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Aleksandr Solzenicyn

Difficile immaginare un’esistenza più tipicamente “sovietica” di quella del giovane Aleksandr Isaevicˇ Solzˇenicyn, quando nulla lasciava intravvedere i sintomi della grande ribellione a cui sarebbe stato un giorno chiamato. Era nato a Kislovodsk, una piccola stazione termale del Caucaso, l’11 dicembre 1918, un anno dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi, e si era formato, come tutti i suoi coetanei, in un’atmosfera pregna di patriottismo e moralismo sovietico.

25 Settembre 2009 alle 00:00

dal Foglio del 25 gennaio 1997

Difficile immaginare un’esistenza più tipicamente “sovietica”
di quella del giovane Aleksandr Isaevicˇ Solzˇenicyn, quando nulla lasciava intravvedere i sintomi della grande ribellione a cui sarebbe stato un giorno chiamato. Era nato a Kislovodsk, una piccola stazione termale del Caucaso, l’11 dicembre 1918, un anno dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi, e si era formato, come tutti i suoi coetanei, in un’atmosfera pregna di patriottismo e moralismo sovietico. Sua madre era dattilografa, e il padre, soldato, era morto poco prima della sua nascita. Gli amici di allora ricordano un adolescente riservato ma non introverso, lontano da ogni posa anticonformista. Dopo un infruttuoso tentativo come attore teatrale, il giovane Solzˇenicyn aveva intrapreso, realisticamente, lo studio della matematica. “Non volevo dedicare tutta la mia vita alla matematica” confesserà in seguito. “Più di tutto mi attirava la letteratura. Compresi però che la matematica mi avrebbe assicurato il pane quotidiano”. Era però riuscito anche a iscriversi alla facoltà di Filosofia e storia, per corrispondenza. Quindi si era messo a insegnare fisica nelle scuole di Rostov sul Don e si era sposato con Natalja Resetovskaja, sua prima moglie. Quando i tedeschi avevano invaso l’Urss, il 22 giugno 1941, era stato chiamato alle armi, come milioni di suoi compatrioti, e anche le vicende del soldato Solzˇenicyn non avevano avuto nulla di speciale, almeno fino al febbraio 1945. Era stato arruolato come artigliere, aveva raggiunto il grado di capitano, era stato decorato, aveva combattuto sotto Leningrado, marciava su Berlino. Poi, nel febbraio dell’ultimo anno di guerra, si produsse l’episodio che avrebbe mutato il corso della sua vita. Mentre si trovava nella Prussia orientale, presso Königsberg, dove era in atto l’of fensiva sovietica, Solzˇenicyn venne convocato dal generale Travkin, suo comandante, che lo affidò a due agenti della polizia speciale, i quali lo dichiararono in arresto per alto tradimento.

Travkin riuscì ancora a stringergli la mano in segno di stima personale prima che lo portassero via, e lo scrittore ricorderà in seguito quel gesto come uno dei più coraggiosi da lui visti durante la guerra. “Mi arrestarono per la mia ingenuità” racconterà Solzˇenicyn. “Scrivevo a un amico lettere dove, tra l’altro, pur senza mai nominare Stalin, criticavo la conduzione del primo periodo di guerra”. E così venne condannato a otto anni di lavori forzati, più tre di confino, per “ avere condotto fin dal 1940 - come recitava l’atto di accusa - propaganda antisovietica tra i suoi conoscenti e aver partecipato a un’organizzazione creata allo scopo di compiere atti controrivoluzionari”. “Non considerai quel verdetto ingiusto” ammetterà Solzˇenicyn, “avevo espresso opinioni allora proibite”. Iniziava così, quasi per caso, la lunga odissea del futuro scrittore nei lager comunisti. In quei luoghi di sofferenza, scoprirà l’esistenza di un vero e proprio paese parallelo, e la stessa banalità delle ragioni che ve lo avevano condotto si rivelerà, gradualmente, al giovane Solzˇenicyn, come la norma mostruosa che regolava l’utopia pedagogica e repressiva del potere sovietico. I primi quattro anni di cattività furono relativamente sopportabili: grazie alle sue conoscenze scientifiche, li trascorse in un carcere di Mosca, dove venne assegnato a un gruppo che lavorava a un sistema segreto di intercettazioni telefoniche. Le sue condizioni peggiorarono invece drasticamente quando fu trasferito in un lager del Kazachstan, in una regione mineraria, dove lavorò come sterratore e come muratore. Durante la prigionia, per giunta, si ammalò di cancro allo stomaco e fu ricoverato all’ospedale di Tasˇkent, da cui uscì miracolosamente guarito.

Nemmeno la morte di Stalin, il 5 marzo 1953,
cui seguì un’amnistia, portò alla sua liberazione, ché anzi Solzˇenicyn dovette ancora scontare i tre anni di confino previsti dalla sentenza, in un villaggio delle steppe kazache. Ma proprio quello del confino fu un periodo estremamente fecondo. Rinato a nuova vita dopo la guarigione, Solzˇenicyn infatti decise allora di impiegare tutte le restanti energie per diventare scrittore, e diede mano ai primi lavori letterari. Solo nel 1956, scontata tutta la pena, Solzˇenicyn venne finalmente liberato e poté stabilirsi a Rjazan, nella Russia centrale, dove ottenne una cattedra di matematica nelle scuole superiori. Fu quello, per l’Unione Sovietica, un anno davvero straordinario. Dalla tribuna del XX Congresso del Pcus, Nikita Chrusˇcˇëv aveva denunciato i crimini di Stalin ed erano iniziati, in tutto il paese, i processi di riabilitazione delle vittime. Anche il caso di Solzˇenicyn venne sottoposto a revisione e lo scrittore fu riabilitato, con tante scuse. Fu pure ammesso all’Unione degli scrittori di Rjazan, ma nessuno seppe nulla di lui fino al 1962. Conduceva vita appartata ed evitava di immischiarsi alle molte polemiche che in quel periodo si accendevano tra gli intellettuali. Erano quelli, infatti, gli anni del “disgelo”. La dirigenza chruscioviana, impegnata in una dura lotta politica con la vecchia guardia staliniana, incoraggiava una moderata liberalizzazione delle lettere e delle arti. Nell’estate del 1956 era uscito “Non di solo pane”, il romanzo di Vladimir Dudincev che per la prima volta metteva apertamente sotto accusa, nella figura di un direttore di fabbrica, la classe dei burocrati, e che venne accolto da vivaci polemiche. Le polemiche erano indizio dei conflitti che si aprivano, in seno all’intellighenzia, tra conservatori e innovatori, e accompagnarono anche la pubblicazione dell’almanacco “Mosca letteraria”, che raccoglieva testi di autori non conformisti, come Anna Achmatova, Vladimir Tvardovskij, Boris Pasternak, Viktor Shklovskij, Ilja Ehrenburg, Evgenij Evtusˇenko. Venivano inoltre tradotti per la prima volta autori stranieri come Thomas Mann, Jean-Paul Sartre, Stephan Zweig, considerati fino allora dannosi per la formazione dei cittadini sovietici. Ma era una liberalizzazione guidata dall’alto, che non doveva oltrepassare i limiti del “Termidoro” chruscioviano.

La nuova dirigenza sovietica voleva che fossero denunciati i crimini del tiranno scomparso, senza però che venissero messi in discussione il regime socialista e i suoi fondamenti. Superava i limiti di quella tolleranza termidoriana, ad esempio, “Il dottor Zhivago” di Pasternak, in cui la rivoluzione veniva rappresentata come tragico e ottuso turbine che travolgeva, spezzandole, le vite dei protagonisti: il romanzo non ottenne il permesso di venire pubblicato in Urss e uscì solo all’estero (in Italia, da Feltrinelli), nel 1957, tra mille polemiche, arroventate dall’assegnazione del premio Nobel. E’ in questo contesto che si inserisce lo straordinario successo del primo romanzo di Solzˇenicyn, “Una giornata di Ivan Denisovic ˇ”, pubblicato nel 1962 sulla prestigiosa rivista “Novyj Mir”. L’autore, fino allora a tutti sconosciuto, aveva inviato il dattiloscritto al direttore della rivista, Tvardovskij, che trascorse tutta la notte insonne a leggerlo. Tvardovskij, che era legato alla politica di Chrusˇcˇ ëv, scavalcò la trafila burocratica della censura e si rivolse direttamente al Segretario generale, ottenendone l’imprimatur. Il fascicolo venne stampato in ottocentomila copie e andò subito esaurito. A provocare un simile impatto sull’opinione pubblica era il tema del racconto, che narra la normale giornata di un dete- nuto in un lager del Kazachstan. Per la prima volta, l’esperienza dei campi di concentramento sovietici diventava, in Urss, oggetto di una trattazione aperta. Ad attrarre rispettosa attenzione era anche il tono del romanzo, sobrio e rigoroso: nessuno spazio veniva lasciato a facili considerazioni poli - tiche, né al sentimentalismo o all’autocommiserazione.

Perfino l’ingiustizia subìta dal protagonista restava sullo sfondo: unica realtà era la vita quotidiana nel lager, dove la lotta per la sopravvivenza cancellava ogni rancore. Tanto più che si trattava di una giornata qualsiasi, anzi, di una “buona” giornata, senza episodi di fer ocia. La pubblicazione fu accompagnata dal fragoroso appoggio della stampa ufficiale, e l’autore venne subito incoronato come testimone di punta della “destalinizzazione”. György Lukács, ideologo tra i più autorevoli di una riforma del movimento comunista, salutò la prosa di Solzˇenicyn come un fecondo esempio di “realismo socialista”. L’idillio (o, se si preferisce, l’equivoco) tra lo scrittore e le autorità sovietiche era destinato a durare ancora qualche tempo. Non che mancassero, nei testi che Solz ˇenicyn andrà pubblicando negli anni successivi, motivi poetici e culturali estranei ai valori della società socialista, per i quali infatti incorrerà nelle critiche di molti suoi colleghi. Ma si tratta ancora di una sensibilità e di una visione del mondo che si vanno solo gradualmente precisando, e che pur trovano un loro spazio nella ricerca che l’inquieto mondo sovietico va facendo sopra se stesso. Si va, ad esempio, chiarendo sempre più nettamente il forte legame, sentimentale e intellettuale, che lo scrittore intrattiene con i valori della tradizione russa, incarnati nella religiosa semplicità della vita contadina. La protagonista del suo secondo racconto, “La casa di Matrjona”, pubblicato nel 1963, è infatti una vecchia contadina, che rivela la propria sublime natura fatta di candore, di generosa dedizione agli altri, di assoluto disinteresse per ogni bene materiale. Solzˇenicyn pubblica ancora qualche breve racconto, dove vengono messe in scena le piccole e grandi prove morali cui la situazione sovietica sottopone gli individui. Appaiono così “Alla stazione di Krec ˇetovka”, “Per il bene della causa”, “Zachar Kalita”. E intanto lo scrittore va mettendo a punto testi più impegnativi, come “Il primo cerchio”, di nuovo sull’esperienza del lager (che non verrà mai pubblicato in Urss) oppure “Divisione cancro”, il romanzo destinato a incorrere, nel 1967, nei rigori della censura sovietica e a provocare, ufficialmente, il “caso Solzˇenicyn”. I lettori più attenti si rendono conto di trovarsi di fronte a una voce originale, e individuano, al centro dell’opera dello scrittore, il problema morale dell’individuo che lotta per conservare la propria inte - grità all’interno di una situazione sociale che lo spinge verso il compromesso e la menzogna.

E in questo contesto, il mondo dei reclusi, che si tratti di una prigione o di un reparto di malati terminali, viene sempre più ad assumere, nella sua prosa di quegli anni, uno spazio privilegiato. Il lager, infatti, è idealmente il posto dei giusti nella società comunista, dove i singoli sono sottoposti a una prova estrema che rivela la loro verità e che, paradossalmente, consente il riscatto spirituale, poiché la vera prigione è fuori. “Sia benedetto il carcere, esso mi ha indotto a riflettere!” (così dice un personaggio del “Primo cerchio”). Non è sorprendente, dunque, che la società culturale sovietica, dopo l’accoglienza trionfale accordata a “Ivan Denisovicˇ”, cominci a sentire la problematica morale dello scrittore, individualista e cristiana, sempre più estranea al proprio mondo. Eppure Solzˇenicyn , che si è ormai conquistato un vasto ascolto e uno status di rilievo all’interno dell’intellighenzia ufficiale, potrà ancora esprimersi e far circolare gli accenti spiritualisti della sua prosa. Sarà invece il corso delle vicende politiche a produrre una brusca svolta nei rapporti tra lo scrittore e le autorità comuniste. Il 14 ottobre 1964, infatti, Chrusˇcˇëv viene destituito: ha inizio il lungo periodo della restaurazione brezˇneviana. E il fallimento della riforma chruscioviana, ben presto, provocherà il fenomeno del “dissenso” nel quale Solzˇenicyn assumerà il ruolo di protagonista.

La destituzione di Chrusˇcˇëv, il 14 ottobre 1964, pose fine alla breve e felice stagione di moderata liberalizzazione delle lettere e delle arti che aveva permesso agli intellettuali sovietici di partecipare criticamente, sia pure entro gli stretti limiti consentiti dalla censura, alla vita pubblica del paese. La prova se ne ebbe ben presto, con un episodio al quale si può far risalire l’inizio del fenomeno del “dissenso”. Nel settembre 1965, due letterati non molto noti, Andrej Sinjavskij e Julij Daniel, furono arrestati per avere pubblicato all’estero, sotto pseudonimo, scritti che criticavano la realtà sovietica. Ne era seguito un processo, che si era concluso con pesanti condanne per entrambi. La stampa ufficiale aveva dato voce solo agli argomenti dell’accusa, ma amici e parenti degli imputati scrissero resoconti del processo, che cominciarono a circolare dattiloscritti di mano in mano. Nasceva così un nuovo strumento di lotta, il “samizdat”, che consentiva di far circolare le informazioni a dispetto della censura. Opere e testi che non potevano essere liberamente pubblicati avevano trovato un rudimentale ma efficace canale di diffusione, capace di raggiungere una cerchia limitata, ma dotata di influenza ideale nel paese. Negli stessi giorni dell’arresto di Sinjavskij e Daniel, la polizia aveva fatto irruzione nella casa di Solzˇenicyn e aveva sequestrato alcuni manoscritti. Dopo il caloroso successo riservato nel 1962 a “Una giornata di Ivan Denisovicˇ”, lo scrittore aveva ancora pubblicato qualche racconto breve, ma numerosi erano i suoi testi che giacevano sul tavolo dei censori in attesa di imprimatur. Era ormai chiaro che non se ne sarebbe più fatto nulla, e alcuni cominciarono a circolare in “samizdat”.

Il più importante era “Divisione cancro”,
un romanzo ambientato nel reparto oncologico di un ospedale sovietico nel periodo successivo alla morte di Stalin, dove l’incombenza della morte rende essenziali e radicali gli interrogativi etici che i personaggi si rivolgono l’un l’altro. Il romanzo consentiva a Solzˇenicyn di mettere di nuovo in scena il mondo della “reclusione”, visto come suprema prova morale nella quale gli individui rivelano la loro più intima verità. Dopo ripetuti rifiuti delle autorità a consentirne la pubblicazione, il dattiloscritto finirà per varcare le frontiere dell’Urss e vedrà la luce all’estero. E’ in questa mutata atmosfera degli anni post-chruscioviani che Solzˇenicyn compie il suo primo aperto gesto di sfida. Nel maggio 1967 invia una lettera al Congresso degli scrittori (al quale non era stato invitato), in cui denuncia la censura “che grava illegalmente sulla letteratura sovietica impedendo agli scrittori di esprimere giudizi sulla vita morale dell’uomo e della società”. La lettera non viene resa nota, ma circola in “samizdat”. Solzˇenicyn diventa il simbolo della resistenza contro un sistema ottuso e repressivo, la sua statura ne risulta subito elevata: è un uomo che non china la testa dinanzi al potere. La rottura con le autorità sovietiche precipita. Nel 1969 Solzˇenicyn viene espulso dall’Unione degli scrittori “per comportamento antisociale”. La sua successiva lettera di protesta viene pubblicata in Occidente e suscita un moto di solidarietà: sul Times trentuno scrittori di fama mondiale, tra cui Graham Greene, Arthur Miller e altri, dichiarano che “il trattamento riservato agli scrittori sovietici è diventato motivo di scandalo universale”, mentre “Les Lettres Françaises” raccolgono le firme di autori notoriamente di sinistra come Louis Aragon e Jean-Paul Sartre.

Il caso Solzˇenicyn assume così proporzioni impreviste,
tanto più che allo scrittore viene assegnato, nel 1970, il Nobel. Non andrà a ritirarlo, poiché teme che le autorità sovietiche gli possano negare il rientro in patria, ma il testo del suo di scorso (sulla missione dell’artista in difesa della verità) verrà letto a Stoccolma e circolerà clandestinamente in Urss. La voce di Solzˇenicyn (che nel frattempo si è stabilito a Mosca e ha divorziato dalla prima moglie) è così diventata una delle più energiche e autorevoli del dissenso sovietico. Anche la sua concezione politica si è rapidamente evoluta (come vedremo meglio nella prossima puntata). L’iniziale denuncia dei crimini di Stalin si è ormai trasformata in lotta aperta contro il sistema socialista e contro la sua ideologia, mentre sempre più netto si è fatto l’appello ai tradizionali valori religiosi del popolo russo. Nel 1972 ha inviato una lettera al nuovo patriarca ortodosso, invitandolo a mantenere autonoma la Chiesa dalle ingerenze dello Stato. Nel 1973 scrive la “Lettera ai capi dell’Unione Sovietica”, il testo che contiene la più compiuta elaborazione del suo pensiero politico, destinata a suscitare sconcerto e violente reazioni critiche all’interno dello stesso dissenso, poiché Solzˇenicyn vi esprime tutto il suo disprezzo per la concezione “occidentale” della libertà, e propone ai gerarchi del Cremlino una sorta di grande compromesso: rinneghino l’ideologia marxista e orientino la loro politica unicamente secondo gli interessi nazionali russi; in cambio, si tengano pure il loro potere. La lettera, ovviamente, non ebbe risposta.

La prova di forza tra l’uomo e il regime era ormai giunta
al suo epilogo. Il 12 febbraio 1974 Solzˇenicyn venne arrestato e subito espulso dall’Urss: iniziava per lui un esilio destinato a durare venti anni. Due mesi prima era uscito a Parigi (pubblicato dalla Ymca Press, la casa editrice dell’emigrazione russa) “Arcipelago Gulag”. Il libro era pronto da tempo, ma l’autore esitava a renderlo pubblico per non compromettere le sue fonti di informazione. Un evento tragico aveva però precipitato la decisione: un’amica dello scrittore, che aveva dattiloscritto il testo, interrogata dalla polizia, aveva rivelato il nascondiglio del libro (e, presa dal rimorso, si era suicidata). Solzˇenicyn considerava questa opera come la missione della sua vita. “Dio - scriverà in seguito - portò meravigliosamente a compimento l’impresa”. Si tratta di una minuziosa inchiesta storica, che documenta le ondate di repressione e terrore succedutesi ininterrottamente dalla rivoluzione di Ottobre al 1956. Non solo i famigerati anni Trenta, non solo Stalin: fin dall’indomani della presa del potere da parte dei bolscevichi, il comunismo aveva lasciato dietro di sé una sequela di orrori, stermini, deportazioni, decimazioni, e aveva inghiottito milioni di vittime. L’autore raccoglie testimonianze, ricostruisce episodi, sottrae all’oblio una quantità gigantesca di eventi dolorosi. Lo sterminio, anche di milioni di vittime innocenti, può restare un’idea astratta finché non sappiamo che avvenne esattamente in quel modo. E proprio “quel modo” mostruoso in cui avvenne, Solzˇenicyn riporta alla luce, e lo pone in relazione diretta con l’utopia sovietica: “Per fare del male, l’uomo deve prima sentirlo come bene”. Il libro ebbe sull’Occidente un impatto impressionante (non sull’Italia, dove gli intellettuali avevano cose più importanti a cui pensare). Consentiva, al grande pubblico, di percepire l’enormità della tragedia sovietica e di aprire finalmente gli occhi sulla più grande menzogna del secolo.

Visti dalla Russia di Solzˇenicyn “noi sembriamo inesorabilmente
dei cretini”, scrisse André Glucksmann, il capofila dei “nouveaux philosophes” francesi, rivolgendosi ai suoi colleghi della sinistra intellettuale, sempre pronti a denunciare fascismo, imperialismo, capitalismo, e a trovare eufemismi per gli orrori del comunismo. L’idea che il bilancio criminale comunista fosse commensurabile a quello nazista, fino allora respinta come una provocazione, apparve legittimata da ciò che veniva rivelato. E l’ideologia comunista venne improvvisamente a trovarsi al centro di una questione morale, chiamata ovunque a discolparsi per i delitti commessi in suo nome. Certo, anche dopo la denuncia di Solzˇenicyn continuarono a esistere (ed esistono tuttora) persone pronte ad assicurare che il comunismo è solo un grande e generoso ideale che nulla ha a che fare con il Gulag; ma sono condannate ad apparire per ciò che sono: degli inguaribili e frivoli snob. A dispetto delle rappresentazioni di maniera, dissenso e cultura ufficiale non sono mai stati, in Urss, mondi totalmente estranei l’uno all’altro. Tra i due campi esistevano, pur con mille sfumature, forme di comunicazione, che consentivano agli argomenti dei dissidenti di aprirsi un varco fino ai centri del potere. Del resto, molti dissidenti avevano iniziato la loro attività proprio con l’intento di avviare un dialogo con gli uomini che stavano al vertice dello Stato. Sarà l’incapacità del sistema sovietico di accogliere la benché minima proposta di riforma e la repressione di ogni manifestazione di pensiero autonomo che, progressivamente, porteranno alla radicalizzazione degli oppositori. Il dissenso, inoltre, non fu mai un fenomeno omogeneo.

Negli stessi anni (fine Sessanta e inizio Settanta)
in cui Solzˇenicyn andava rendendo più netta la propria denuncia del sistema sovietico, si erano chiaramente delineate dentro il dissenso tre tendenze principali, in vivace competizione per l’orientamento politico della giovane intellighenzia. Esisteva una corrente “socialista” (il cui maggiore rappresentante era lo storico Roj Medvedev, espulso dal Pcus per le sue ricerche su Stalin), che rivendicava una democratizzazione nella società, invocando l’insegnamento di Marx e l’esempio di Lenin, e ispirandosi al periodo pre-staliniano della storia sovietica nonché a quelle correnti del bolscevismo che erano risultate sconfitte. Esisteva poi una tendenza “democratica”, rappresentata dal fisico nucleare Andrej Sacharov, il quale aveva sostenuto la tesi secondo cui il sistema socialista e quello capitalista, invece di combattersi, avrebbero dovuto collaborare, mutuando l’uno dall’altro ciò che avevano di meglio: in questo processo, la società sovietica doveva democratizzarsi e lasciare alle idee la libertà di esprimersi e di circolare. E proprio questa tendenza fu all’origine, in Urss, del movimento per i “diritti dell’uomo”, destinato a diventare il minimo comune denominatore di tutte le rivendicazioni del dissenso. Ma entrambe queste tendenze, che avevano tra loro non pochi punti di contatto e che potevano ambire a un ascolto tra i circoli “riformisti” dell’establishment sovietico (come dimostrerà, molti anni dopo, la svolta di Michail Gorbacˇëv), erano circoscritte a piccoli gruppi di intellettuali, avevano scarsa influenza sulla società russa ed erano nettamente minoritarie perfino tra gli ambienti del dissenso.

Di gran lunga prevalente, tanto nella società
quanto tra gli intellettuali dell’opposizione, era invece la terza tendenza, che possiamo chiamare “nazionalista”. Del resto, era naturale che fosse così, giacché essa si alimentava di motivi ideali che avevano radici profonde nella storia russa e potevano vantare, nella tradizione intellettuale del paese, illustri antecedenti. L’ambiguità stessa dell’esperienza sovietica - che aveva mortificato, in nome di un’ideologia internazionalista, l’identità nazionale russa, ma che allo stesso tempo aveva insediato il nuovo regime nei confini dell’impero zarista e ne aveva fatto una superpotenza mondiale - lasciava ampi spazi a una interpretazione in chiave nazionalista dei problemi del momento. E la stessa situazione spirituale dell’Urss ai tempi di Brezˇnev, dove a uno Stato potente e imperiale si accompagnava un’ideologia (il marxismo-leninismo) a cui tutti rendevano omaggio ma a cui nessuno più credeva, aveva reso attuale la ricerca di un’ideologia di ricambio, e ciò faceva sì che, in forme velate, alcuni argomenti dei nazionalisti circolassero anche sulla stampa ufficiale, oltre che in numerose pubblicazioni “samizdat”. Di questa terza tendenza Solzˇenicyn era diventato, gradualmente, il rappresentante più autorevole.

Lo scrittore non aveva rivelato subito il proprio pensiero.
Nei suoi testi autobiografici, dirà poi che aveva inizialmente tenute nascoste le proprie convinzioni politiche per meglio prepararsi alla sua missione. Cosicché, negli anni Sessanta, era potuto sembrare a molti che egli si battesse per una riforma, non per una distruzione, del socialismo. Negli anni Settanta, invece, il suo rifiuto del socialismo e del sistema sovietico divenne intransigente. La radicalità delle sue concezioni politiche, unite a una tempra di combattente che gli faceva respingere le mezze misure e che dava talvolta ai suoi pronunciamenti un tono persino intollerante, aveva finito per imprimere a tutto il dissenso un carattere marcatamente anti-comunista. Ma il comunismo, per Solzˇenicyn, non era un incidente della storia. Al contrario, esso gli appariva come il risultato coerente dell’evoluzione anti-cristiana della civiltà moderna, il cui peccato di origine risaliva al Rinascimento, con il suo umanesimo irreligioso. Comunismo e capitalismo, lungi dall’essere alternativi, erano le due facce della medesima civiltà materialista. Quanto al sistema sovietico, esso non veniva concepito come un prodotto della storia russa, ma del fatto che “il cupo uragano dell’ideologia progressista ci ha investiti da Occidente”. Lo scrittore riproponeva la questione fondamentale che aveva sempre diviso gli intellettuali russi: la Russia è un paese europeo, che deve imparare dall’Occidente, oppure deve seguire una propria via originale? E rispondeva che ogni volta che il paese, fin dal tempo di Pietro il Grande, aveva cercato di riformarsi sul modello europeo, ne erano seguite catastrofi e avvilimento.

Erano posizioni, queste, che incontravano un forte movimento
di opinione, destinato a estendersi negli anni a venire, soprattutto nell’ambiente dell’intellighenzia e degli artisti: i giovani riscoprivano la madre terra, cominciavano a collezionare icone, si facevano crescere la barba e i capelli secondo l’antica foggia russa (di cui Solzˇenicyn stesso aveva riproposto l’esempio). Del tutto coerentemente con la propria concezione, Solzˇenicyn svalutava il significato della libertà politica, della democrazia e delle sue forme parlamentari. Essenziale, ai suoi occhi, era la libertà religiosa e la conformità della politica nazionale ai valori spirituali e morali della tradizione russa. Queste convinzioni egli le aveva espresse, come sappiamo, nella “Lettera ai capi dell’Unione Sovietica” (1973), che è il suo più importante testo politico di quegli anni, in cui proponeva ai gerarchi del Cremlino una sorta di compromesso: rinunciassero al marxismo-leninismo e orientassero la politica dello Stato secondo i valori nazionali russi, tenendosi, in cambio, il loro potere. E le aveva riproposte, in forma ancora più polemica, in un testo che criticava le tendenze democratiche del dissenso (“I saccenti”), pubblicato in un’antologia da lui ispirata, “Da sotto le macerie”, che era una sorta di manifesto della corrente nazionalista. Date queste premesse, è naturale che l’accoglienza dell’Occidente nei confronti dell’esule si sia progressivamente caricata di imbarazzo.

Sconcertava l’impronta fortemente antimoderna del suo pensiero.
Nel 1978, all’Università di Harvard, davanti a ventimila ascoltatori, dichiarò che la società occidentale era un modello spiritualmente mediocre e che l’oppressione in Russia aveva “forgiato caratteri più forti, più profondi e interessanti di quelli che si possono formare nella prospera e regolamentata vita dell’Occidente”. A questa sua convinzione, del resto, corrisponderà un’esistenza da esule estremamente riservata, perfino misteriosa. A differenza di altri emigrati, Solzˇenicyn non cercò mai di inserirsi nella vita culturale e accademica occidentale. Subito dopo l’espulsione dall’Urss, e dopo un breve soggiorno in Svizzera, si era stabilito negli Stati Uniti, a Cavendish, nel Vermont. E’ qui che trascorrerà, con la nuova moglie e i figli, lontano da ogni mondanità, quasi tutto il ventennio dell’esilio, impegnato senza sosta nella sua opera monumentale. E la fedeltà del suo rapporto con la terra lontana si incarnerà in ogni gesto della vita quotidiana, estendendosi perfino all’ambiente circostante (la casa di legno, le immense distese di boschi, la molta neve), così simile all’atmosfera della sua Russia. In patria, quando le parole pesavano come pietre, Solzˇenicyn aveva fatto sentire alta e forte la propria voce. Nel suo esilio occidentale, dove le idee potevano circolare libere e leggere, si era chiuso nel silenzio. I diciotto anni trascorsi a Cavendish, nel Vermont (dopo i due passati in Svizzera), furono un periodo di eroico isolamento, vissuto in un ambiente naturale che felicemente riproduceva (con le sue immense distese di boschi, con la sua neve alta) l’atmosfera della Russia lontana.

L’esistenza dello scrittore scorreva metodica: sveglia alle sei, poi al lavoro fino a notte inoltrata, con tutta la famiglia, moglie e figli, a copiare a macchina i suoi manoscritti e a ordinare le sue schede. “Perfino rispondere al telefono costituiva un avvenimento”, racconterà David Remnick, uno dei pochissimi giornalisti che riuscì a incontrarlo. “Sono stati gli anni più operosi della mia vita”, ricorderà in seguito Solzˇenicyn, che in quella lunga solitudine creativa aveva portato a termine “La ruota rossa”, monumentale tetralogia sulle origini della rivoluzione bolscevica. Concepito come un’epopea storica romanzata, nella tradizione tolstojana, l’opera conteneva la riflessione dell’autore sul divenire della storia: risultato di un reticolo imprevedibile, e perfino improbabile, di eventi, cui gli uomini partecipano con le loro convinzioni morali. E l’immaginazione dello scrittore vi era attratta dalle “forzature” che il flusso storico subisce per l’intervento della volontà umana: ed ecco allora l’entrata in guerra scaturire da una catena di circostanze al cui inizio sta l’uccisione, da parte di un fanatico, del ministro Stolypin; ed ecco Lenin a Zurigo che febbrilmente progetta la presa del potere. Solzˇenicyn considerava queste pagine come l’opera della sua vita, ma molti critici le accolsero freddamente: lo scrittore, dissero, è ormai uscito dai confini della letteratura, il materiale storico lo ha schiacciato, non riuscirà mai più, indurito com’è dalla lotta politica, a descrivere la sua Natasˇa Rostova al primo ballo. Ma mentre nel Vermont gli anni scorrono lenti, è proprio in Unione Sovietica che la storia subisce un’accelerazione. Michail Gorbacˇëv avvia la perestrojka e il potere del Partito comunista comincia a vacillare. Nel nuovo clima di libertà che si vive a Mosca, gli esuli, da ogni parte del mondo, prendono la strada del ritorno. Non Solzˇenicyn, che però invia, nel 1990, un opuscolo politico, “Come ricostruire la nostra Russia?”, destinato a suscitare vivaci discussioni.

“L’orologio del comunismo ha cessato di marciare. Ma il suo edificio di cemento non è ancora crollato. E che noi, piuttosto che liberati, non si finisca sotto le sue macerie”, è questo il solenne avvio del testo, che contiene un insieme di dettagliate proposte per far rinascere dal basso “una Russia morale”, e che lancia l’idea di smantellare l’impero sovietico, conservando unite solo le repubbliche slave, Russia, Ucraina e Bielorussia (più una parte del Kazachstan). Ma gli eventi correvano più veloci anche delle idee. Nel 1991 si dissolve l’Unione Sovietica e nel 1992 viene avviata la liberalizzazione dell’economia, che trasformerà tutta la società russa, dandole quell’aspetto selvaggio che è sotto i nostri occhi. Poi, finalmente, nel 1994, viene dato l’annuncio: Solzˇenicyn torna in patria, a 75 anni. Il ritorno fu organizzato in modo da restare memorabile. L’esule non prese un normale volo per Mosca, ma volle arrivare, simbolicamente, da Oriente, seguendo il corso del sole, con una lenta marcia di avvicinamento alla capitale. Proveniente dall’Alaska, il 27 maggio pose piede a Vladivostok (dopo essersi fermato un momento a Magadan, a baciare la terra dove erano stati le baracche e i fili spinati del Gulag) e si mise in viaggio verso Mosca su un vagone ferroviario. Spostandosi lungo la Transiberiana, attraverso Khabarovsk, Irkutsk, Novosibirsk, Omsk, Ekaterinburg, impiegò un mese per arrivare a destinazione: a ogni sosta lo scrittore veniva accolto dalle autorità locali, visitava le chiese, parlava alla gente. E ovunque Solzˇenicyn si chinava sulle sofferenze del popolo e della sua terra, “smembrata e offesa”, “umiliata e distrutta”. E aveva parole violente e sprezzanti contro i nuovi governanti, contro l’invasione dei costumi occidentali, contro il consumismo e la pornografia. Il paese segue il suo viaggio di avvicinamento domandandosi quale ruolo l’illustre esule voglia giocare nella nuova Russia.

Alcuni paragonano il suo lento incedere alle marce di Gandhi, altri evocano il ritorno in patria di Khomeini. Altri ancora, con più umorismo, si compiacciono di descrivere Mosca, che lo attende inquieta, come quel famoso paese di provincia che entra in agitazione per l’arrivo dell’Ispettore nell’omonima commedia di Gogol’, poiché tutti sentono di avere qualche peccato sulla coscienza. I giornali democratici ironizzano: “E’ giunto il rappresentante plenipotenziario di Dio in Russia”; il poeta Evgenij Evtus ˇenko teme che qualcuno possa “ricamare a lettere d’oro il suo nome sulle oscene, lacere bandiere monarchico-staliniste-fasciste”. E corre voce, persino, che proprio pensando all’esule siano stati fissati, nella nuova Costituzione, i limiti di età per diventare presidente. Ma non succederà nulla. Svanita ben presto l’iniziale curiosità, attorno allo scrittore resterà solo la stanchezza mortale e l’apatia della sua gente. Le accoglienze, certo, furono solenni, ma anche assai formali. La Duma di Stato lo invitò a parlare in seduta plenaria davanti ai deputati, Boris Eltsin lo ricevette mezz’ora al Cremlino.

Poi la televisione pubblica gli offrì una rubrica settimanale
, dalla quale per un anno Solzˇenicyn poté indirizzare i suoi sermoni al paese: pronunciava invettive contro il comunismo, dal quale tutto il male aveva avuto origine, contro i democratici, che saccheggiavano le ricchezze della Russia, contro la corruzione dei costumi; e invocava una rinascita dal basso della vita pubblica, attraverso l’autogoverno locale, secondo la tradizione russa dello “zemstvo”; ed esortava il governo a concedere l’indipendenza ai ceceni, che l’avevano conquistata col sangue, e a lasciarli andare al loro destino. Dopo qualche tempo, la trasmissione venne però soppressa: perché l’audience era troppo bassa, dissero i dirigenti; perché si trattava di una voce critica, disse l’opposizione. Probabilmente, per entrambe le ragioni. Ma la Russia, oggi tanto distratta, tornerà a meditare la sua opera, così come periodicamente ritorna a meditare sulle parole di quei suoi autori che la hanno esortata, nei decenni e nei secoli passati, a cercare in sé la propria salvezza, voltando le spalle alla civiltà europea. E quando verrà di nuovo, per il paese, il tempo dell’orgogliosa introversione, anche la voce di Solzˇenicyn si farà di nuovo ascoltare con attenzione. Ora, però, l’uomo che divenne un simbolo poiché in un momento della sua vita sembrò capace di affrontare da solo un potere apparentemente invincibile, è tornato (anzi, è finalmente giunto) a un’esistenza normale, per quanto normale possa essere l’esistenza di un grande intellettuale le cui domande riguardano non solo la sua nazione ma la cultura del mondo intero. Fedele al suo temperamento, oggi Solzˇenicyn conduce una vita ritirata. Abita in una dacia nei dintorni di Mosca, donatagli dal sindaco della capitale. La sua vecchia casa, in centro, è stata trasformata in un museo ed è diventata la sede della Fondazione che porta il suo nome. Alla vita pubblica partecipa in modo discreto: tre mesi fa ha preso la parola in un convegno dell’Accademia della Scienze dedicato a Fëdor Dostoevskij, una rivista ha pubblicato due suoi recenti racconti ambientati durante la seconda guerra mondiale. Qualcuno dice di averlo visto mentre, non riconosciuto, passeggiava per le vie di Mosca.
 

di Massimo Boffa

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