silenzio siderale della città delle rovine e la città contemporanea, rozza, vociante, ma soprattutto sporca.
Ed invero questo contrasto era già all’epoca talmente tanto vivo e pungente da significare suprema ispirazione per decostruire analiticamente la decadenza di Roma.
“Fu a Roma il 15 di Ottobre del 1764, quando sedevo pensoso tra le rovine del Campidoglio, mentre i frati scalzi cantavano il vespro nel Tempio di Giove, che l’idea di scrivere del declino e della caduta della città sorse nella mia mente”, annota infatti Edward Gibbon.
C’è da dire che la recente notizia di un tour virtuale, a bordo di un bus, per gustarsi la riproduzione della maestà della Roma di duemila anni fa, tra intelligenze artificiali e l’ausilio di fragranze, odori e elementi acustici per rendere l’esperienza il più reale possibile, innestata in un contesto sempre più evidente di una città alla deriva, riproduce benissimo quel contrasto che già i viaggiatori del XVIII e del XIX secolo sperimentarono arrivando a Roma.
Nonostante l’idea abbia scatenato prevedibili ironie, seconde forse solo a quelle sulla città in quindici minuti, essa è innestata perfettamente nell’ enigma che si trascina stancamente lungo il corso dei secoli: Roma, città fuori dal tempo, sembra antropologicamente condannata all'indifferenza alla risoluzione complessiva dell’atavico problema della sporcizia e della raccolta dei rifiuti, preferendo concentrarsi sulla contemplazione del proprio ombelico.
Non si assolva frettolosamente il popolo romano, la cui caratura, fatalista e obliqua rispetto allo scorrere delle epoche, è una delle cause del problema, se non altro per essersi scelta, tramite elezioni, delle classi governanti palesemente inadeguate e dal respiro cortissimo.
Almeno però, nei secoli scorsi c’era la scusa dello scarso progresso tecnologico e della instabilità politica tra moti carbonari e tendenze risorgimentali che fecero di Roma laboratorio politico e poi campo di battaglia.
Oggi invece quale sarebbe mai la giustificazione, se non la ontologica svogliatezza delle classi dirigenti e la passiva indifferenza del cittadino medio?
Nonostante l’idea abbia scatenato prevedibili ironie, seconde forse solo a quelle sulla città in quindici minuti, essa è innestata perfettamente nell’ enigma che si trascina stancamente lungo il corso dei secoli: Roma, città fuori dal tempo, sembra antropologicamente condannata all'indifferenza alla risoluzione complessiva dell’atavico problema della sporcizia e della raccolta dei rifiuti, preferendo concentrarsi sulla contemplazione del proprio ombelico.
Non si assolva frettolosamente il popolo romano, la cui caratura, fatalista e obliqua rispetto allo scorrere delle epoche, è una delle cause del problema, se non altro per essersi scelta, tramite elezioni, delle classi governanti palesemente inadeguate e dal respiro cortissimo.
Almeno però, nei secoli scorsi c’era la scusa dello scarso progresso tecnologico e della instabilità politica tra moti carbonari e tendenze risorgimentali che fecero di Roma laboratorio politico e poi campo di battaglia.
Oggi invece quale sarebbe mai la giustificazione, se non la ontologica svogliatezza delle classi dirigenti e la passiva indifferenza del cittadino medio?