cerca

Giorgia Meloni

Dalla Garbatella alla vicepresidenza di Montecitorio. Dicono che succederà a Fini, lei sogna un marito da sposare in chiesa.

Un giorno vai all’aeroporto. Incontri Veltroni, lo saluti, ti saluta. Poi, proprio mentre se ne va, lui tira fuori quell’aria paterna e ti dice: hai visto che già ti vogliono bruciare? Ma tu dai retta a me: sono tutte cazzate.

15 Aprile 2009 alle 00:00

Dal Foglio del 20 ottobre 2007

Un giorno vai all’aeroporto. Incontri Veltroni, lo saluti, ti saluta. Poi, proprio mentre se ne va, lui tira fuori quell’aria paterna e ti dice: hai visto che già ti vogliono bruciare? Ma tu dai retta a me: sono tutte cazzate.

Un giorno, non molti giorni fa – narra un testimone – questo è accaduto all’onorevole Giorgia Meloni, vicepresidente trentenne della Camera dei deputati, leader di Azione giovani e, dicono gli esegeti del pensiero finiano (nel senso di Gianfranco Fini), possibile futuro leader di Alleanza nazionale. Giorgia, quindi, direttamente Giorgia, e non una consegna morbida del partito ai cosiddetti “colonnelli” – termine che, all’orecchio profano, evoca più o meno i cognomi di Gasparri, Alemanno, La Russa eccetera. Dicono gli esegeti che Fini non conferma ma ci ha pensato davvero. Che ci ha pensato anche se poi ha detto: tanti sarebbero i candidati, e quel posto, attualmente, non è vacante. Dicono che non l’ha pensato per imitare Silvio Berlusconi, per controbilanciare a destra la vis femminile di Michela Vittoria Brambilla – e insomma, sbottano gli esegeti: pure i giornalisti, con questi paragoni, suvvia, An è An, Forza Italia è Forza Italia, macché Meloni come la Brambilla, ma non vedete quanto sono diverse? E mica per i tacchi della Brambilla. Non vedete che Brambilla è un’imprenditrice e Meloni una politica di professione? Fini punta su Giorgia perché la ragazza la stoffa ce l’ha, ce l’ha da sempre, che c’entra Berlusconi. Giorgia sarebbe capace, sarebbe adatta, sarebbe la marcia in più, il nuovo che avanza. E’ giovane, sì, ma guarda che esperienza, quindici anni al partito, e allora perché no?

Perché no? Ma soprattutto perché, viene da chiedersi, l’onorevole Meloni fa così tanta simpatia al centrosinistra? A Veltroni, sì, ma pure ai giovani ex diessini (neodemocratici) con cui Giorgia litigava alle assemblee studentesche. Quelli che ora, in politica come lei, dichiarano ai giornali: è brava, con lei si può dialogare. Eppure Giorgia dice tutte le cose che dice Alleanza nazionale, e che l’ex diessino medio di solito rifugge. Meloni non ha mai edulcorato nulla. E’ tradizionalista sulla famiglia quanto un Adolfo Urso, ha dato dello Zelig al ministro Paolo Ferrero, che aveva il pugno di ferro con l’alcol e il guanto di velluto sulle droghe, ha detto al Magazine del Corriere che Romano Prodi è talmente innocuo che magari poterselo tenere per sempre. E’ contro la politica economica del governo, vuole rifare tutto in tema di politiche giovanili: la scuola gestita dalla sinistra fa pietà, il Sessantotto ha fatto acqua da tutte le parti, i figli dei sessantottini hanno imparato a volere tutto e subito e non sanno che cos’è la meritocrazia, i giovani non sono una categoria sociologica, per i precari il governo ha aumentato i danni, invece di ridurli, bisognava incentivare i mutui, non gli affitti.

E’ pro life che più pro life non si può, ha paura delle derive eugenetiche, dice no a ogni relativismo etico, dice che il divorzio è un’ultima ratio e non un’opzione in campo. Si capisce che possa trovare convergenze nell’ala rutelliana del Pd, ma con i laici puristi di entrambi i poli? E con gli ex rossi che solo a sentir nominare An sentono scattare dentro di sé il retaggio di un rifiuto anni Settanta? Con quelli sarà più dura. E invece. Invece la Meloni ha un effetto calmante. L’effetto di una svolta di Fiuggi moltiplicata per mille. Uno di centrosinistra che serbi ancora qualche diffidenza verso l’ex Msi la guarda e dice: allora sono cambiati davvero. Sarà l’effetto Pd (quello che fa pensare: tra ex nemici si può parlare, destra e sinistra oggi cosa sono?), ma quando l’onorevole Meloni dice cose di accettabile trasversalità – boicotta Yahoo per i diritti civili in Cina, diamo voce alla generazione muta, bamboccioni siete voi (dove per voi si intende Tommaso Padoa-Schioppa e Giovanna Melandri) – uno pensa che, a voler essere previdenti sulle sorti del partito, Meloni di sicuro fa più presa al centro dei colonnelli, senza offesa per i colonnelli.

Detto questo, l’onorevole Meloni non vuole nemmeno sentirne parlare, della futura leadership (e certo c’è da capirla, tanto più se ci si mette pure Veltroni a fare la Cassandra). Nemmeno vuole pensarci – giacché si è appena abituata a gestire la Camera dei deputati, in quell’ufficio che sarebbe grande pure per cinque o sei persone, con quei mobili di severa magniloquenza giallognola, e quelle sedie giganti che pare di essere nel mezzo di un pomeriggio invernale quando i genitori escono e tu ti metti a giocare in camera loro, e tutto ti sembra enorme, e neanche se la cerchi d’impegno la trovi, là dentro, una cosa che non meriti il suffisso “one”: tavolone, quadrone, divanone, finanche un televisorone. Già uno si sente piccolo (e l’onorevole Meloni ci si sente, piccola, per almeno dieci minuti al giorno). Già uno si sente inadeguato (e l’onorevole tutte le mattine trova un motivo per trovarsi inadeguata, nonostante i successi). E ora senti pure quell’ansia da prestazione, perché non vuoi deludere chi ha creduto in te, e neanche ti eri rinforzata in un incarico che subito te n’è arrivato sulla testa uno più gravoso – per carità va benissimo, esperienza eccezionale, ma una volta che sei lì: auguri.

A giudicare dall’ansia che pervade lo stanzone della vicepresidenza, non è cambiato molto da quando si andava a scuola e anche se avevi studiato tormentavi la mamma, i nonni e tua sorella e dicevi “non so niente, non so niente”, e poi chissà come all’interrogazione prendevi sempre 8 (crescendo si peggiora: l’onorevole Meloni, alla vigilia dell’esame di maturità, era diventata insostenibile, con tutti quei “non so niente”, e quel nervosismo, lega i capelli e sciogli i capelli, libro qui e libro là, e poi ecco che, come volevasi dimostrare, ha preso sessanta sessantesimi). E se uno deve crescere e avere ancora quel terrore di sbagliare, quasi quasi viene voglia di tornare indietro di vent’anni, Giorgia bambina e bambina pure Arianna, la sorella-amica a cui si rubano le scarpe (“ho deciso che le tengo”. Se Giorgia dice così non c’è verso di recuperarle, le scarpe, anche se il giorno prima ti ha detto: “Ma che tte sei comprata?”. Sono invece al sicuro le magliette decorate con brillantini Svarovski. Ad Arianna piacciono da morire, a Giorgia no, e come darle torto).

Vent’anni fa, almeno, a sbagliare non si rischiava granché. Al massimo poteva arrivare il “premio Monnezza”, medaglia ideale elargita in caso di errore dal nonno burlone, uno che amava fare gare di indovinelli e raccontava storie incredibili di viaggi in Africa assolutamente inventati. Tu stavi lì a sentire che fine avessero fatto i terribili uomini-lampadina e a chiederti dove fosse mai nascosto il trofeo conquistato nella battaglia contro le formiche mangianti. Agli indovinelli non riuscivi mai a rispondere, e piovevano premi monnezza, e meno male che poi si poteva recuperare con la gara di canto, canzone più gettonata: “Parlami d’amore Mariuuuu/ tutta la mia vita sei tuuuuu/ gli occhi tuoi belli brillano/ fiamme di sogno scintillano”, che il nonno conosceva a memoria, Arianna stonava orrendamente e Giorgia riusciva a cantare senza prendere neanche una stecca. La nonna Maria non ci crede, oggi, che quella che metteva l’accento su “Mariuuuu” è il vicepresidente della Camera, e al mercato del quartiere Garbatella, dopo l’elezione di Giorgia, schivava il fruttivendolo che le diceva: “Signò, ho visto su’ nipote, ammazza che cariera”.
Obtorto collo, proprio perché i titoli dei giornali rimbalzano e riecheggiano come l’eco del tempio maledetto – e purtroppo tocca rispondere – l’onorevole Meloni, se interrogata sull’ipotetico segretariato di An, dice: fantapolitica, fantapolitica, fantapolitica. Vero o falso che sia, Fini o non Fini, colonnelli o non colonnelli, nel partito sono tutti molto solidali, tutti lì a chiedersi: oh, ma che stanno facendo? ma che davvero la mettono a rischio? Eh no, eh. Ma come: una buona ce l’abbiamo e subito ce la giochiamo? Appena viene fuori un giovane questi lo silurano, ci vogliono tenere tutti in seconda fila fino a cinquant’anni. E poi dicono di Padoa-Schioppa.

Che Giorgia Meloni, in potenza, sia già quel che un giorno potrebbe essere in atto non lo pensano soltanto i suoi demiurghi politici, ovvero Maurizio Gasparri, che la chiama “la piccola Evita”, e Fabio Rampelli, che la chiama “Alice nel paese delle meraviglie” e rivendica di averla scelta per le provinciali del 1998 perché in quella ragazzina vedeva “la profondità e la freschezza” necessarie a smuovere la classifica elettorale in un quartiere testardamente rosso come la Garbatella, Roma popolare, tutti compagni e la foto di Giorgia sul muro, un cartellone con lei che faceva una smorfia e la scritta “sgradita al regime”, slogan bislaccamente pannelliano per una campagna di Alleanza nazionale. Passi per le lodi di Gasparri e Rampelli, passi per la stima incondizionata di Federico Mollicone, capogruppo di An al primo municipio di Roma, vecchio collega di sezione che chiama l’onorevole Meloni, orgogliosamente, “un piccolo e infallibile prodotto da laboratorio” – e può ben dirlo perché quindici anni fa Federico le dava gli ordini. Giorgia era un’attivista del movimento studentesco. Era a destra, ma avrebbe potuto essere a sinistra. La sinistra l’aveva inizialmente incuriosita – e si sa che, quando arrivi alle superiori, quei ragazzi più grandi che fanno assemblee e fumano e discutono e attaccano avvisi e ti sembra che vogliano cambiare il mondo hanno un fascino maledetto. Ma poi. Poi quelli parlavano di pace, di diritti, di diseredati, ma era difficile che ti facessero dire qualcosa che non fosse quello che già dicevano tutti. Dicevano “siamo tutti uguali” ma c’era qualcuno meno uguale degli altri. Dicevano “noi facciamo parlare tutti” ma Giorgia l’aveva sentito, che a uno avevano detto: “Stai zitto fascio di merda”. In casa papà votava comunista, voleva abolire la proprietà privata, ma ai tempi delle superiori papà se n’era già andato, partito per chi sa dove.

Mamma, che non era comunista, guardava il telegiornale ed era impressionata da Tangentopoli. A casa di Giorgia c’era voglia di trasparenza, di pulizia. Poi quell’attentato, il giudice Borsellino. Giorgia voleva fare qualcosa. Anche i ragazzi di sinistra dicevano “no alla mafia” e “viva la democrazia”. E allora perché non fate parlare tutti, chiedeva Giorgia? Non ci fu risposta. Qualcuno, a sinistra, nelle assemblee cominciò a dirlo: dobbiamo far parlare anche loro. Qualcuno, nel movimento studentesco, e nelle sezioni dell’allora Pds, provò a dire: guardate che così siamo noi che facciamo i fascisti, confrontiamoci. Ma che dici?, i fascisti menano. Guardate che anche i centri sociali menano, e poi oggi stiamo ancora a dire fascisti-comunisti? Forse era troppo presto. Molti appelli al dialogo fallirono. I più se ne fregarono, andarono all’università, si fidanzarono alle feste e restarono tiepidamente di sinistra fino all’avvento del Pd. Giorgia entrò alla sezione Msi-Garbatella. E fu per sempre.

Se Federico ordinava “allerta gente per domani”, toccava telefonare nottetempo, in tempi di telefono fisso, a casa dei giovani militanti. E se non ti ricordavi il nome vero di Tizio e Caio, visto che tutti, in sezione, si chiamavano per soprannome, ti beccavi prima le urla del genitore svegliato nel cuore della notte – Giorgia chi? Senta, lei è una maleducata, chiama a quest’ora e non si ricorda il nome di mio figlio? – e poi le battutacce di Mollicone, perché di attivisti non ne avevi racimolati abbastanza. Che poi come si fa a ricordarsi, per esempio, che “Er secco” si chiama Giovanni e “Er balena” si chiama Paolo, quando a malapena li conosci, quelli? C’è solo un soprannome indimenticabile. Tutti sanno che Andrea De Priamo, il militante che per primo ha accolto Giorgia in sezione, lei con una tutina rosa, lui con un chiodo che poco si addiceva al Fronte della gioventù, è stato ribattezzato “Peo”. Perché ha la “r” moscia e non riesce a scandire il proprio cognome, De Priamo, e la parola arrotolata che ne esce suona più o meno “Peo”.

A Giorgia non avevano dato soprannomi. Ma le tirarono qualche scherzo. E una sera i capi della sezione si fecero trovare intenti a fumare (per finta) uno spinello gigante. Giorgia, che era già severamente proibizionista, quasi quasi si metteva a piangere: ma come, predichiamo bene, e poi? ma che fate? E meno male che Peo ridendo le disse: c’hai creduto. Il soprannome è per sempre e un amico pure, e Peo è da sempre l’amico degli scherzi, quello che iscrive tua madre allo Zecchino d’oro così lo Zecchino d’oro chiama a casa cercando “la bambina Anna” e sente rispondere un’Anna di mezza età. E’ l’amico che in un impeto di amore per la natura sceglie per le vacanze un’isola sperduta della Croazia – a Kvar no, ci siamo già stati l’anno scorso – ed ecco che ci si ritrova in una località morta che più morta non si può, e tutti a dire: “A Peo, ma che c’hai rifilato l’ospizio?”.

Passi per l’ammirazione di Peo, che ancora tiene in un cassetto la metà del volantino su cui Giorgia scrisse il suo numero in quel lontano primo giorno di militanza – e lei, d’altronde, ha fatto lo stesso con l’altra metà. Passi per l’adorazione dell’altro amico del cuore, Federico Moneta detto “monetone”, che ancora si commuove al pensiero che Giorgia, a maggio, quando lui si è sposato, è fuggita da non so quale riunione per andare a salutarlo in chiesa, e poveraccia nemmeno il ricevimento si è fatta, ché doveva scappare da qualche altra parte. Passi per le lodi “di parte”, insomma, ma il fatto è che ormai i complimenti a Giorgia arrivano pure dal suo ex acerrimo avversario Carlo Fidanza, capogruppo di An al Comune di Milano, che nel 2004 l’ha sfidata a Viterbo per la leadership di Azione giovani, lui Destra sociale, lei Destra protagonista, una campagna agguerrita e solo qualche voto di scarto.

Oggi Fidanza si indigna al pensiero che qualcuno possa usare Giorgia come arma “di ricatti incrociati”, e sfoggia un fair play inglese che non gli fa confessare neanche uno dei “colpi bassi” che si erano tirati a vicenda in campagna elettorale. E allora come si fa a ignorare quella voce – futuro leader di partito – che l’onorevole Meloni liquida come “un’ipotesi rimbalzata con malizia”? I giornali insistono. E la voce insegue l’onorevole per i corridoi della Camera, al banco della presidenza, nell’ufficio dei collaboratori, protettivi pure loro. Sono anni che la seguono, da quando erano ragazzini, ed è come una banda, il capo non si tradisce mai. E se un giorno viene fuori che Giorgia, il tuo capo, è stato eletto vicepresidente della Camera, tu che fai? Metti che tu voglia fare la giornalista, come lei (che però prima voleva fare l’interprete). Metti che Giorgia arrivi e ti chieda, senza nemmeno tenere a bada l’accento romano: “Vado a Montecitorio, tu che voi fa”? Tu dici “ti seguo” senza indugio, il giornalismo può attendere, anche se eri convinta di essere la prima tra i silurati. E’ successo a Giovanna Ianniello, ieri alla comunicazione di Azione giovani, oggi portavoce di Giorgia. Ce l’hanno fatta, due paure unite, anche se Giovanna a volte perde l’autobus e Giorgia sbuffa. Ce l’hanno fatta anche se ancora oggi capita che Giorgia esca dalla macchina e un autore di “Domenica In” dica: dov’è l’onorevole? – che è comunque meglio di quando arriva alla Camera con la Mini e il vigile la ferma e lei dice “ma guardi che ho il permesso, sono l’onorevole Meloni”, e quello risponde: “E’ la moglie di chiiii?”. Ce l’hanno fatta, Giovanna e Giorgia, anche se Giorgia corregge i comunicati di Giovanna con secchionissima scrupolosità, e se s’incazza s’incazza, ma poi manda subito il messaggino che dice: “Scusa”.

Per un insopportabile contrappasso, più vuoi fuggire le responsabilità più le responsabilità ti cadono addosso. Giorgia sarà anche piaciuta al partito perché è “un trionfo di contrasti”, come dice Rampelli, ma è stato tutto talmente veloce che a volte è come vivere la vita di un altro. Anche se Giorgia l’ha sempre vissuta, la vita degli altri. Quelli che non sfoggiavano parenti “intellos” da generazioni, quelli che se avevano un amico nei licei del centro, e lui li imbucava alla festa del sabato, il padrone di casa se ne usciva con un: “Ma che l’hai portato a fare ’sto fascio?”. Quelli che si sono identificati nel fratello anticomunista di “Mio fratello è figlio unico”. Quelli che oggi, se li guardi da sinistra, non li vedi più così diversi da te. Sì, va bene, tu i Pacs li vuoi e loro dicono che il diritto privato già sistema tutto, tu sei relativista e loro no, sei antiproibizionista e loro no, e magari le loro idee sul mondo del lavoro non sono uguali alle tue, ma in fondo forse si avvicinano, e allora ti sorprendi a chiederti: ma perché ci odiavamo tanto? E se Giorgia fa questo effetto alla sinistra, figurarsi al potenziale elettore di centro (e quindi, in un’ottica di lungimiranza, l’ipotesi Meloni segretario appare quantomai plausibile).

Le vite degli altri gli altri le vivono, Giorgia no. La sua vita è altra. Il biglietto Ryanair per il weekend puoi comprarlo, certo, puoi dire agli amici “mi aggrego”. Puoi chiamare quando tutti sono già alla fine della cena e chiedere “’ndo state, arrivo”, ma poi magari il biglietto lo devi buttare, e magari a metà strada ti ricordi che devi scrivere una relazione, e hai quella stanchezza che ti sembra nessuno degli altri abbia, e ti scapicolli, e spari a palla la musica nell’iPod per sentirti una ragazza come tante, e arrivi al bar di via Savoia e trovi tutti già alticci, e per quanto ti sforzi di fare piazza pulita c’è sempre un pensiero troppo importante che riemerge. C’è la responsabilità, l’emozione di esserci, in Parlamento. Ma anche quel dubbio di non aver avuto abbastanza momenti normali da persone normali o qualche altra ora per poter chiedere a un’amica, con sincero tormento: lui non mi chiama, che faccio? La politica prende ma poi ti ridà tutto, sì. Però poi c’è la mattina in cui pensi: come farò? E subito ti rassicuri, tanto quando arriverà la persona giusta le cose verranno da sé, e allora sarà famiglia.

Tradizionale, tradizionalissima, matrimonio in chiesa. Perché tu non vuoi pensare: “Quest’uomo me lo sposo anche se non sono sicura, tanto alle brutte divorzio”. E sì, sei figlia di separati, ma proprio per questo ti piace credere che un giorno sarai davvero convinta, e i figli li crescerai tu. E alla fine però provi a non pensarci. Sospiri e dici chissenefrega se il blog nemico ha scritto che l’onorevole Meloni va alla Camera con la Mini perché non sa nemmeno andare in bici – guarda se vuoi ci vado in ginocchio sui ceci, anzi mo’ glielo scrivo su Internet. E quando, tra i blog di detrattori, emerge il sito di un sostenitore, con quella frase – “Giorgia è come il gabbiano Jonathan Livingston, fiero di aver domato la paura” – magari stavolta un po’ più forte ti ci senti davvero. E pazienza se, là fuori, le ipotesi rimbalzate con malizia continuano a dire, inesorabili: “Meloni segretario”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi