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Chi è Rupert Murdoch

È uno dei giganti di quella seconda rivoluzione industriale in cui l’informazione è la nuova materia prima da sfruttare. Ha il suo posto nel Pantheon tra Microsoft e Big Mac

13 Novembre 2009 alle 00:00

Chi è Rupert Murdoch

Dopo la riforma elettorale del 1867, con cui veniva concesso il diritto di voto a tutti i capifamiglia adulti, il governo inglese introdusse l’istruzione elementare obbligatoria, perché, dicevano, “dobbiamo imparare a educare i nostri maestri.” E quelle nuove masse alfabetizzate furono una vera “miniera d’oro” per il primo giornale nazionale a diffusione di massa, il Daily Mail. Il suo fondatore, Alfred Harmsworth, più tardi nominato lord Northoliffe, credeva non tanto alla necessità di “migliorare” quella che T.S.Eliot definiva “la massa compiacente, prevenuta e incapace di pensare”, ma piuttosto di “dare al pubblico quello che vuole.” Il suo motto era: “Spiegare. Semplificare. Chiarire.” Era un maestro della promozione pubblicitaria e arrivò a offrire in premio addirittura uno stipendio a vita. Keith Murdoch, il padre di Rupert Murdoch, entrò a far parte della squadra dei giovanotti di lord Northoliffe nel periodo in cui si trovava a Londra durante la prima guerra mondiale; e si portò poi quel tipo di giornalismo in Australia, dove diresse il Sydney Herald Group, e si comperò un proprio giornale ad Adelaide. Rupert Murdoch, che alla morte del padre nel 1953 prese in mano le redini dell’impresa di famiglia a soli ventidue anni, era quindi nato nel giornalismo popolare. L’amore per le corse di cavalli Rupert Murdoch è un formidabile miscuglio dei suoi due nonni.

 

Patrick Murdoch era un ministro della Free Church of Scotland. Secondo i “wee frees” (i piccoli liberi) la Chiesa ufficiale di Scozia non era abbastanza rigorosa nel suo calvinismo, ma allo stesso tempo anche poco liberale in senso sociale e politico; e non abbastanza anti-inglese e anti-establishment. I membri della Free Church erano anche accaniti sostenitori della libertà di stampa. Rupert Greene, il nonno materno di Murdoch, era invece un australiano-irlandese, grande giocatore e dilapidatore di sostanze, sempre sull’orlo della bancarotta per debiti. “Giocava continuamente ai cavalli e alle carte. Era popolare e simpatico, senza il minimo senso di responsabilità. Avevamo una vita familiare molto movimentata,” ricorda Dame Elizabeth, madre di Rupert Murdoch. Rupert Murdoch ha un’etica di lavoro da calvinista evangelico scozzese, ma è soprattutto un grande giocatore d’azzardo. L’ambiente in cui Rupert Murdoch è cresciuto è quello dell’alta borghesia australiana. Douglas A. MacArthur, comandante delle forze armate statunitensi nel Pacifico, usava la casa di campagna della famiglia Murdoch come suo quartier generale. Rupert andò alla Geelong Grammar School (più tardi frequentata anche dal principe Carlo), dove a diciassette anni pubblicava il giornale scolastico. Prima di andare a Oxford lavorò come reporter per il giornale di suo padre e per la English Birmingham Gazette, dove - quasi a premonizione di quello che sarebbe successo poi - scrisse al proprietario consigliandogli di licenziare il direttore.

Al Worcester College, Oxford, Murdoch avrebbe dovuto studiare politica, filosofia ed economia, ma pare si dedicasse soprattutto allo studio del bollettino delle corse. Quando anni dopo donò al College una biblioteca nuova, il suo “tutor” sostenne che Rupert non aveva mai nemmeno messo piede in quella vecchia. “Non è vero,” ribatté Murdoch, “ci andavo sempre a leggere lo ‘Sporting Life’” (il quotidiano delle corse dei cavalli). A Oxford lo chiamavano Rupert il rosso e nella sua stanza teneva un busto di Lenin. Venne però espulso dal Labour Club per avere poco correttamente sollecitato voti per se stesso. Oxford rafforzò in lui l’odio per l’establishment inglese e per le tradizioni come la monarchia. L’Inghilterra non era certo la “patria” di questo tipico nazionalista repubblicano australiano, una specie allora assai rara. Nel 1953 suo padre morì e Rupert tornò in Australia per recuperare, come Telemaco, la sua eredità, che le imposte di successione divorarono in gran parte. Molti di quelli che hanno lavorato con lui fin dagli inizi sono propensi a vedere la sua carriera come il tentativo di non tradire il testamento di suo padre e al tempo stesso di non dirigere, come aveva fatto suo padre col Sydney Herald, un’azienda senza possederne il pieno controllo azionario. Diceva quel testamento: “Desidero che mio figlio Keith Rupert Murdoch abbia la grande opportunità di vivere un’esistenza piena, utile e altruistica nel campo delle comunicazioni e giunga ad occupare in questo campo una posizione di alta responsabilità.”

 

“L’editore ragazzino,” come veniva chiamato
, esordì nella formale, calvinistica Adelaide, capitale dell’Australia meridionale, con giornali come l’Adelaide News, il Sunday Mail, il Radio Call e il Barrier Miner. Dopo di che, cominciò a girare in lungo e in largo i vari Stati australiani a bordo di un Dakota in cerca di altri gior nali da comperare. I giornali piacciono alle banche, perché non hanno problemi di cash flow. I clienti e gli inserzionisti pagano sull’unghia e, come diceva la Commonwealth Bank, “Murdoch non ha mai agito con le sue banche in modo diverso da come dichiarava. Ha sempre onorato tutti i pagamenti.” Il suo primo acquisto nel 1954 fu il Perth Sunday Times e il giornalismo tabloid, il giornalismo sensazionalistico di Murdoch iniziò con titoli come: “Lebbroso stupra una vergine, nasce un mostro”. Poi acquistò il New Ideas Magazine di Melbourne e il Northern Territory News di Darwin. Nel 1956 sposò la sua prima moglie, una graziosa biondina che faceva la hostess d’aereo. Ma Rupert era sempre in giro e giocava ossessivamente d’azzardo, come il nonno Rupert Greene, magari anche a testa e croce coi minatori della grande miniera di Broken Hill (anche lì possedeva un giornale). D’altro canto, come Patrick Murdoch, Rupert non sopportava che i suoi dipendenti portassero camicie colorate e scarpe di camoscio, che commettessero adulterio, raccontassero barzellette sporche e, se erano donne, che portassero i pantaloni.

  


Rupert Murdoch e Jerry Hall alla premiere mondiale del film "Absolutely Fabulous The Movie" a Londra (foto LaPresse)


  
L’Australia degli anni 50 era veramente un “selvaggio West”
, ma “già negli anni 50 bisognava stare nella televisione” e per stare nella televisione bisognava stare in America, dove erano la maggior parte degli otto milioni di apparecchi. “Come proprietario di giornali, dovevi stare in tv per proteggere la tua posizione.” Era come una “licenza di battere moneta.” Murdoch cominciò col Channel 9 ad Adelaide nel 1958 e ne vendette alla ABC il 6% delle azioni pur di avere quello che il pubblico voleva: la televisione americana. Nel 1960 bisognava “uscire da Adelaide, andare a Sydney, Melbourne.” Lì Murdoch entrò in contrasto con tre grossi editori e con Robert Menzies, primo ministro anglofilo del Country Party, il partito conservatore che da tempo immemorabile governava il paese. Murdoch lo accusava di “impedire lo sviluppo del nazionalismo australiano e la crescita fisica dell’Australia.” Murdoch irruppe sulla scena di Sydney prima attraverso dei giornaletti locali, e poi acquistando il Daily e il Sunday Mirror, tutt’e due in perdita, e riuscendo a riportarli in attivo rivolgendosi a un pubblico di lettori meno abbienti, ai quali forniva scandali, sensazionalismo e volgarità. “Ladruncolo spoglia nuda una donna”, era il più classico dei suoi titoli. Il pubblico aveva quello che voleva: sesso e sport. Il primo ministro Menzies impedì a Murdoch di acquistare Channel 10 dicendo in puro australiano: “Non darei a Murdoch nemmeno il vapore della mia piscia!” Ma fu la prima e ultima volta che un politico di un qualsiasi continente sia riuscito a fermare Rupert Murdoch.

 

Murdoch non fece altro che acquistare un canale televisivo locale, il Wollongong, fuori città, e cominciare a trasmettere programmi americani pubblicizzati dai suoi stessi giornali. Iniziava così la strategia Murdoch. Il primo giornale nazionale australiano Nel 1964, seguendo le orme del padre, fondò un suo giornale. The Australian era non solo quello che lui chiamava un giornale “unpopular” (cioè un giornale “serio”, di quelli a tutto formato), ma anche il primo giornale “nazionale” australiano e l’unico a essere pubblicato a Canberra, la Brasilia dell’Australia. “Il suo compito era di collegare Canberra alla nazione e la nazione a Canberra.” Ma “la tirannia della distanza” separava la tropicale Darwin dalla temperata Melbourne: perfino le regole del football erano diverse. Eppure l’entusiasmo indomito di Murdoch riuscì a far funzionare l’esperimento e diede impulso alla creazione della coscienza australiana. “Il lancio dell’Australian fu l’episodio più significativo nel mondo del giornalismo australiano del dopoguerra. Ebbe un grande influsso sullo sviluppo della società australiana e sui grandi cambiamenti dell’Australia dopo il 1972.” E’ stato lo stesso giornale rivale, il Sydney Herald, ad ammetterlo. Nel frattempo Murdoch s’era sposato nel 1967 con una delle sue giornaliste, Anna Tory, e si era trasferito nella sua nuova tenuta a Cavan, vicino tanto a Canberra quanto ai politici. Murdoch era affascinato dalla politica e dal potere che la accompagna e meditava di entrare in quel mondo. In Australia, Nuova Zelanda e Hong Kong era padrone di un impero economico che comprendeva giornali, riviste, libri, tipografie e televisione.

 

Murdoch controllava da vicino tutte le sue aziende, e lo fa ancora oggi, grazie a un libretto azzurro, un registro settimanale dei conti. Nel 1988 riscosse una parte dei suoi interessi televisivi e con questi gettoni che gli scottavano le dita il vecchio giocatore si lanciò nel mondo verso altre conquiste. L’arrivo a Londra nel 1969 Arrivò a Londra nel 1969 con l’aria del cavaliere Bianco, senza macchia e senza paura, venuto a salvare il giornale scandalistico a maggior diffusione in Europa, The News of the World. Soprannominato The News of the Screws (come dire: il Corriere delle scopate), era un giornale della domenica tutto “sesso e conservatorismo”, ma nel 1969 le sue vendite erano calate a 6 milioni di copie. Il suo cavaliere Nero era un personaggio col quale Murdoch avrebbe dovuto incrociare più volte le lame, fino al giorno in cui non “scomparve” misteriosamente dal suo yacht in pieno oceano Atlantico nel 1994. Parliamo di Jan Ludwig Koch, trasformato per magia nel capitano Robert Maxwell, deputato laburista del Parlamento inglese. Maxwell rappresentava tutto quello che la famiglia Carr, proprietaria del News of the World, detestava. Per salvarsi dall’“uomo cattivo” che aveva acquistato il 30 per cento della loro azienda, i Carr permisero a Murdoch di esercitare il suo famoso fascino per comperarsene il 40 per cento dando in cambio certi suoi beni australiani e pagando in contanti solo il 3,5 per cento delle azioni. Dopo di che Murdoch scrisse una lettera a sir William Carr, presidente della società: “Il fatto ovvio e banale, di cui lei sarà certo conscio quanto me, è che una azienda può avere uno solo che comanda. E questa persona, in quanto amministratore delegato (che controlla la maggioranza effettiva delle azioni con diritto di voto) non posso che essere io.” Nel giugno del 1969 Murdoch era presidente.

   
Coi giornalisti della testata fu non meno brusco e deciso.
“Non crediate che abbia fatto tutta la strada dall’Australia fin qui per limitarmi a stare a guardare. Sta a voi accettare o andarvene.” Giustificava questo suo atteggiamento sostenendo che “ dato che il successo o il fallimento di un giornale dipende dalla sua linea editoriale, non vedo perché non dovrei interferire quando vedo il modo di rafforzare tale linea.” La drastica riorganizzazione del giornale e la sua scelta degli articoli gli valse un richiamo da parte del Press Council che “riteneva importante dimostrare a Murdoch che non era così che si agiva in Inghilterra e che la Gran Bretagna non era l’Australia.” Murdoch rispose che “la gente può storcere il naso finché vuole, ma sarò io a conquistarmi le 150 mila copie in più che venderemo.” Da quel momento venne soprannominato Dirty Digger, sporco zappatore. (“Digger” era il termine usato dagli inglesi per indicare gli australiani dal tempo della prima guerra mondiale). L’episodio tuttavia non fece che aumentare il malanimo di Murdoch nei confronti dell’ establishment inglese. Aveva solo due strade: “lasciar correre o vendicarsi.” Con il The News of the World però Murdoch aveva un giornale nazionale e una tipografia che funzionava solo un giorno alla settimana. Gli serviva un quotidiano. Il Daily Herald aveva cominciato come bollettino di propaganda sindacale. Negli anni Trenta era ancora per il 50 per cento di proprietà del sindacato ed era il giornale che vendeva di più.

 

Negli swinging Sessanta il suo pubblico di lettori
, operai con televisione e cultura popolare, era stufo di un giornale serio e impegnato di sinistra e le vendite erano calate da un milione e mezzo a 850 mila copie. Nel 1964 il giornale venne rilanciato col nome socialista di Sun. Fallì anche stavolta, scendendo a 650 mila copie, la IPC - i proprietari che gestivano anche il Mirror, cioè il tabloid inglese che vendeva di più - perse 12 milioni di sterline. Tutti erano persuasi che “nessuna persona sana di mente lo volesse comperare”, e tuttavia la Commissione per i monopoli non permetteva ai proprietari di fonderlo con il Mirror, e i sindacati ne impedivano la chiusura. Lo voleva Maxwell, ma i potentissimi sindacati non accettavano i tagli nei posti di lavoro da lui proposti. A questo punto entra in scena Murdoch. La IPC aveva detto che l’avrebbero dato a Maxwell per niente, se fosse riuscito a venire a un accordo coi sindacati. E Murdoch disse: “Se Maxwell non ci riesce, volete dare una possibilità a me?” Ovviamente non potevano rispondergli di no.

 

Murdoch arrivò all’accordo mettendo uno contro l’altro i due sindacati e comprò il Sun, che avrebbe trasformato in una gallina dalle uova d’oro da 4 milioni di copie. Prezzo d’acquisto: 50 mila sterline a pagamento immediato, rate mensili da 2.500 fino a un totale di 500 mila. Murdoch voleva un tabloid. I tipografi gli dissero che le sue macchine da stampa a formato grande non erano in grado di stamparlo. Murdoch allora si tolse la giacca, salì in cima alla macchina e mostrò la piegatrice che stava ancora dove i fabbricanti l’avevano lasciata. Niente nel mondo dei giornali era un mistero per lui. Né l’IPC, che possedeva il Daily Mirror di Londra con 2 milioni di copie vendute né i Fraser che gli avevano venduto il Mirror a Sydney, vedevano Murdoch come una minaccia. Secondo Murdoch il Mirror era “troppo didattico” e promise che il Sun “non sarebbe mai stato noioso.” Il Mirror aveva voltato le spalle alla classe operaia. “Poi siamo arrivati noi, insolenti, giovani e disinibiti.” Murdoch ridusse i costi editoriali, spese 1 milione e duecento mila sterline in promozione e pubblicità televisiva e la tiratura salì subito a un milione e mezzo di copie. “Sbalordire e stupire ad ogni pagina” era il suo obiettivo; e nel 1970 introdusse le famose ragazze in topless di pagina tre.

 
Cominciarono titoli del genere: “Quanto sei bravo a letto?”. “Non è il Sun, ma sono i critici a essere ossessionati dal sesso. Al Sun piacciono semplicemente le belle ragazze. Come del resto a moltissimi suoi lettori”, diceva un editoriale. Il Sun era contro la pena capitale, contro l’apartheid e contro la guerra in Vietnam. Era per la società permissiva. “Non intendeva inchinarsi all’establishment in nessuno dei suoi enclave privilegiati.” Murdoch sfidò l’establishment anche nel 1971, quando in spregio alla legislazione vigente, si prese la LWT televisione pagandola sotto il prezzo di sottomercato e portandola al profitto. La politica di Murdoch, come quella dei suoi lettori, attraversava una fase di incertezza. Nelle elezioni del 1970 un titolo del Sun fu “Ecco perché devono vincere i laburisti”. Nel 1972 sostenne lo sciopero dei minatori. Anche in Australia il suo appoggio ai laburisti fece vincere con facilità Gough Whitlam. “Ha spezzato un ventennio di governo conservatore. Niente male”, commentò Murdoch. Tre anni dopo però avrebbe provocato la caduta di Whitlam e nelle elezioni del 1974 in Inghilterra tanto Murdoch quanto il Sun non si schierarono. Nel 1978 si lamentava col suo famoso direttore Larry Lamb: “Stai ancora spingendo quella stronza di donna!” (Maggie Thatcher). La sua preoccupazione era perdere i lettori laburisti. Per Murdoch la tiratura del giornale veniva sempre prima di tutto, anche delle sue idee. Però nel 1979 il Sun annunciava: “Stavolta votate Tory. E’ l’unico modo per evitare lo sfacelo”.

 


Rupert Murdoch e Jerry Hall sposi, il matrimonio a Londra (foto LaPresse)



Così il Sun consegnò il voto della classe operaia al thatcherismo e Larry Lamb, l’unico direttore di giornale che potesse telefonare a Mrs. T alle quattro del mattino, diventò Sir Larry. Murdoch odia i titoli nobilari, ma aveva trovato un’anima gemella e qualcuno che lo liberasse dalla schiavitù dei vari, potentissimi sindacati dei grafici, i quali più lui aveva successo, più lo tenevano in ostaggio. Se mai qualcosa spostò Murdoch a destra, furono proprio i sindacati della stampa. I quali però gli offrirono anche il Times su un vassoio d’argento. Per una controversia sindacale, il Times, detto “l’albo dell’establishment”, aveva chiuso per un anno con una perdita di 40 milioni di sterline. E quando anche i giornalisti entrarono in sciopero i proprietari canadesi lo misero in vendita. Anche stavolta Murdoch non si interessò al primo round, ma i sindacati, che lo ritenevano “spietato ma giusto”, lo preferirono al terribile Maxwell e nel 1981 la signora Thatcher pagò il suo debito politico costringendo la Commissione per i monopoli ad accettare che Murdoch controllasse buona parte della stampa inglese. L’indipendenza editoriale del Times doveva essere garantita da un comitato di fiduciari tra Murdoch e l’editore, ma un anno dopo all’improvviso Murdoch ottenne il licenziamento di Harold Evans, il direttore. “Di’ pure a quei maledetti politici tutto quello che vogliono sentirsi dire; e poi, una volta che l’affare è fatto, non pensarci più. Non ti verranno certo a dare la caccia, se dovessero decidere che quello che hai detto non era quello che loro volevano sentire. Perché altrimenti fanno brutta figura e questo non se lo possono permettere. Nascondono la testa nella sabbia e aspettano che la bufera passi”, ha detto Murdoch a Tom Kiernan. E Harold Evans ha commentato amaramente: “Tutti i direttori di giornali e molti politici che trattano con Murdoch, pensano di essere capaci di cambiarlo.

 

Sono come quelle donne che escono con un dongiovanni e pensano: ‘Stavolta fa sul serio. Mi ama davvero. Mi sposerà.’ Bene, Murdoch in questo senso è come un dongiovanni. Ha questa fatale capacità di ispirare fiducia, di convincerti che con te ha un rapporto unico, speciale, esclusivo. E’ la classica truffa all’americana.” A quel punto Murdoch possedeva un impero giornalistico inglese, oltre a quello australiano, al quale nel 1976 aveva aggiunto il Sydney Herald Group. Telemaco si era dimostrato degno di Ulisse! Come ha detto il nuovo direttore del Times, Charles Douglas Home, Murdoch era diventato “una delle maggiori potenze all’ombra del trono della lady di ferro.” Per il designer del Sun, Vic Giles, “Nel momento in cui il paese aveva un forte leader come Margaret Thatcher, che aveva spianato la strada a Rupert Murdoch permettendogli di creare i giornali che voleva lui, Murdoch non riusciva a credere a tanta fortuna. Voglio dire che Murdoch è famoso per avere fatto e disfatto governi in passato e per avere una certa influenza sui governi attuali. Penso che finalmente avesse trovato pane per i suoi denti. La Thatcher era la ragazza per lui.” Ma rimaneva ancora un terzo continente da conquistare. Per gli australiani della generazione di sir Keith e di Dame Elizabeth Murdoch, l’Inghilterra era “la patria.” Per Rupert Murdoch, il loro figlio, la patria spirituale era l’America. Prima ancora di innamorarsi della vitalità americana nel suo primo viaggio negli Stati Uniti negli anni 60, come tutti gli australiani anche Murdoch si era reso conto, durante la seconda guerra mondiale, che l’America aveva superato l’Inghilterra come potenza nel Pacifico: tutti avevano visto con quanto vigore le forze armate americane avevano aiutato a difendere le coste settentrionali dell’Australia dal violento attacco giapponese. E le televisioni di Murdoch, con tutti quei programmi americani che mandavano in onda, avevano contribuito ad accelerare il ritmo del cambiamento. In Inghilterra Murdoch si sentiva odiato dall’establishment forse perché controllava i media con ostentata volgarità e sicuramente perché non nascondeva il suo disprezzo per loro. Perfino la regina fu costretta a querelare il Sun. Fatto senza precedenti. Quando Murdoch cercò di comperare l’Observer, il proprietario lord Astor lo definì un “efficiente visigoto” e aggiunse: “Dare l’Observer a Murdoch è come dare la vostra bella figlia a un gorilla.” La tendenza di Murdoch ad attaccar briga fa parte dell’atteggiamento australiano verso “i piagnucolosi Poms”, come loro chiamano gli inglesi.

 

Tanto Rupert che sua moglie sono nati in Scozia
e sono cresciuti con la voglia di far parte della plutocrazia egalitaria degli Stati Uniti. Murdoch entrò sul mercato americano come aveva sempre fatto: di lato, e come se fosse sicuramente destinato all’insuccesso. San Antonio nella “sunbelt” del Texas sarebbe potuta essere culturalmente situata nell’entroterra australiano. Con grande gioia di Anna, Murdoch acquistò coi proventi del Sun e del News of the World tre giornali per 20 milioni di dollari per farne una testa di ponte per allargare anche agli Stati Uniti il suo impero delle comunicazioni in lingua inglese. Fedele alla sua solita strategia, Murdoch scelse i giornali più deboli della zona e attaccò la concorrenza a furia di promozione massiccia e di sensazionalismo: “Le api assassine si spostano a nord”, oppure “L’esercito avvelena 350 cuccioli” erano i titoli dei suoi giornali. I suoi giornalisti inseguivano le auto della polizia e le ambulanze sui luoghi degli incidenti e dei delitti. Anche stavolta Murdoch riuscì a battere la concorrenza, ma non ebbe un successo così spettacoloso come in Inghilterra. Lanciò pure un giornale a diffusione nazionale, un tabloid da supermarket, tanto per sfidare il National Enquirer. Gli ci volle tempo per mettere in piedi lo Star, ma nel 1987 riuscì a rivenderlo per 400 milioni di dollari. Nel 1976 Murdoch comprò un giornale nella sua città preferita, quella che sarebbe diventata casa sua, New York. Grazie al suo fascino, Murdoch convinse la settantatreenne Dorothy Schiff a vendergli il New York Post, giornale radicale di sinistra, il più vecchio giornale americano.

 

Murdoch dichiarò che “il New York Post avrebbe continuato a servire New York e i newyorkesi e avrebbe mantenuto la sua attuale linea politica e le sue tradizioni.” Tuttavia licenziò il 25 per cento del personale e si rivolse ai “colletti blu”, quelli che sarebbero stati i futuri elettori di Reagan, e che erano stati abbandonati quando i giornali avevano dato la scalata alla parte alta del mercato. “Una stampa che non riesce a interessare l’intera comunità, finirà inevitabilmente per diventare l’organo aziendale dell’élite”, diceva Murdoch. Ma la rivista Fortune la pensava diversamente. “I tabloid di Murdoch descrivono un mondo in cui diabolici criminali si avventano su donne e bambini, cattivi immigrati minacciano i nativi e gli affari del governo sono troppo noiosi per occuparsene.” Ai giornalisti Murdoch senza tanti complimenti disse: “Posso trovare gente meglio di voi nel giro di una settimana. Questo non è il vostro giornale. E’ il mio giornale.” Alla concorrenza che si lagnava dei suoi metodi, disse: “Se vogliono farmi la guerra, devono anche sapere prima di arrivare alla fine che sono stati in guerra.” Quando sostenne Ed Koch, un outsider democratico di destra, contro Mario Cuomo, democratico di sinistra, nella campagna per l’elezione del sindaco di New York, Murdoch spiegò: “E’ semplicissimo.

 

A New York ci sono due milioni e mezzo di ebrei e un milione di italiani.” Murdoch gli dedicò interamente il giornale e Koch, una volta eletto sindaco, gliene fu adeguatamente grato. Ma il Post non fece mai molti soldi. Mentre in Inghilterra le vendite rappresentavano l’80 per cento degli utili del Sun, in America arrivavano solo al 25 per cento e la pubblicità rivolta a consumatori di basso reddito, non rendeva. Come gli spiegò il direttore dei magazzini Bloomingdales: “Rupert, i tuoi lettori sono i nostri taccheggiatori!” In America non esiste la cultura della classe operaia inglese o australiana. Titoli come “Corpo senza testa in bar topless” faceva vendere copie, ma non procurava pubblicità pregiata. Anzi più copie guadagnava, più soldi perdeva. I giornali inglesi comunque gli permettevano di far fronte alle perdite e Murdoch continuò nel 1983 a sottoporre al “trattamento Murdoch” i giornali di Boston e Chicago. A Boston pestò i piedi a Ted Kennedy, che era esattamente il tipo di liberal d’alto ceto che Murdoch detestava. Murdoch era un sostenitore di Reagan e della reaganomics e la simpatia era ricambiata. Per lui, come scrisse il Wall Street Journal, vendere il Post era come “per Dracula vendere la propria bara”.

 

Tuttavia, come disse il suo direttore Frank Devine, “Rupert sta cercando di fare un giornale per il lumpen proletariat in un paese dove il lumpen proletariat non esiste. Lo nasconde a se stesso perché è un bravo venditore.” Il 4 settembre 1985 questo ricchissimo e patriottico australiano dovette diventare cittadino americano. “Non intendo certo spezzare i miei legami con l’Australia. Continuo a nutrire gli stessi sentimenti ed emozioni nei confronti dell’Australia. Devo cambiare colore del mio passaporto? E va bene, così sia. Non ne faccio certo una tragedia, come in genere fa la gente.” Anna Murdoch invece ne fu molto scossa. “Non avrei mai creduto che l’avrebbe fatto. Solo allora mi sono resa conto di quanto fosse forte la spinta della sua ambizione.” Murdoch aveva capito che nel villaggio globale l’immagine ha superato la discussione, e il chip al silicio la carta stampata. Lui sarebbe entrato nella tv e avrebbe creato il quarto network americano a diffusione nazionale. Però aveva bisogno di software. Dopo aver scalato la Warner Bros con 40 milioni di dollari, comperò il 50 per cento dei Fox Studios di Hollywood, passando rapidamente al 100 per cento. “Una compagnia di media davvero integrata deve stare nella produzione dell’entertainment... Io l’ho fatto non per entrare nel campo dell’entertainment, ma perché faceva parte di una grande strategia per entrare nell’industria dei media. So che non si può parlare di economia globale, ma in realtà esiste. Ci sono certe cose in comune. Hollywood è ancora il magnete che attira i talenti. Gli Studios hanno ancora una posizione preminente. Perciò possedere uno studio, è una grande chance.” L’hardware arrivò con l’acquisto di Metromedia, una catena di stazioni televisive, per due miliardi di dollari, sempre nel 1985. Era la più grande società indipendente di comunicazione e gli diede accesso al 22 per cento delle case degli americani e al 23 per cento della pubblicità americana. Allen Soane della rivista Forbes osservò: “Quando si hanno ambizioni come quelle di Murdoch e si ha la padronanza che ha lui delle realtà dei media, non ci si preoccupa degli introiti mensili o annuali. Si guarda al quadro generale. Il che è un altro modo per dire che, sì, Murdoch strapagava a breve ma non a lungo termine.” Nel 1988 Murdoch aumentò i suoi debiti da 5,5 milioni di dollari a 7,6 milioni quando comperò TV Guide per 3 miliardi di dollari e molti la considerarono un’operazione commerciale troppo arrischiata. La società era cresciuta del 600 per cento dal 1985 e l’utile ora era di 800 milioni di dollari all’anno. S’era inoltre comprato un ramo editoriale con Angus e Robertson in Australia, Collins a Londra e Harper & Row a New York. Tramite Zondervan controllava il mercato americano delle Bibbie.

 

Editori e giornalisti potevano anche non fidarsi di lui
, ma ai banchieri e ai broker Murdoch ispirava fiducia. Aveva sempre onorato i suoi impegni. In America s’era conquistato stima e rispettabilità. Era membro del prestigioso Hoover Institute. Sembrava l’incarnazione del sogno americano. Eppure quel suo mondo illusorio sarebbe potuto andare in frantumi, se lui non fosse riuscito a onorare i suoi debiti. Era questa, come vedremo, la grande sfida. Murdoch possedeva un impero mondiale dell’informazione, ma i suoi debiti erano astronomici. Correva il rischio di diventare una delle tante meteore degli anni 80. La “spinta espansionistica”, come diceva lui, era stata alimentata dalle banche in una situazione in cui tutti credevano che gli alberi potessero crescere alti fino al cielo. Per crederci, o almeno per sperarlo, Murdoch aveva una ragione in più, visto che i suoi 80 giornali erano i più grandi consumatori di carta al mondo. Il debito della News International nel 1988 ammontava a 8,2 miliardi di dollari, su cui pagava interessi di 800 milioni di dollari l’anno. Per far fronte a questi impegni, le sue galline dalle uova d’oro, il Sun, il News of the World, il Times e il Sunday Times dovevano essere resi più efficienti, il che significava affrontare i sindacati dei grafici servendosi della nuova legislazione della Thatcher. La seconda rivoluzione industriale dell’Informazione stava per avere la sua Bastiglia a Wapping, nel 1988. Un colpo di mano operato con grande destrezza. Pare che lo si insegni addirittura nello Staff College all’Esercito inglese in Germania come esempio di pianificazione e segretezza.

 

Nel 1979 Rubert Murdoch aveva speso 100 milioni di sterline per una nuova, enorme tipografia nella zona dei Docks di Londra, a Wipping, sull’Isola dei Cani. Alla porta accanto c’era un grande magazzino di rum costruito dai prigionieri francesi all’epoca delle guerre napoleoniche. Era l’ideale per ospitare gli uffici del giornale. Anche se solo poche miglia a valle del Tamigi, Wapping era, dal punto di vista sociologico, un altro continente rispetto a Fleet Street, per tradizione il cuore dell’industria dei giornali e dei suoi 140 mila dipendenti. Eppure i giornali di Fleet Street erano “prodotti in condizioni a metà tra il racket di protezione e il manicomio. Tanto per fare un esempio, in Texas, Murdoch aveva 4 uomini a ogni macchina da stampa, 5 a Chicago, 6 a New York e 18 a Londra. “E a tutti veniva pagato un salario almeno del 100 per cento superiore alla media nazionale,” sosteneva Murdoch. Al Sun solo 150 dei 450 tipografi a stipendio si presentavano al lavoro davvero. La Royal Commission of the Press nel 1977 giunse alla conclusione che “Nell’ultima generazione i grafici hanno imparato la disastrosa lezione che chiedere e minacciare, significa ottenere. Così 360 diverse associazioni sindacali di tipografi, avranno la tentazione di restare attaccate alla propria particolare autorità.” In realtà i sindacati erano stati l’elemento decisivo nel convincere Murdoch ad andare in America. Aveva comperato il Times e il Sunday Times dopo che erano stati messi in ginocchio dallo sciopero di un anno dei tipografi nel 1978-79. Perciò per prima cosa Murdoch non voleva rischiare un blocco sindacale del Sun (4 milioni di copie), del News of the World (8 milioni), del prestigioso Times (500.000) e del Sunday Times (1 milione e trecentomila copie).

  

Tanto più che la legislazione della Thatcher gli forniva le munizioni necessarie. La tecnologia del computer aveva già fatto dei tipografi degli inutili dinosauri. Gran parte del 1984 fu speso a cercare di convincere i sindacati a trasferirsi a Wapping. I negoziati si ruppero a Natale, quando i sindacati dissero a Murdoch che non gli restava che bruciare e radere al suolo la fabbrica. Murdoch decise di cambiare sindacati e offrì una trattativa a “quei traditori” del sindacato degli elettricisti, in grado di lavorare con macchine computerizzate. Vennero studiati due progetti: uno, basato sulla premessa che si arrivasse a un accordo e l’altro basato invece sulla premessa che tale accordo non venisse raggiunto. Nel primo caso sarebbe stato stampato a Wapping anche un nuovo giornale della sera, che si sarebbe chiamato London Post. Altrimenti questo giornale fantasma sarebbe diventato una copertura per attrezzare Wapping per la piena produzione di tutt’e quattro i giornali. In assoluta segretezza, da presidente a presidente, Murdock comperò il sistema computerizzato Atax, della Kodak, per la stampa. I vari elementi vennero inviati con diversi spedizionieri via Parigi a un magazzino di South London e mon- tati da una squadra americana. Gli elettricisti vennero reclutati a Southampton con contratti di sei mesi, senza che potessero capire prima la piena potenza dei computer. Solo cinque executive conoscevano il piano, non c’erano né veline né ordini del giorno e le riunioni si tenevano in vari alberghi. Wapping fu dotata di riscaldamento a gas e i vecchi serbatoi per il gasolio poterono essere utilizzati per contenere una riserva di tre mesi di inchiostro, quanto era sufficiente per resistere a un assedio. E si accumularono anche grandi stock di carta. La produzione era dunque garantita. Ma la distribuzione?

 

La Thachter non aveva ancora reso illegali gli scioperi
di solidarietà, e dunque la distribuzione per ferrovia poteva anche venire bloccata dai sindacati. Murdoch allora si fece dare una mano dal suo socio della Ansett Airlines, che aveva anche una compagnia di trasporto su gomma, la TNT. Spese 7 milioni di sterline in nuovi furgoni e gli autisti vennero reclutati a Birmingham, città dove non si aveva molta simpatia per i viziati tipografi londinesi. Murdoch a questo punto cercò di pilotare uno sciopero che, con la nuova legislazione, avrebbe sancito la rottura del contratto e la possibilità di licenziamento senza i 40 milioni di sterline di compenso a cui avrebbero avuto altrimenti diritto i dipendenti. Più dell’80 per cento dei due sindacati grafici votarono per lo sciopero il 24 gennaio 1986. Erano convinti che Murdoch, avendo appena comperato la Fox e Metromedia, avrebbe mollato: tempo due settimane. La risposta di Murdoch fu: “In un’industria che va avanti minuto per minuto, se ti tengono per le palle devi obbedire. Ma a noi, adesso, nessuno ci tiene più per le palle.” La seconda rivoluzione industriale significava che Murdoch poteva fare a meno dei tipografi, ma dei giornalisti aveva sempre bisogno anche se lui li considerava un esercito di passaggio. Lanciò loro un ultimatum. Offrì un bonus di 2.000 sterline l’anno e l’assicurazione sanitaria privata in cambio del trasferimento a Wapping quella sera stessa, altrimenti sarebbero stati considerati in sciopero e licenziati senza liquidazione.

    
Un giornalista del Times descrisse così il suo stato d’animo: “Ci voglio andare. Ma ci voglio andare a testa alta, non in ginocchio leccando la merda di Murdoch”. E un secondo ribatté: “A parte il filo spinato, Wapping non è poi tanto male”. “Dicevano lo stesso anche di Belsen,” osservò un terzo. Alla fine la votazione fu del 60 per cento a favore. I giornalisti entrarono nel vecchio magazzino costruito dai prigionieri di guerra, ora completamente ristrutturato, e trovarono banchi di computer e frotte di ragazze reclutate per motivi di sicurezza in Nuova Zelanda, con il compito di insegnare loro ad usarli. Scoprirono anche che non esisteva un ufficio documentazione e soprattutto, niente alcol! Una vera campana a morto per le abitudini di Fleet Street. Molti allora se la diedero a gambe. Il riuscito lancio dell’Independent si basò sul risentimento non solo dei lettori, ma soprattutto dei giornalisti. Il picchettaggio a Wapping era massiccio e spesso violento e il partito laburista si rifiutava di parlare coi giornali di Murdoch. Un sindacato si vide sequestrare beni per 17 milioni di sterline dal tribunale a causa di picchettaggio illegale di solidarietà. A giugno Murdoch offrì un risarcimento di 50 milioni di sterline e la vecchia tipografia gratis per un giornale del sindacato. Ma quelli rifiutarono. Fu il loro “secondo suicidio”. “Mi sono appena liberato di un incubo. Non ho intenzione di tornare indietro,” sosteneva Murdoch. Finalmente, nel gennaio 1987 la disputa venne composta con una transazione di 60 milioni di sterline, meno della metà di quello che Murdoch avrebbe dovuto pagare senza lo sciopero. Aveva liberato Fleet Street, a costo di renderla deserta. Secondo la stima della Drexel Burnham Lambert, il valore dei quattro giornali londinesi di Murdoch era salito da 300 milioni a un miliardo di dollari, solo grazie al trasferimento da Fleet Street a Wapping. La tipografia rendeva 2 milioni di sterline alla settimana con 30 milioni di copie di giornali prodotti da 570 lavoratori invece che da 1.469; e i profitti di Murdoch nel Regno Unito erano cresciuti del 55 per cento, pari a 34,5 milioni di sterline. “Il mondo finanziario, il mondo industriale e quasi tutto il resto del mondo sono colpiti da come siamo riusciti a cambiare l’ambiente industriale a Fleet Street. E noi ne siamo molto fieri,” affermò Murdoch, con il tono del vincitore.

   

Il direttore responsabile (poi licenziato) del Sydney Herald Group, un tempo guidato dal padre di Rupert Murdoch, era sbalordito dal clima che regnava alla News International. “Viene gestita come il negozietto sotto casa. Nessuno prende decisioni eccetto Rupert. Lui preferisce executives che non discutono mai. Se qualcuno tenta di ribattere, Rupert dice: ‘Non voglio neanche sentirne parlare.’ Vuole possedere il mondo. Tutto quello che vede in vendita, lo vuole comperare. Prendete TV Guide. Una follia.” D’altro canto però la rivista Forbes ha scritto: “Murdoch è praticamente l’unico tycoon dei media che sappia avere il gusto e il senso del prodotto senza mai perdere di vista la ‘bottom line’, cioè la cifra del profitto netto... un po’ contabile, un po’ giocatore d’azzardo, un po’ brillante operatore di mercato, un po’ scaltro giornalista.” Murdoch aveva visto suo padre costruire, da presidente, il Sydney Herald Group, senza però trarne nessun vantaggio finanziario, perché non ne era azionista. Rupert Murdoch era deciso a non ridurre quel 46 per cento di proprietà che la sua holding di famiglia, la Cruden Investments, aveva nella sua impresa. Il che significava che l’espansione doveva essere finanziata dalle banche, ma significava anche che non c’erano investitori che premevano per risultati a breve termine e che i dividendi potevano essere reinvestiti nella società. “Se fai dei casini, gli azionisti non ti possono sbattere fuori, ma i banchieri sì. Qualunque cosa succeda, sei soggetto alle norme del mercato. Questo significa che puoi assumere rischi a lungo termine, come il Times, e sostenere la tua decisione, avere un paio d’anni cattivi senza che nessuno ti dia addosso.” L’illusorietà dell’economia sovietica si rivelò nel 1989, ma contemporanemante quasi lo stesso accadde per l’impero di Murdoch.
   
Quando il boom degli anni 80 si trasformò nella recessione degli anni 90, la crescita, ma soprattutto la fiducia, rallentarono - e le banche che prima imploravano di riciclare denaro attraverso la macchina Murdoch, di colpo lo vollero indietro. Inoltre, quanti un tempo l’avevano aiutato, Reagan in America, la Thatcher in Inghilterra e Hawke in Australia, erano ormai personaggi del passato. “Oggigiorno ho molta più simpatia per gli imperi fortificati,” ha ammesso amaramente Murdoch. Nel 1989 era ancora riuscito a trovare in un solo giorno i 3 miliardi di dollari per comperare TV Guide; adesso, alla fine del 1990, era sull’orlo della bancarotta e lottava per salvare il lavoro di tutta la vita. Il 6 dicembre 1990 infatti la piccola Pittsburg National Bank, che aveva 10 milioni degli 8 miliardi e duecento milioni di dollari di debito della News International, aveva chiesto la liquidazione dell’intera società. Inoltre Murdoch aveva giocato su tassi d’interesse a breve termine in discesa e aveva 2 miliardi e 3 milioni di dollari su un prestito a breve scadenza. Per non parlare dei 3 miliardi di dollari dovuti ai creditori per merci fornite. La verità era che, tutto preso dal suo impulso a crescere, Murdoch aveva distolto lo sguardo dal ballo finanziario. Per fortuna il suo maggiore creditore, la Citybank di New York, mise insieme un’operazione di salvataggio chiamata in codice “Dolphin”, sotto la guida della formidabile Ann Lane, che tenne a bada le 300 banche e permise a Murdoch di pagare solo 2 miliardi e di fare slittare di tre anni il debito degli altri 6 miliardi, sia pure a rigorose condizioni. Non che fosse gran che diverso da quando erano gli altri imperi a stare per crollare. Però stavolta c’era anche il fatto che quando tu devi 100 dollari alla banca, sei tu ad avere un problema, ma se le devi un milione di dollari, o addirittura parecchi miliardi, allora è la banca ad avere un problema. In realtà il debito di Murdoch equivaleva all’intero debito pubblico dell’Ecuador. L’operazione venne compiuta riducendo solo la percentuale della Cruden al 41 per cento, ma Murdoch stava ancora lavorando alla costruzione dell’impero: stavolta, in campo extraterrestre.
     
La capacità di attenzione di Murdoch è piuttosto ridotta
: ha delle difficoltà ad arrivare in fondo ai romanzi di sua moglie. Secondo sua moglie, Rupert manca di immaginazione e ha dei gusti molto terra terra: giornali, sport, televisione spazzatura, musical sdolcinati e spiritosaggini grossolane. C’è però uno scrittore che Murdoch ha letto e che ha avuto una profonda influenza su di lui. Si tratta dello scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke e del suo Il direttore responsabile (poi licenziato) del Sydney Herald Group, un tempo guidato dal padre di Rupert Murdoch, era sbalordito dal clima che regnava alla News International. “Viene gestita come il negozietto sotto casa. Nessuno prende decisioni eccetto Rupert. Lui preferisce executives che non discutono mai. Se qualcuno tenta di ribattere, Rupert dice: ‘Non voglio neanche sentirne parlare.’ Vuole possedere il mondo. Tutto quello che vede in vendita, lo vuole comperare. Prendete TV Guide. Una follia.” D’altro canto però la rivista Forbes ha scritto: “Murdoch è praticamente l’unico tycoon dei media che sappia avere il gusto e il senso del prodotto senza mai perdere di vista la ‘bottom line’, cioè la cifra del profitto netto... un po’ contabile, un po’ giocatore d’azzardo, un po’ brillante operatore di mercato, un po’ scaltro giornalista.” Murdoch aveva visto suo padre costruire, da presidente, il Sydney Herald Group, senza però trarne nessun vantaggio finanziario, perché non ne era azionista. Rupert Murdoch era deciso a non ridurre quel 46 per cento di proprietà che la sua holding di famiglia, la Cruden Investments, aveva nella sua impresa. Il che significava che l’espansione doveva essere finanziata dalle banche, ma significava anche che non c’erano investitori che premevano per risultati a breve termine e che i dividendi potevano essere reinvestiti nella società. “Se fai dei casini, gli azionisti non ti possono sbattere fuori, ma i banchieri sì. Qualunque cosa succeda, sei soggetto alle norme del mercato. Questo significa che puoi assumere rischi a lungo termine, come il Times, e sostenere la tua decisione, avere un paio d’anni cattivi senza che nessuno ti dia addosso.”
    
L’illusorietà dell’economia sovietica si rivelò nel 1989, ma contemporanemante quasi lo stesso accadde per l’impero di Murdoch. Quando il boom degli anni 80 si trasformò nella recessione degli anni 90, la crescita, ma soprattutto la fiducia, rallentarono - e le banche che prima imploravano di riciclare denaro attraverso la macchina Murdoch, di colpo lo vollero indietro. Inoltre, quanti un tempo l’avevano aiutato, Reagan in America, la Thatcher in Inghilterra e Hawke in Australia, erano ormai personaggi del passato. “Oggigiorno ho molta più simpatia per gli imperi fortificati,” ha ammesso amaramente Murdoch. Nel 1989 era ancora riuscito a trovare in un solo giorno i 3 miliardi di dollari per comperare TV Guide; adesso, alla fine del 1990, era sull’orlo della bancarotta e lottava per salvare il lavoro di tutta la vita. Il 6 dicembre 1990 infatti la piccola Pittsburg National Bank, che aveva 10 milioni degli 8 miliardi e duecento milioni di dollari di debito della News International, aveva chiesto la liquidazione dell’intera società. Inoltre Murdoch aveva giocato su tassi d’interesse a breve termine in discesa e aveva 2 miliardi e 3 milioni di dollari su un prestito a breve scadenza. Per non parlare dei 3 miliardi di dollari dovuti ai creditori per merci fornite. La verità era che, tutto preso dal suo impulso a crescere, Murdoch aveva distolto lo sguardo dal ballo finanziario.
   
Per fortuna il suo maggiore creditore, la Citybank di New York,
mise insieme un’operazione di salvataggio chiamata in codice “Dolphin”, sotto la guida della formidabile Ann Lane, che tenne a bada le 300 banche e permise a Murdoch di pagare solo 2 miliardi e di fare slittare di tre anni il debito degli altri 6 miliardi, sia pure a rigorose condizioni. Non che fosse gran che diverso da quando erano gli altri imperi a stare per crollare. Però stavolta c’era anche il fatto che quando tu devi 100 dollari alla banca, sei tu ad avere un problema, ma se le devi un milione di dollari, o addirittura parecchi miliardi, allora è la banca ad avere un problema. In realtà il debito di Murdoch equivaleva all’intero debito pubblico dell’Ecuador. L’operazione venne compiuta riducendo solo la percentuale della Cruden al 41 per cento, ma Murdoch stava ancora lavorando alla costruzione dell’impero: stavolta, in campo extraterrestre. La capacità di attenzione di Murdoch è piuttosto ridotta: ha delle difficoltà ad arrivare in fondo ai romanzi di sua moglie. Secondo sua moglie, Rupert manca di immaginazione e ha dei gusti molto terra terra: giornali, sport, televisione spazzatura, musical sdolcinati e spiritosaggini grossolane.
    
C’è però uno scrittore che Murdoch ha letto
e che ha avuto una profonda influenza su di lui. Si tratta dello scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke e del suo spazio sul satellite francese Astra lanciato nel 1988. Il lancio fu un successo e fu una bella fortuna visto quello che Murdoch aveva confidato a Neil: “Andrew, ci ho scommesso sopra tutta la società.” Al solito, Murdoch usava anche vecchie attrezzature già testate, mentre la BSB aveva qualche problema con trasformatori e dischi sperimentali. La stazione doveva operare da un terreno industriale poco costoso, vicino a Heathrow, e usare la formula Murdoch dello sport. Con programmi importati dagli studios americani della Fox, i 4 canali di Sky One, Sky News, Sky Movies e Eurosport andarono puntualmente in onda il 5 febbraio 1989. Benché fosse contro la regolamentazione, i suoi giornali potevano fare pubblicità ai programmi. Eppure anche così Sky perdeva 2 milioni di sterline la settimana. Ma la BSB era in condizioni ancora peggiori, e in più con gli svantaggi di essere l’ultima arrivata. Nel 1990 Murdoch ignorò completamente le leggi inglesi per costringere la BSB a un matrimonio forzato e nacque così la BSkyB. La BSB in realtà non aveva il diritto di vendere, ma le leggi nazionali non valgono per i media multinazionali che operano dallo spazio. “Considero la sconfitta della BSB da parte della Sky Tv, con uno spiegamento forse di un terzo delle risorse, il mio più grosso successo come giornalista,” affermò Murdoch. Nel battagliero discorso che tenne nel 1989 all’Edinburgh Television Festival, Murdoch affermò di aver “spezzato il cartello inglese dell’emittenza... Buona parte di quello che in Inghilterra viene definito televisione di qualità, non è altro che l’ostentazione dei pregiudizi e degli interessi di coloro che, pensandola allo stesso modo, la controllano.” Troppi programmi erano “ossessionati dalla classe, dominati da atteggiamenti anti-commerciali e dalla tendenza a ritornare al passato... La liberazione dell’emittenza in questo paese fa parte della rivoluzione democratica ed è un passo avanti essenziale nell’era dell’informazione.”
    
Era quasi una parodia del discorso di David Hare nella commedia “Pravda”, uscita quello stesso anno, dove l’eroe, o il demone, era un barone della stampa sudafricano e non australiano. Ma torna alla mente anche lord Cropper, il barone della stampa di “Scoop” di Evelyn Waugh. Quando chiedeva: “Helsinki è la capitale del Kenia, vero?” il suo tirapiedi gli rispondeva: “Fino a un certo punto, Lord Cropper.” Il che tuttavia non toglie che, pur in questa stessa era dell’informazione, la nuova stazione satellite Astra per la Cina promette: “Niente sesso, niente violenza, niente politica.” Obbedendo alle pressioni politiche della Cina, Murdoch ha tolto dal satellite la BBC. Ecco il problema dell’ultimissima scommessa di Murdoch per dominare il mondo: la televisione digitale. Ancora una volta, Murdoch è lodevolmente in vantaggio nella competizione tecnologica. Ma il suo decodificatore, che lui vende a metà prezzo a 200 sterline, gli permetterà, o no, di collocare i suoi 250 canali? Altrimenti potrebbe relegare la concorrenza, la BBC, Canale 5 o la Warner CNN, nelle terre desolate dei canali 248, 249 e 250. La tv digitale è un salto quantico nella scelta, ma il menu lo sceglie e lo controlla ancora Murdoch.
      
La tv interattiva, che questa tecnologia seleziona,
sceglie anche dove si deve comperare. C’è chi dice che il consumatore può solo scegliere quello che Murdoch ha già selezionato prima, come nell’800 quando la ferrovia aprì nuovi orizzonti nel West, ma le città sorsero nei punti in cui Vanderbilt aveva scelto di mettere le stazioni, e sui terreni della compagnia. O, come diceva Ford della sua Model Ts, “potete averla del colore che preferite - purché sia nero.” Diffidente anche William Rees Mogg, un ex direttore del Times, che ha fatto questa affermazione: “Il mercato, come dice Murdoch, dà alla gente quello che la gente vuole, e questo è un bene. Ma è un errore supporre che quello che la maggior parte della gente vuole, sia l’alta qualità. Non vorrei che il risultato fosse una cultura alla McDonalds: una televisione che fornisse il fast-food per la mente.” Ruper Murdoch è uno dei giganti di quella seconda rivoluzione industriale in cui l’informazione è la nuova materia prima da sfruttare. Come sempre, quando la polvere della rivoluzione si sarà posata, dovremo lottare per decidere come vada divisa questa informazione. Ma per ora sono sicuro che Rupert Murdoch sarebbe ben felice di avere il suo posto nel Pantheon tra Microsoft e Big Mac.

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