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Yukio Mishima

Mishima non era soltanto uno scrittore celebre. Era anche e soprattutto un “personaggio pubblico”, ciò che negli Stati Uniti si chiama una public figure…

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 18 novembre 2001

Mishima non era soltanto uno scrittore celebre. Era anche e soprattutto un “personaggio pubblico”, ciò che negli Stati Uniti si chiama una public figure… Egli era stato anche attore e regista di un piccolo film nel quale, dopo una scena d’amore con la propria moglie, si presentava a torso nudo e, seduto sulle piante dei piedi alla maniera tradizionale si faceva harakiri, forse una anticipazione ossessiva del suo terribile suicidio. La sequenza dell’harakiri era stata ripresa alla televisione, esattamente com’è avvenuto per il suicidio di questi giorni…

Un giorno sono andato a trovare Mishima a casa sua. Lo scrittore abitava in un quartiere lontano dal centro di Tokyo: in una straduccia quieta e solitaria, al di là del cancello ho intravveduto con sorpresa una casa alta e stretta, bianca e stuccata, di stile liberty. Accanto a questa dimora occidentale, ce n’era un’altra tutta di legno di stile giapponese. Più tardi ho appreso che era la dimora dei genitori di Mishima. Di fronte alla casa c’era un giardino minuscolo tutto coltivato a erba, all’inglese. Nel mezzo dell’erba, si al zava una statua di marmo bianco raffigurante una donna nuda, forse una dea o una ninfa, anch’essa in stile liberty. Mishima era venuto a prendermi all’albergo con un’enorme macchina americana che, non senza un punta di civetteria, lasciava guidare alla moglie. Sulla soglia di casa ho accennato a togliermi le scarpe secondo l’uso giapponese. Ma Mishima mi ha ingiunto di non fare complimenti, la sua era una casa europea, ci si entrava con le scarpe ai piedi. Sono entrato, dunque. La simpatia di Mishima per l’epoca liberty si leggeva chiaramente nell’arredamento della casa. Dall’ingresso minuscolo e tutto stuccato, una scala dalla ringhiera di ferro tutta riccioli e arabeschi si avvolgeva a spirale su per i tre piani della casa. Un tappeto rosso serpeggiava sugli scalini di marmo bianco. Mishima mi precedeva e al secondo piano mi ha fatto entrare nel proprio studio. Uno studiolo piccolissimo, quasi una caverna scavata, si sarebbe detto, in una montagna di carta. Il tavolo da lavoro era sommerso sotto le carte e i libri, nei piccoli spazi che avanzavano tra una libreria e l’altra si vedevano dappertutto ritratti di Mishima, fotografie, dipinti, schizzi. Veniva fatto di pensare a studi di altri tempi: alla Capponcina dannunziana, al luogo di lavoro di un Barrès o di un Huysmans. C’era una fotografia tra le altre, profetica: un fotogramma ingrandito del telefilm sull’harakiri in cui Mishima, con il ghigno tradizionale dell’attore del Kabuki, brandiva minaccioso, a torso nudo, la spada del samurai. Altre simili spade si vedevano qua e là posate su speciali supporti laccati. Abbiamo salito altri due piani di questa dimora edwardiana di tipo londinese e poi siamo entrati in una specie di altana rotonda e vetrata, arredata in stile Novecento.

Ci siamo seduti su un divano circolare, sotto una libreria in forma di ferro di cavallo. Mishima mi stava adesso di fronte, tutto vestito di scuro, con la camicia bianca e una sottile cravatta nera. Allora, l’ho guardato. Era molto piccolo ma con quell’aria marziale, energica, virile e aggressiva che hanno talvolta i giapponesi. Aveva un volto di un ovale perfetto, dai tratti oltremodo regolari e immobili, un po’ simile a una maschera. Poi, a un tratto, si è messo a ridere. La risata ha fatto crollare la maschera. Sarcastica, violenta, ha conferito per un momento al volto un’espressione selvaggia. Ho pensato che ambedue queste espressioni, quella impassibile e quella furiosa, fossero caratteristiche del personaggio del samurai al quale Mishima manifestamente sembrava uniformarsi.

Raccolto, calmo, sdegnoso, Mishima ha risposto con calcolata brutalità alle mie domande su personaggi ben noti: “Che ne pensa di A.A.?”. “Un uomo volgare”. “Di Z.Z.?”. “Un buffone”. “Di R.R?”. “Un imbroglione senza scrupoli”. E così via. Mishima in realtà pareva nutrire un profondo disprezzo per la società letteraria e non nascondeva di preferisce (altra analogia con d’Annunzio) alla compagnia dei letterati quella degli aristocratici e degli industriali. Ha detto, infatti: “Non amo farmela con i miei colleghi. Preferisco frequentare i banchieri, gli industriali, i borghesi, insomma. Oppure i militari. Ma generalmente non mi piace far vita di società”. “Qual è il suo metodo di lavoro?”. S’è messo a ridere sarcasticamente: “Il mio metodo di lavoro è scrivere molto. Il più possibile. Per farlo, mi isolo. Qualche volta me ne vado da Tokyo e mi rifugio in un luogo solitario. Neppure mia moglie sa dove sto nascosto”. “È stato in America?”. “Sì. Preferisco l’Europa”. “Vero che lei ha tradotto dal francese ‘Il martirio di San Sebastiano di Gabriele d’Annunzio’?”. “Sì, è vero. D’Annunzio era un grande scrittore”. “Lei ha ricevuto un’educazione tradizionale, non è così?”. “Sì, sono stato allevato alla maniera dei samurai”. “Le piace il Giappone moderno?”. “Mi piace il Giappone tradizionale. Non sono uno scrittore rivoluzionario, di avanguardia. Sono quello che sono”. Il presidente del Consiglio giapponese ha fatto una dichiarazione a proposito della morte di Mishima, arrischiando l’ipotesi della follia. Mi limito ad osservare che un secolo fa una simile ipotesi riduttiva e “scientifica” non sarebbe stata formulata.

Introduzione a Yukio Mishima, “Morte di mezza estate e altri racconti”, Longanesi

di Alberto Moravia

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