Il dibattito grillino sui due mandati e il ricasco sul caso Raggi

Stefàno, Sturni, Iorio e Terranova, più il consigliere del II Municipio Paolo Tabacchi chiedono che si evitino decisioni "ad personam". La parola a Conte
31 MAR 21
Ultimo aggiornamento: 17:29
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Roma. Se si deroga alla regola dei due mandati, il Movimento Cinque Stelle finisce al cinque per cento, è il messaggio che Beppe Grillo ha fatto arrivare alle truppe qualche giorno fa (detta in altro modo: “La regola del tetto dei due mandati deve restare un nostro pilastro”). Ed è lo stesso Grillo che continua a mostrarsi a favore di un bis di Virginia Raggi (“massimo sostegno alla guerriera Virginia”, è il ritornello). Solo che a Roma non c’è unanimità nel M5s sull’operato della sindaca, figurarsi sulla sua ricandidatura. Tanto che c’è chi, tra i Cinque stelle locali, spera in un accordo M5s-Pd sulle primarie allargate, per non dire in un ritiro della candidata (ipotesi difficile, visto il suo attivismo pre-elettorale). E se finora gli oppositori interni di Raggi – i consiglieri comunali fuoriusciti e i consiglieri dissidenti ma ancora nel Movimento come Enrico Stefàno, Angelo Sturni, Donatella Iorio e Marco Terranova – si sono concentrati su metodi e lessico della sindaca e del suo staff, ora gli stessi usano l’arma delle regole originarie, arma potenzialmente più dannosa per una Raggi che cammina sull’orlo del burrone, viste le fuoriuscite che le hanno sottratto la sicurezza della maggioranza. Ed ecco che, dopo l’addio polemico di Iorio e Terranova alla chat dei consiglieri comunali a Roma, sulla scorta delle gaffes dei colleghi su filobus e tombini, ieri è comparso un post a quintupla firma: “La regola dei due mandati”, è il titolo del testo di Sturni, Iorio, Stefàno, Terranova (più Paolo Tabacchi, consigliere grillino al II Municipio): “Il limite dei due mandati rappresenta un tema cruciale per il Movimento, ma al tempo stesso complesso, che a nostro avviso meriterebbe più di una riflessione”, scrivono i dissidenti, ricordando che “la ragion d’esser di questa regola risiede nella necessità di garantire che la politica sia volta al perseguimento del bene comune e non già alla concentrazione di potere”. E siccome poi però, negli anni, sono arrivate le deroghe in nome di questo o quel principio, se il M5s vuole essere “una forza politica in evoluzione”, scrivono i consiglieri, “può anche rimettere in discussione le regole fondanti, ma deve farlo in maniera organica, non “ad personam”: “Non va trasformata un’evoluzione in un’involuzione che porta solo al disconoscimento dei valori fondanti attraverso l’approvazione di deroghe all’occorrenza”. Raggi avvisata; la parola passa al leader m5s designato ed ex premier Giuseppe Conte.