Il complotto amerikano sui gabbiani a Roma

Marianna Rizzini

Roma. C’è stato un tempo in cui il sindaco Virginia Raggi, giunta in Campidoglio al massimo delle grandi speranze, per quanto fosse possibile la speranza presso la cittadinanza esacerbata, si sentiva poco compresa, per così dire, dalla stampa italiana (e anzi a volte lasciava percepire lo scontento per il suo essere perseguitata, bistrattata, ingiustamente e troppo preventivamente criticata – e con lei i fan: che vergogna, attaccare il sindaco quando ancora non ha potuto fare nulla). Ma il punto è che nulla è successo, nulla di nulla, a livello di percezione del cosiddetto “degrado” e sfacelo romano, specie a livello di gabbiani (ora anche cinghiali) e sacchi della spazzatura e metropolitana in panne e autobus che arrancano e topi qui e lì in azione (vedi spazzatura di cui sopra). E tanto nulla è il nulla, che all’estero Roma sta diventando un caso. Ma non per partito preso (anzi, i giornali stranieri, nel 2016, per la maggior parte davano grande credito al sindaco, com’era successo per Beppe Grillo in persona a livello nazionale: ecco “la candidata antiestablishment”, ecco una donna alla guida da Roma, titolavano il Times come Le Figaro).

   

Poi però il nulla è avanzato fin sulla soglia degli uffici dei corrispondenti, al punto che ieri il New York Times parlava di Roma come della città eterna, sì, ma anche eternamente invasa dai gabbiani, con tanto di interviste a cittadini sconcertati per il moltiplicarsi dei volatili non vicino alle spiagge ma vicino ai ristoranti (vicino ai quali pure si accumula la monnezza). Sempre il Nyt scrive: “Per migliaia di anni la lupa che nutrì Romolo e Remo, i mitologici fondatori, era stata il simbolo di Roma. Ma nel maggio 2017 l’amministrazione della sindaca Raggi, spesso criticata, mise sulla sua pagina Facebook ufficiale una foto con un gabbiano che spiccava trionfante sul Foro. Pronta la replica dei cittadini: ‘Grazie per aver dato una immagine schifosa della città, sempre più impantanata nella bruttezza’, diceva un commento. L’amministrazione tolse il post, chiese scusa e lo sostituì con le sue procedure per ridurre la presenza dei gabbiani in città”. Ma i gabbiani, sottolinea il quotidiano newyorkese, sono ancora lì, forse per via della chiusura di Malagrotta (ipotesi del Nyt), anche se non è colpa loro (“selezione naturale… godono delle strade ‘all you can eat’ della capitale).

    

Non è il primo, il Nyt. A inizio 2017 il francese l’Express parlava di Roma come della vittima del “disastro populista”, e anche il Financial Times non lesinava critiche (“fiasco” che “fa colare a picco le le ambizioni del M5s”). E sempre più lontani sono i giorni in cui il sindaco poteva dire che era tutta colpa dei predecessori. 

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