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“Casu dimettiti”, ci dice Livio Ricciardelli

Per il consigliere del primo municipio di Roma “il segretario del Pd vada a casa. E’ inadeguato”

28 Marzo 2019 alle 10:30

“Casu dimettiti”, ci dice Livio Ricciardelli

Andrea Casu (foto Imagoeconomica)

Roma. “Andrea Casu dovrebbe avere la dignità di dimettersi e presentarsi dimissionario alla prossima assemblea, che spero venga convocata quanto prima”. Livio Ricciardelli, consigliere nel primo municipio di Roma, già candidato alla segreteria romana del Pd nel 2017, non ama la diplomazia. D’altronde, non fa politica per avere degli amici. “Naturalmente – precisa – dietro questa richiesta ci sono delle motivazioni politiche. Non faccio nulla di personale e siccome ero candidato due anni fa mi sento in dovere di intervenire non solo su quello che succede in città ma anche nel mio partito”.

 


Il consigliere del primo municipio Livio Ricciardelli (foto tratta dal suo profilo Facebook)

La federazione romana, dice Ricciardelli al Foglio, “è stata del tutto inerme in questi mesi e in questi anni. E continua a esserlo. A tre settimane dalle primarie nazionali, alle quali hanno partecipato un milione e settecentomila persone, di cui 92 mila a Roma, non si è ancora riunita l’assemblea né, tanto meno, la direzione. Sui giornali di tutto il paese, però, si parla di Pd. L’unico posto dove non se ne può discutere sono gli organi di partito. Ho già chiesto pubblicamente la convocazione di un’assemblea ma se breve non arriverà una risposta formale io inizierò una raccolta firme tra i membri dell’assemblea”.

 

L’assemblea, dice Ricciardelli, andrebbe convocata anche solo per discutere del risultato del 3 marzo. “Poi però bisogna anche superare la segreteria Casu. Io spero che si presenti dimissionario in assemblea. Se non lo farà, siccome non è bellissimo nascondersi dietro un computer lo chiederò io pubblicamente”. Ora, spiega il consigliere municipale, “non sono così autolesionista da pensare che il congresso del Pd di Roma si faccia prima delle Europee. Si può anche aspettare e farlo dopo”. Peraltro, aggiunge, servirebbe anche un gruppo di persone che “gestisca la fase delle europee e anche le feste dell’unità dei prossimi mesi, che si dovrebbero tenere nei mesi estivi”.

“Un gruppo dirigente chiuso a riccio”

La segreteria romana “ha fallito tutti gli obiettivi che si era posta. Non ha resto gli organo di partito attivi. Io invece avevo presentato un ordine del giorno chiedendo che ogni mese fosse convocata una direzione e ogni tre un’assemblea. Non è stato fatto niente di tutto questo. Quindi viene il dubbio che sia tutto voluto, perché se gli organismi non si riuniscono il partito è meno partecipato e se è meno partecipato è meno chiaro dov’è che vengono prese le decisioni. Così il gruppo dirigente si chiude a riccio, diventa settario ed è in grado di controllare le poche leve di potere che gli sono rimaste: rimangono quattro gatti e quei quattro gatti si spartiscono tutto. In questo modo però escludiamo chi vuol fare politica e chi ama il Pd, perché la gente che ama il Pd c’è, come dimostrano le primarie di qualche settimana fa”.

 

Ricciardelli ha calcolato che la direzione non si riunisce da 107 giorni, da dicembre. Sono appuntamenti del genere – la riunione della direzione, la riunione dell’assemblea – che rendono “viva una comunità democratica”. Nel Pd c’è chi sostiene che Casu sia un segretario poco autonomo e Ricciardelli concorda. “D’altronde, Casu ha deciso di candidarsi alla segreteria romana due ore prima della chiusura delle candidature. Durante la campagna congressuale si vantava pubblicamente di essere il candidato della maggioranza del partito nazionale e di esserne una emanazione. Non si è presentato con la sua soggettività, ma in virtù del fatto che c’era un accordo nazionale quando Renzi era segretario. Bene, quella maggioranza lì ora non c’è più. Penso che anche Casu sarebbe d’accordo con questa affermazione”. Quindi, dice Ricciardelli, c’è un partito che non funziona e un segretario che non è più politicamente legittimato. “In più non si capisce dove vengono prese le decisioni”.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

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