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L’omicio di Luca Sacchi attraverso gli occhi di un grande nerista

Massimo Lugli racconta il delitto dell’estate scorsa, la figura di Anastasiya e una Roma che è sempre borderline

24 Maggio 2020 alle 06:00

L’omicio di Luca Sacchi attraverso gli occhi di un grande nerista

Omicidio luca sacchi - fiori sul luogo dell'omicidio (foto LaPresse)

Roma. “In questa storia l’unica certezza è la dinamica dell’omicidio. C’è una vittima, Luca Sacchi, e un colpevole, Valerio Del Grosso, che gli ha sparato un colpo alla nuca. Tutto il resto è un mistero, nebbia fitta, con molte cose che non tornano, a cominciare dall’arma (la pistola non è mai stata trovata), ai famosi 70 mila euro nello zaino di Anastasiya, di cui non c’è traccia. Esistono solo perché alcuni dei protagonisti ne parlano”. Massimo Lugli è il principe dei cronisti di nera in città, pochi come lui conoscono fatti e personaggi della storia criminale romana. Giovane cronista a Paese Sera e poi in tanti anni da inviato a Repubblica, ha seguito tutti i casi più importanti della “nera” capitolina, da quelli legati alla malavita (banda della Magliana, il canaro) ai grandi gialli come il delitto dell’Olgiata, Marta Russo, via Poma. E’ un’enciclopedia vivente della Roma criminale. Da qualche anno in pensione, non ha smesso di scrivere: sforna libri e il prossimo, in uscita a luglio, sarà “Il delitto di Via Poma” (scritto insieme ad Antonio Del Greco, per Newton Compton), un romanzo con al centro l’assassinio di Simonetta Cesaroni, il 7 agosto 1990.

 

Con lui ripercorriamo la vicenda dell’omicidio di Luca Sacchi: il processo in primo grado è iniziato questa settimana e si annunciano scintille. “Sarà interessante, soprattutto per Anastasiya, donna glaciale ed enigmatica, mi ricorda le protagoniste dei romanzi di Don Winslow. Ma per trasformarsi nel processo dell’anno manca un elemento fondamentale: la suspense. Qui il colpevole c’è già, mentre i grandi processi hanno in comune l’incertezza sull’assassino, col pubblico che si divide in colpevolisti e innocentisti”.

 

La sera del 23 ottobre scorso Luca Sacchi, 24 anni, personal trainer esperto in arti marziali, e la sua fidanzata Anastasiya Kylemnyk, baby sitter di 25 anni, nata a Volochysk (Ucraina), a Roma dal 2003, vengono aggrediti da due balordi, Valerio Del Grosso e Paolo Pirino, ventunenni, davanti al pub John Cabot, in zona Appio Latino. Secondo la versione della ragazza i due vogliono rubarle lo zaino, la aggrediscono, Luca la difende e Del Grosso gli spara. In zona c’è anche un amico delle due vittime, Giovanni Princi, pusher di professione noto alla polizia. Ed è grazie alle intercettazioni di Princi che gli investigatori scoprono che Luca e Anastasiya sono lì per acquistare dai due balordi 15 kg di marijuana per 70 mila euro, che la ragazza porta nello zaino. “Se c’erano, non sapevo di averli, io non ce li ho messi”, dice la ragazza. E ancora: “Volevano il mio zainetto, Luca mi ha difeso e l’hanno ucciso. Luca era il mio amore”.

 

Secondo gli inquirenti, Luca e Anastasiya volevano fare il colpaccio di comprare all’ingrosso e vendere al dettaglio, ma le cose si complicano, perché i due balordi decidono di imbrogliarli. “Gli leviamo i 70 mila e ce ne andiamo in Brasile!”, dicono al telefono. Durante le indagini e nelle primissime fasi del processo, però, viene alla luce l’assidua frequentazione di Luca e Anastasiya con Princi (comunicano con Signal, app con messaggi criptati). Mentre 6 giorni prima del fattaccio, secondo i carabinieri, Luca e “Nastja” si vedono con i due balordi a Casal Monastero. A conferma che l’incontro all’Appio Latino era preparato. Sullo sfondo ci sono intermediari ambigui e i genitori di lui, che avevano accolto Anastasiya come una figlia e si ritrovano davanti una dark lady che non rivolge loro nemmeno un saluto, limitandosi a guardarli freddamente durante la prima udienza.

 

Ci sono tanti misteri. Se Luca e Anastasiya volevano fare il salto di qualità nello spaccio, resta da capire dove hanno preso i 70 mila euro. Si sono rivolti a uno strozzino? O c’è di mezzo un altro personaggio, più grosso, di cui non sappiamo? Senza i soldi manca il corpo del reato. A Roma non è affatto facile far viaggiare 15 kg d’erba. Poi 70 mila per quella quantità mi sembra poco…”, riflette Lugli. Secondo cui, però, siamo nell’ambito della piccola criminalità. “Del Grosso e Pirino vanno all’appuntamento con un’auto a noleggio. Assurdo. Poi un vero criminale non fa sparire l’arma, ma la nasconde, perché, se ti arrestano, può sempre tornare utile farla ritrovare per avere delle attenuanti”, spiega il giornalista. A Roma, comunque, queste cose avvengono. “La malavita romana è anarchica. Tranne Ostia, dove esiste un’architettura mafiosa di controllo sul territorio da parte di alcune famiglie, e la zona est dei Casamonica, nel resto della città ognuno da sempre fa come gli pare. Chi vuole metter su un piccolo giro di spaccio, una batteria, lo fa, senza che nessuno venga a chiedergli conto. Cosa impensabile a Napoli, Palermo, Reggio Calabria. Roma, invece, per antropologia e geografia, non vuole capi. E infatti qui, Ostia a parte, non c’è estorsione, non si paga il pizzo”. Poi c’è lei, Anastasiya. “E’ bella e tosta. Gli inquirenti hanno deciso di lasciarla libera sperando si tradisse: una telefonata, un messaggino. Invece niente. Continua a comportarsi come se fosse sicura che non esista nulla contro di lei”.

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