Una mattina a Tiberis. L'ultima spiaggia di Virginia

Valerio Valentini

Roma. La signora bionda che da anni, ormai, gestisce la bancarella all’incrocio tra viale Marconi e il lungotevere Dante, deve avere fiutato subito la possibilità di un affare. “Ognuno fa quello che può’”, conferma lei. Ed è per questo che, con gagliardo spirito imprenditoriale, ha modificato il suo spazio espositivo sull’aiuola spelacchiata davanti alla sua casupola di legno dove vende pupazzi e braccialetti di caucciù. Meno oggetti per la casa, le poltrone da salotto spostate in seconda fila, e massima visibilità a ombrelloni, sdraio lettini da mare, col cellophane che ancora li ricopre a testimoniare della recente repentinità del cambiamento. Ma non è vietato introdurne di nuovi, giù? “Per ora sì”, si stringe lei nelle spalle, mostrando un sorriso un po’ sdentato. E non sono, peraltro, gratis, quelle che già ci sono? “Ma che voi, se pò sapè?”, sbotta allora lei, invitando perentoriamente a piantarla, con quell’interrogatorio.

 

Dal marciapiede opposto, intanto, s’avvicina la figura imponente di un uomo palestrato, il primo decadimento dei quarant’anni evidentemente tenuto a bada dall’esercizio in palestra: a torso nudo, i pettorali in bella vista, con le infradito ai piedi e un costume che è un po’ a metà tra il bermuda e lo slip, un asciugamano poggiato sulla spalla, si districa in mezzo al traffico con la perizia e l’irriverenza di chi non attende il rosso per attraversare la strada. E quella che appare come una mal riuscita provocazione dadaista è invece la testimonianza della nuova umanità che da qualche giorno popola questo incrocio perennemente congestionato, pure a metà agosto: Tiberis, d’altronde, è proprio lì, a pochi metri, oltre il cannucciato già sconnesso che fa quel che può per dare una parvenza di buon gusto alla recinzione. (In realtà – lo scopriremo solo dopo – lo spogliatoio c’è, ai margini della sedicente spiaggia aperta con tutta la fanfara d’ordinanza dal Campidoglio sabato scorso, ma è un prefabbricato metallico – tre metri per tre contati a passi con due panche da sagra paesana all’interno – che sotto al sole di mezzogiorno diventa un forno: per cui, chi può s’arrangia diversamente per cambiarsi, e lo fa come il buon gusto e il pudore gli suggerisce).

 

Mentre ci si avvicina al cancello d’ingresso, lo sguardo viene però attratto, da sinistra, dall’insegna mastodontica e fatiscente del “Cinodromo”, con accanto l’altra scritta, imperiosa e decrepita pure quella, che ricorda come qui un tempo ci corressero i levrieri. Un campo da basket malandato, panchine arrugginite e sghembe, un trampolino per skaters mezzo ammuffito: tutto rischiarato da un sole onnivoro che rende lo sfacelo ancora più faticoso agli occhi. Oltre il piazzale, deserto, di via della Vasca Navale, comincia la baraccopoli: vari insediamenti, i cui confini si sono evidentemente espansi, nel tempo, grazie all’arrivo di nuove roulotte adibite a dimore più o meno stabili, che s’aggiungono alle case prefabbricate piuttosto scalcinate. Una donna spazza a terra, due bambine in costume giocano intorno a una piscina gonfiabile. Lungo il vicolo Savini, un assembramento di giovani – di etnia rom, verrebbe da dire: ma l’occhio non è affatto esperto – interrompe il suo parlottare appena vede il passante sconosciuto, e lo scruta, segnalandone l’incedere a qualcuno oltre la recinzione con strane urla. Ma è più squallore, che pericolo; l’insicurezza è solo percepita – un “piccolo sobbalzo nella regione epicogastrico-duodenale”: sovviene Giorgio Gaber a conforto – suggerita da una soggezione che cresce mentre il gruppuscolo s’avvicina, e poi subito si scioglie in nulla. Un suv bianco, Nissan, arriva a tutta velocità: compie due volte, a ruote stridenti, la rotonda in fondo alla stradina, poi riparte con la stessa folle andatura e scompare. Ma anche quello è un attimo. “Fanno caciara, ma so’ tranquilli”, spiega un operaio dell’Ama, nel deposito che sorge proprio là di fianco. “La convivenza ormai è pacifica, da anni”, garantisce. E a parlare con lui e coi suoi colleghi, si capisce subito che per loro questo famigerato “Zorro” – il capo-rom che garantirebbe la sicurezza nella neonata spiaggia – è una figura già mitologica, ma assai evanescente, ma conosciuta solo attraverso i giornali.

 

Ed eccola, Tiberis, la spiaggia sul Tevere arrivata a mezz’estate a tentare di riabilitare la reputazione mediatica di Virginia Raggi, poco dopo il secondo anniversario della sua elezione al Campidoglio. Sul cancello d’ingresso, una donna riccia e bionda, sbracciandosi, trattiene un signore smilzo, in camicia bianca e col capello fluente. “Aoh, mo’ a me Di Maggio (vedi oltre) m’ha veramente rotto il cazzo”, sbotta lei. “Eh, lo so”, allarga le braccia lui. Un'inerzia paciosa accoglie chi entra. L'eco del traffico arriva ma non disturba, da oltre il ponte su cui, affacciati e incuriositi, sostano di tanto in tanto i passanti. I campi da beach volley sono deserti; il pallone lasciato sulla sabbia, sotto rete, sta lì come un invito non raccolto. E’ mezzogiorno: sotto i venti ombrelloni ci sono venticinque persone – età media sulla cinquantina andante; diventano trenta quando ormai è l’una. A proposito, è l’una. “No, non c’è un bar”, chiarisce uno dei due agenti della Municipale seduto ai margini del tappetino di erba non sintetica che segna l’inizio dello stabilimento, e indica i due distributori di bibite e snack. “Danno resto”.

 

Per aprire un chiosco ci sarebbe stato bisogno di un bando, e non c’era tempo; l’inaugurazione della “spiaggia”, già di per sé tribolata, sarebbe slittate a fine estate. “Per quest’anno va così”. Ed è stata grosso modo la stessa fretta a rimandare anche l’installazione di giochi e gonfiabili per i bambini – che infatti, comunque gioiosi, si rassegnano a rincorrersi e tirarsi la sabbia addosso, per poi fiondarsi sotto le docce – così come di una futuribile piscina per adulti. “Ma figuriamoci: con tutti i centri sportivi a pagamento che stanno qui intorno, ma quando ce la faranno avere una piscina gratis, qui?”, s’intromette, col piglio di chi la sa lunga, una signora in bikini. Un'altra fa addirittura i conti: “Una giornata a Ostia mi costava almeno 35 euro, tra biglietto del treno e ombrelloni. Voi mette'?”. La gratuità del tutto, sia pure di quel poco in cui questo tutto si sostanzia, è senz’altro il più condiviso tra i meriti di Tiberis. E fin troppo si potrebbe ironizzare sulla mediocre semplicità delle docce – box di plastica chiusi su tre lati con un getto gelido che non si riesce a modulare né a miscelare – sullo squallore dei bagni e delle aiole, su questa atmosfera che ricorda un po’ la precaria essenzialità delle tendopoli per i terremotati. Basta uno sbuffo di vento più deciso (“Una tromba d'aria? Ah, no, ma pareva quasi”) perché sabbia e polvere si sollevino in una nuvolaglia grigiastra che si protende minacciosa sugli ombrelloni, che traballano pericolosamente sui loro malfermi sostegni; gli occhi graffiano, i teloni che coprono le erbacce sembrano sul punto di squarciarsi, la copertura del gazebo centrale si scuote con forza. Poi la quiete, di nuovo.

 

Ma è evidente che il problema sta, semmai, nelle aspettative create dalla propaganda del Campidoglio, che inevitabilmente risultano frustrate nel constatare che non si tratta certo di una spiaggia, che il Tevere, dalle sdraio, resta lontano e ostile, che della patetica retorica finto-pasolinano costruita intorno all’idea grillina di riappropriarsi del fiume non c’è nulla. E però le persone che qui leggono un libro sotto l’ombrellone, o estraggono dalle loro borse frigo panini e bevande, dimostrano una contentezza sincera. Sono quasi tutti dei quartiere limitrofi, i più arditi vengono dalla Garbatella, e tutti dicono di ricordare lo sfacelo di quest’area prima delle bonifica. “E’ poca cosa, ma è qualcosa”, dicono. “Va perfezionata, ma è un’ottima iniziativa: c’erano ratti e sterpaglia, e adesso c’è questo”. Il più loquace, che più tardi intratterrà la platea discettando di “messa in rete di energia autoproddota” e di “autovelox intelligenti, come a Parigi, dove il limite di velocità è 30 chilometri orari, dovunque”, dice che questo “è un primo passo per riprendersi Roma. C'avemo tutti la smania de scappà, anche se Roma è la città più bella del mondo, e questo perché lì'avemo ridotta a 'na latrina”. “Finalmente – rimarca un signore sui quarant’anni – un progetto anche per noi che siamo lontani dal centro”. E a sentirlo parlare con l’orgoglio risentito dell’emarginato, viene quasi da sorridere per il suo senso distorto della lontananza; ma sorge anche un senso di vertigine nel pensare a quanti chilometri di ininterrotta periferia più o meno percepita ci siano, a sud di qui, prima di arrivare al Raccordo, e poi oltre. “Quelli dei giornali hanno detto che è tutta ‘na zozzeria, ma so’ venduti, so’ pagati dalla sinistra”, insorge la signora riccia e bionda di prima, che si accredita come la presidente del comitato di quartiere “Insieme per San Paolo” (a proposito: il Di Maggio di cui parlava prima, è il dirigente della Polizia Locale; lo smilzo signore in camicia è Silvano Simoni, il responsabile dell’Ufficio Tevere dell’assessorato all’Ambiente). Lei si chiama Stefania Ercolani, e con zelo un po’ posticcio, con una premurosità che è quasi invadente, si sincera che tutti apprezzino Tiberis. “Mica è così male come dicono i giornali, no?”. Ne nasce una discussione in cui tutti concordano: “la Tv è il cancro de ‘sto paese, plagia le coscienze”, “per fortuna che c’è internet”, e “anzi no, perché ormai pure la Rete è in mano ai colossi che fanno accordi coi governi”.

  

Eppure al di là dei cordoni agganciati alle fioriere traballanti, che delimitano i confini della spiaggia, si vedono chiaramente rottami ferrosi e bancali di legno, e poi bottiglie di vetro, lattine, transenne metalliche accatastate: hanno recintato diecimila metri quadrati e hanno provato a renderli aggraziati, ma tutt’introno Roma è sempre Roma. Si risale il viale, sono le due del pomeriggio, e dall’altra parte del ponte, sul Lungotevere San Paolo, resiste un’altra baraccopoli. Bandoni e lamiere come recinzioni su cui, a vernice, sono scritti i numeri civici (54, 52, 50); cisterne di plastica blu adagiate su tetti malfermi, rattoppati con teli di pv e tavole di legno ma impreziositi dall’immancabile parabola. Sul marciapiede, tra le foglie ammonticchiate, altra ferraglia, un passeggino abbandonato, mezzo scassato, taniche di benzina vuote, preservativi. La basilica irrompe quasi inattesa, in mezzo al putridume. Lì di fronte, il parco Schuster dove, due anni fa, i grillini festeggiarono la presa del Campidoglio. “Renderemo questa città bellissima”, gridavano quella notte di giugno.   

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