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Profumo di donna

Ciao ciao, come stai come stai? Chi, entrando in sale o salotti, ripete due volte i saluti, con accento sulla seconda ripetizione, o è timido o è assertivo o è un timido che non vuole soccombere ai vuoti d’eloquio dispensati dalla timidezza. Soltanto molto precisa è invece la signora Sabina Ratti in Profumo, reiteratrice di saluti per l’abitudine a scegliere le parole una ad una.

15 Settembre 2007 alle 00:00

Ciao ciao, come stai come stai? Chi, entrando in sale o salotti, ripete due volte i saluti, con accento sulla seconda ripetizione, o è timido o è assertivo o è un timido che non vuole soccombere ai vuoti d’eloquio dispensati dalla timidezza. Soltanto molto precisa è invece la signora Sabina Ratti in Profumo, reiteratrice di saluti per l’abitudine a scegliere le parole una ad una, bando all’approssimazione, tanto che è meglio mettersi subito in testa una cosa. Bisogna chiamarla “Sabina Ratti”, giacché persino le amiche, quando sentono qualcuno dire “signora Profumo”, subito correggono infastidite: “Ratti, signora Ratti”. Se ne deduce che la signora Sabina, manager Eni in linea con la nouvelle vague equosolidarista della società energetica (logo pubblicitario: “Consumare meglio, guadagnarci tutti”), gradisce per lo più essere considerata un’entità non inscindibile dal consorte – e banchiere – Alessandro. L’Alessandro Profumo che, immortalato a eventi ulivisti, vedi la presentazione milanese della candidatura Bindi, dice “ma io sono qui solo per accompagnare mia moglie” . Lui l’accompagna, certo, e chissà allora dove lei porterà quel banchiere Alessandro che Milano, senza voli di fantasia, ha soprannominato “Magno” per lo sguardo pan(extra)europeo con cui guida la sua Unicredit – e non per l’altezza, assolutamente nella norma. Anzi, se la signora Sabina, che è alta e slanciata di suo, si mette i tacchi, può addirittura eguagliarlo, ma è cosa impossibile a vedersi, perché lei alle serate mondane, quando ci va (e non ci va tanto quanto le sue amiche), calza babbucce friulane di velluto con smerlo di raso appena più scuro, e se proprio deve fare una follia va scalza, come un paio di estati fa sulla spiaggia di Capalbio, in una notte di quiete prima della tempesta Telecom, alla festa di compleanno dell’amico Carlo Puri, manager Pirelli, uno che a Capalbio c’è ma non viene ritratto sui giornali nei riquadri estivi sull’“Ultima Spiaggia” perché non ci va, e anzi ha messo su lo stabilimento “La Dogana” (non se ne poteva più dell’“Ultima spiaggia” dove l’élite, se c’è, è assediata dai ragazzotti della domenica che invadono il bar con code scomposte in costume traslucido e ciabatte, e allora pure il cous cous di mare perde raffinatezza, e magari Francesco Rutelli che ne vede tante può sopportare, ma i signori Puri, Profumo e Tronchetti no).

Ratti, quindi. Si dovrà dire “signora Ratti”
anche quando avverrà l’atteso incontro ufficiale in società tra l’alto manager Sabina e la signora Geronzi, moglie di Cesare, nome similmente classico per il contraltare romano di Alessandro, il Geronzi che con Profumo ha creato l’asse Milano-Roma-Unicredit-Capitalia. E’ vero che al momento Profumo non indulge in pubblici commenti sulla nomina di Geronzi a presidente del consiglio di sorveglianza di Mediobanca. Men che meno commenta il fatto la signora Sabina, che alla festa dell’Unità di Milano, due settimane fa, vestita di un dolce giallo-Doris Day come mai nessuna tra quei banchi compagni, ha scoraggiato i cronisti con un sorriso cortese appena smentito da un aggrottarsi di sopracciglia perfettamente arcuate sopra gli occhi blu. Vero, ma sarà il caso di non sbagliare quando poi li si vedrà tutti e quattro insieme, i Geronzi e i Profumo, e di non uscirsene con un romanissimo e semplificativo “signora Profumo”, o peggio con un cumulativo “signore first lady della finanza” al posto del corretto “signora Ratti”, se non si vorrà creare inutile malumore nell’animo di una manager lavoratrice che di Roma per ora frequenta, al massimo, Walter Veltroni. Come conoscente, s’intende, non come politico democratico, perché la dottoressa Sabina Ratti alle primarie del Pd sostiene appunto Rosy Bindi. E ora che il marito, prodiano, a volte anche bersaniano, e “vicino alla sinistra per storia personale”, dice di non voler tifare per nessuno dei candidati “perché vedo poca innovazione e molte pressioni dei vecchi apparati”, mentre prima si faceva vedere agli happenings veltroniani e ancora è annunciato alle presentazioni del libro di Enrico Letta, Sabina prenderà la tessera del partito e voterà Rosy (e chissà in futuro lui che cosa farà).

La signora Ratti, che di mestiere si occupa di sviluppo sostenibile – ma è meglio essere precisi e dire “corporate social responsability” – non solo ripete le parole due volte per marcare la scelta accurata ma le appunta addirittura, specie se sono quelle degli altri, non sia mai che si citi qualcuno con sciatteria.  L’ha fatto, per esempio, il 3 settembre scorso, alla Casa della Carità, durante la prima uscita milanese di Rosy Bindi, sostenuta dalla signora Ratti con un intervento sul tema “le marginalità e la politica”, puntellato di riferimenti ai discorsi dei relatori precedenti, e assenatamente modesto: che imbarazzo, grazie della presentazione come manager, beh io veramente sono un tecnico, non ho risposte ma voglio sollecitare in voi una riflessione sul ruolo delle imprese che non sono astronavi ma cittadini, e grazie Rosy che dai risposte chiare con una laicità, dico la-i-ci-tà, che ci conforta. Applausi applausi, e lodi a don Virginio Colmegna, animatore della Casa, e poi Gad Lerner che dice “stasera non c’è par condicio”, per fortuna sono tutte donne, e Sabina che sorride, ma stavolta senza aggrottare la fronte, e sorride pure Alessandro che è lì per ascoltare e basta. Oggi parla lei, Sabina, oggi guida lei che sa guidare da sola pure la moto e gira da sola con i cani per le strade di Milano. Scegliere le parole, bando alle battute, bando al pettegolezzo. Serietà e coerenza animano le signore pro Bindi del giro Casa della Carità, “luogo che si occupa di politiche sociali sul territorio”, e sono tutte signore seriamente impegnate, tutte compagne e amiche di Sabina, come la signora Umberta Lerner, che delle attività della Casa è promotrice, e la signora Francesca Floriani, presidente della società omonima per le Cure palliative e vincitrice di un Ambrogino D’Oro, ambito riconoscimento di milanesità arrivatole come un raggio di sole nei mesi oscuri in cui suo marito Paolo affrontava i marosi dell’affaire Siemens. “Rosy è l’unica persona che da ministro ha fatto fare un salto di qualità alla terapia del dolore”, dice oggi Francesca, “Rosy ha fatto la differenza, è persona integerrima dalla schiena dritta in un mondo di piacioni”, Rosy la coraggiosa vede il senso della “welfare community”, e Sabina ripete ammirata la parola dell’amica: “Community”.

Ora, la signora Sabina non è una snob. E’ decisa, schietta, diretta, rigorosa, non se la tira, non vuole piacere ma piace anche alle donne “perché è complice”, dicono i suoi conoscenti in coro unanime. E proprio non si capacitano e non capiscono: ma come si può definire severa una persona “di simile qualità umana”, come si può dire che ha lo sguardo algido e che Milly Moratti, con le sue vitali stralunatezze, è più simpatica, ma figurarsi, sarà un pettegolezzo dei giornalisti, degli oziosi da salotto che definiscono “arpie” le “mogli di” anche quando, come Sabina, sono tutto tranne una “moglie di”. Figurarsi, assicura il coro, troppo facile definire antipatico chi si impegna e non è piacione, come direbbero alla Casa della Carità. E insomma Sabina non sarà alla mano con tutti ma si capisce: è una donna sincera. Studiosa. Una che ha fatto la gavetta all’Agip Petroli, è stata vent’anni a lavorare sodo e quello che fa ora l’ha già sperimentato alla Fondazione Mattei. Una che ha imparato dal papà, “ambasciatore” dell’Eni nel mondo, un uomo squisito, dice il professor Giulio Sapelli. La signora Chicca Olivetti, amica di Sabina, la loda perché non è una di quelle che “prendono il tè, lei lavora”. Non è una di quelle che spettegolano, e chi sta con chi e chi si lascia con chi, macché: “Sabina è solida e profonda”. E Luca Josi, promotore del patto generazionale che i Profumo hanno firmato – a sessant’anni giù dai posti di combattimento, spazio ai giovani e ritirata in seconda fila – dice che la signora Ratti “non ha l’orrendo vizio del tergiversare”. Mario D’Urso, dopo averla definita entusiasticamente “bella, simpatica, sportiva, semplice, una donna che non si trucca”, si dichiara “invidioso dei coniugi Profumo, che non sono irrimediabilmente mondani come me”.

E infatti la signora Sabina ama le lateralità, i luoghi remoti non contaminati da lussi, musiche e piazzette, e Veltroni lei alle primarie non lo vota ma se lo votasse magari glielo direbbe: le Maldive, grazie, no, anche se un’isoletta maldiviana (remota) Profumo una volta l’ha visitata. Meglio, molto meglio il Mozambico, Sabina c’è andata con Alessandro, meglio certe spiagge africane che ad arrivarci ci vogliono tre giorni e senza vezzi poi puoi dire, a ragione, “ci sono stato solo io”. Meglio il trekking sui monti, le brume del lago di Como, il tintinnare d’India, gli angoli off, i teatri off che la signora frequenta a Milano, l’aria di nicchia che mai la Sardegna potrà avere. Ravello può andare, lì Sabina c’è passata per un paio di estati, a villa Ruffolo, ma perché l’amico Ermete (Realacci) presentava la sua fondazione Symbola “per coniugare tradizione e innovazione sul territorio”, e allora Sabina ha accompagnato Alessandro (che sosteneva l’iniziativa con Diego Della Valle).

Anche casa Profumo a Milano ha un’aria di nicchia, e non fosse per la scultura di Giò Pomodoro in terrazza sarebbe minimal come una veranda che aspetta solo un libro Einaudi per essere perfetta, e uno shatoosh (ecologico) dimenticato sulla sedia per farsi luogo eletto. Come casa Puri alle porte della Maremma. Come le Langhe, serenamente laterali. I Profumo si erano anche innamorati di un angolo nei pressi di Monforte, avevano persino comprato il terreno e poi costruito un casale. Ma alla fine c’era qualcosa che non andava, Sabina non era soddisfatta, forse le Langhe sono fin troppo laterali, chissà. Ecco che il casale è stato rivenduto, e in zona Monforte, appena due chilometri più in là, andrà in villeggiatura soltanto Carlo De Benedetti.
La signora Sabina non è una snob, ma certo la città di Roma non si è fatta benvolere da lei. Se uno è abituato al salotto Feltrinelli a Milano, alle raffinate cene di casa Frua a Brera, alla moderata mondanità dell’Hangar Bicocca, nebbia da pre-periferia fuori e buio da videoinstallazione dentro, agli eventi artistico-solidali che tanto piacciono a Giulia (la signora Puri, amica di Sabina, anche lei alta e slanciata, sebbene Giulia prediliga un look alla Modigliani e Sabina un’allure alla Jane Fonda prima della fase aerobica), allora non può accettare alcune intollerabili romanità. 
Se uno, come la signora Sabina, alle cene a casa sua non porta in tavola la volgare bottiglia di champagne ma lo champagne già scaraffato, se uno serve a tavola personalmente riso pilaf, salmone emaciato e macedonia, come fa poi a passare sopra a quel cartoncino d’invito che per ben due volte (una a firma Anna La Rosa, l’altra a firma Maria Angiolillo), è arrivato ad Alessandro Profumo senza cenni per la consorte? E insomma a Milano non è che uno porta chi vuole tanto poi un posto a tavola si aggiunge, non è che ci si imbuca alle feste terrazzate alla carlona. A Milano un non-invito non è dimenticanza. E passi la prima volta, Alessandro è andato da solo, ma la seconda è troppo. E meno male che il banchiere l’ha fatto gentilmente notare tramite ufficio stampa: spiacente ma il dottor Profumo ha un appuntamento con la moglie.

Sembra, ma non lo è: Sabina non è radical chic. L’equazione salirebbe alla mente, a vedere le signore con cui la dottoressa Ratti fa fronte comune, signore della Milano che si è fatta società civile in tempi berlusconiani e bazzicava i girotondi ma anche no, e tifava Gino Strada e però poi basta perché esagera; signore che di cognome fanno De Benedetti, Aspesi, Bazoli, Aulenti, che sostengono il fondo per l’ambiente di Giulia Maria Mozzoni Crespi e vanno alle serate di gala per cause più che altissime, o magari a sentire Veltroni se arriva al Nord, e al Blue Note jazz club appena aperto, ma adesso che ci vanno tutti magari si soprassiede. E invece no. La signora Sabina non è radical chic bensì di sinistra natural-moderata, sensibile all’emergenza ambiente e all’emergenza partiti ingessati, ma non incline alla demonizzazione dell’avversario o esageratamente devota agli altari cinematografico-culturali. Né l’odierno impegno pro Bindi è frutto di trascorsi da pasionaria. Si tratta soltanto di dare un contributo delle aziende perché anche l’azienda può impegnarsi con trasparenza per i cittadini del mondo tutto, quelli dei paesi dove arriva l’Eni e quelli immigrati e reietti che arrivano a Milano. “L’impresa può avere un ruolo educativo”, ha detto, da esperta di codici etici delle aziende (da non confondere con la finanza etica, che come definizione non piace neanche a suo marito – “il nostro mestiere è ad alta responsabilità sociale”, ha detto lui, ma “banca etica mi dà fastidio”).

Sabina a casa respirava cattolicesimo democratico, era ragazzina negli anni caldi ma nel ’77 lei e Alessandro non avevano tempo per marce e tadzebao. Non avevano nemmeno vent’anni, erano già fidanzati. Un giorno lei ha scoperto di essere incinta. E certo che il bambino lo teniamo, e anzi festeggiamo, e non importa se all’inizio dobbiamo vivere da mamma e papà. La casa c’era, veramente, l’avevano regalata a Sabina i genitori. Bisognava sistemarla e allora Sabina ci andava tutti i giorni anche con il pancione, e lui studiava e lavorava, e meno male che c’era papà Ratti perché sennò magari il posto al Banco Lariano Alessandro non lo avrebbe trovato. Oggi non si vergogna a dirlo e anzi lo dice al mondo tramite intervista all’Indipendente: quel primo lavoro? Tutto merito di mio suocero. Sabina allora se ne fregava se qualcuno tra gli amici li guardava un po’ così, come due strani esseri fuori tempo, ma come fanno a sposarsi così presto?, e il mondo da vedere?, e le esperienze da fare? e se poi scoprite che non andate d’accordo? Invece loro sono rimasti assieme e hanno cresciuto il figlio Marco studiando e lavorando anche se il bambino piangeva troppo e faceva impazzire i nonni, e hanno finito l’università, e ad Alessandro non importa granché di essere uscito dalla Bocconi a quasi trent’anni, e come dargli torto vista la carriera. E insomma sembrano perfetti testimonial delle tesi pro-life, i figli si fanno quando vengono e non quando li volete, la carriera si fa lo stesso – ma laici, mi raccomando siamo laici, dicono. La casa degli inizi era un nido d’amore ma oggi Sabina parla sempre delle case troppo piccole in cui hanno abitato quando Alessandro ancora non era Profumo, e si capisce che passare i vent’anni come li hanno passati loro lega più di un intero Settantasette romantico da bellagioventù, e infatti, molti anni fa, dopo una brutta lite, Alessandro si rifugiò al Sud, da amici, muto, a scervellarsi su come fare pace con Sabina, e oggi li vedi solidi della solidità di una coppia che si è felicemente riconquistata giorno per giorno. “Accompagno mia moglie”, ripete lui orgoglioso, tutte le volte che può. Che si tratti della Bindi o dell’inaugurazione di una nave Grimaldi, come è successo ad aprile a Genova, con Sabina che si stagliava sul ponte al primo soffio di primavera.

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