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Pietro Aglieri

Mio Dio/ come è duro avere torto!/ E accettarlo così, senza cercare scuse/ senza cercare di fuggire il peso dell’atto compiuto/ senza cercare di addossarlo/ agli altri, alla società/ o al caso o alla cattiva sorte./ Signore, liberami/ dalla paura dinanzi/ alla colpa/ di cui devo portare le conseguenze”.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dal Foglio del 4 febbraio 2001

"Mio Dio/ come è duro avere torto!/ E accettarlo così, senza cercare scuse/ senza cercare di fuggire il peso dell’atto compiuto/ senza cercare di addossarlo/ agli altri, alla società/ o al caso o alla cattiva sorte./ Signore, liberami/ dalla paura dinanzi/ alla colpa/ di cui devo portare le conseguenze”. Pietro Aglieri la teneva sempre a portata di sguardo, questa preghiera strappata da una delle tante riviste cattoliche che gli portavano. Lui, il braccio destro del boss dei boss, il capo della famiglia di Santa Maria di Gesù. Lui, Pietro Aglieri detto “u signurinu”, per via del nonno che soleva andare in calesse tra le trazzere di quella borgata vestito di bianco di tutto punto e per via dei suoi modi da gentleman. Ma anche perché non si è mai sposato. Negli ultimi tempi pare che quella preghiera tormentata l’avesse letta spesso a uno dei sacerdoti che lo andavano a trovare nel suo covo di latitante per curare la sua conversione, il “pentimento cristiano”.

Come poteva denunciare le sue colpe senza addossarle anche ad altri? Era questo il suo problema principale. Il 6 giugno 1997, il giorno in cui venne acchiappato, dopo otto anni di fuga e “ammucciamenti”, quel foglietto con la preghiera finì tra le cartacce e gli oggetti scaraventati a terra durante la perquisizione, tra i nastri con le registrazioni di Radio Maria, i crocifissi di legno, le statue della Madonna e i pezzi del suo altare personale, attrezzato per dire Messa. Tutto distrutto, polverizzato dalle microcariche di tritolo di poliziotti e carabinieri alla ricerca di prove, documenti, segreti. Di qualcosa insomma che aiutasse a capire la vera identità dell’uomo. Come se bastasse il tritolo per decifrare la personalità di Pietro Aglieri: il numero due di Cosa nostra, l’ex seminarista diventato killer e capo della mafia, il mafioso che passava le sue giornate di latitante leggendo i libri di Edith Stein, la suora teologa ebrea ammazzata dai nazisti. Lo avevano cercato per otto anni, e come spesso accade in questi casi pare che sia sempre rimasto lì a due passi, nascosto nei dintorni di Palermo. Pare anche che dal suo covo abbia continuato a svolgere il suo ruolo nella cupola mafiosa.

Per gli inquirenti “’u signurinu” era il nuovo capomafia di Santa Maria di Gesù. Lo era dal 1989, quando Francesco Marino Mannoia, il “pentito americano”, lo indicò come l’erede dei fratelli Pullarà. Eredità che ricevette a 29 anni. Figlioccio di Binnu Provenzano e, in un primo tempo, fedele alleato di Totò Riina, secondo le ricostruzioni offerte da molti pentiti Aglieri era il capofila dell’ala morbida della mafia: quella propensa al compromesso con lo Stato, contraria alla strategia violenta degli anni 90. Per Totò Cangemi, principale pentito dei processi per le stragi, Aglieri è invece “uno dei ‘diavuluna’ più sanguinari e vicini a Riina”. Sino a oggi Aglieri è stato condannato in primo grado tra gli autori degli eccidi di Falcone e Borsellino. Ma l’unico ergastolo che attualmente sconta è quello rimediato per l’omicidio di Benedetto Grado, avvenuto nel 1983, che fu il suo battesimo come boss. Un delitto famoso, più che per la vittima, per una fotografia: la madre e la figlia già vestite di nero, l’uomo ucciso coperto da un candido lenzuolo. Uno scatto che fece il giro del mondo per promuovere le magliette colorate della Benetton. Fu un altro delitto a causare la rottura con Totò Riina: Aglieri si rifiutò di sparare, per vendetta trasversale, a un parente di Totuccio Contorno, altro pentito sotto tutela americana. “’U signurinu” aveva preparato tutto per l’agguato, insieme al complice Ino Corso, ma al momento di sparare vide che la sua vittima aveva una bambina in braccio. “Avresti dovuto sparare, anche lei porta quel cognome”, pare gli abbia urlato Riina. E lui, con tono asciutto e in italiano: “Non solo non l’ho fatto, ma non lo farò mai”. Subito dopo andò a rifugiarsi sotto l’ala protettiva di Bernardo Provenzano.

È conosciuto come uno di poche parole. Un riflessivo. Da quando è stato arrestato ha soltanto detto: “Sono Pietro Aglieri. Il mio avvocato è Rosalba Di Gregorio”. Poi silenzio. Mai una parola in aula, mai un’espressione che tradisca il suo pensiero. Quando viene interrogato risponde in un solo modo: “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”. Soltanto una volta chiese di fare una dichiarazione spontanea per difendere un tale Tornatore, accusato di essere il suo vivandiere durante la latitanza: “Ha favorito me, non ci sono dubbi. Ma non per quel ruolo che mi viene attribuito, ma perché mi considerava uno che stava sempre rinchiuso e che vedeva pregare”. La sua voce è stata sentita di recente dal carcere di Rebibbia, in videoconferenza, durante un processo: “Chiedo di essere giudicato con il rito abbreviato”. E basta. Quando il Parlamento ha approvato la legge che esclude i mafiosi da questi benefici, si è alzato e, sempre in videoconferenza e sempre con lo stesso tono, ha sillabato: “Revoco la mia richiesta del rito abbreviato”. Stop. Di Aglieri non esistono interrogatori, non esistono verbali nei quali racconti qualcosa. Sono gli altri, i pentiti, a descriverlo e a tirarlo in ballo. A raccontarne le imprese. Anche durante la sua latitanza parlava solo con quei due o tre preti che lo andavano a trovare. Del carmelitano parroco dell’antico quartiere arabo della Kalsa si è subito saputo. Anche perché padre Frittitta è stato rinchiuso in galera, processato, con dannato in primo grado e assolto in secondo con grande clamore. Per la procura di Palermo era un complice, per i giudici di Appello solo un prete preoccupato dell’anima di un assassino che voleva redimersi. Ma senza entrare nella lista dei pentiti del ministero dell’Interno. “Gesù può veramente mondarmi. Di questo sono sicurissimo. Ma io voglio veramente essere guarito? Saprei accettare tutto quello che scaturisce dopo una guarigione operata da Gesù?”. Sono gli appunti trovati nel covo. “Saprei riversare i frutti di questa guarigione sul prossimo o li terrei per me egoisticamente? Allora sta esclusivamente a me voler guarire. Gesù non aspetta altro che guarirmi”. Di questo discuteva l’irresoluto Innominato con padre Frittitta e con un altro sacerdote, rimasto senza nome, che forse più del carmelitano ha influito sulla conversione. “Quando l’ho incontrato vicino a Bagheria rimasi ammutolito davanti a quell’uomo esile, emaciato”, ha raccontato Frittitta al suo processo. “Mi disse semplicemente: sono Aglieri. Non riesco a dimenticare la sua intelligenza. Abbiamo parlato di teologia e filosofia. È un uomo debole ma determinato. Aveva letto centinaia di libri, discuteva di mistica. Pregava sette ore al giorno, digiunava due volte alla settimana”.

Quando venne catturato i poliziotti trovarono almeno duecento libri e neanche un’arma. Fecero l’elenco nel rapporto, titolo per titolo. “I miei pensieri” di santa Teresa di Lisieux, “È magnifico essere uomini” di Kierkegaard, “La via di un pellegrino”, il famoso testo spirituale di un anonimo russo, “Diario di un curato di campagna” di Bernanos, la biografia di santa Teresa d’Avila. Ma soprattutto i testi di Edith Stein: “La scelta di Dio”, “La mistica della croce”, “Il mistero del Natale”, “I sentieri della verità”. Raccontano i suoi preti che la santa ebrea è la donna che preferisce e il filosofo che più apprezza. Può un boss e uno stragista leggere e amare i libri della teologa ebrea, fattasi suora carmelitana e uccisa ad Auschwitz? Di lei pare condivida molto, soprattutto i suoi tormenti prima della conversione, quando la Stein scriveva: “Nel profondo sono convinta che si produrrà un qualche avvenimento che butterà a mare tutti i miei progetti. Il riposo in Dio è qualcosa di completamente nuovo e irriducibile. Prima era il silenzio della morte. Al suo posto subentra un senso di intima sicurezza, di liberazione”. Tra i duecento libri che gli hanno poi restituito c’è anche un piccolo volume, “Brace di sale”, scritto da un prete palermitano, padre Giacomo Ribaudo, parroco della Magione, la chiesa del quartiere più degradato della città, dove nacquero Falcone e Borsellino. Un prete controcorrente che pur intervenendo con durezza sulla mafia si considera garantista e spesso si è presentato ai dibattiti di Forza Italia, spiegando il decalogo del buon politico. Si erano conosciuti in seminario a Palermo. Quando Aglieri venne arrestato ha dichiarato di avergli scritto una lettera: “Se davvero si è pentito, come sacerdote non posso che rallegrarmi. Ogni cristiano dovrebbe essere contento quando una pecorella torna all’ovile”. La pecorella (o “’u diavuluni”?) avrebbe voluto costituirsi in chiesa. C’era quasi riuscito. Erano stati giorni di trattative segrete e febbrili. Iniziate dietro un confessionale. Così ha raccontato un sacerdote vicino al cardinale Pappalardo, e che ha sempre mantenuto l’anonimato. Era il Natale 1996. “Una persona in confessione mi disse che aveva conosciuto un uomo che voleva convertirsi. Mi chiese se potevo far qualcosa”. Poco prima di Pasqua un secondo incontro: “Aglieri mi chiese se potevo celebrare per lui e qualche altro ragazzo una messa. Risposi che dovevo chiedere il permesso all’arcivescovo. Aggiunse che voleva trascorrere un mese in monastero. Non aveva più voglia di nascondersi né di scappare”. Aglieri era deciso a consegnarsi allo Stato, ma prima voleva presentarsi al vescovo: “Per lui sarebbe stato come costituirsi davanti a Dio”. La trattativa era stata portata avanti mentre era ancora vescovo il cardinale Pappalardo. Che lasciò Palermo una settimana prima del previsto. Il nuovo pastore della Chiesa palermitana, monsignor De Giorgi, non continuò su quella strada. Era convinto di quanto scrivevano i preti dell’antimafia sulla rivista Segno: “La Chiesa ai mafiosi non può offrire conforti religiosi ma solo sconforti evangelici”. Per Segno il pentimento di un mafioso davanti a Dio e non davanti agli uomini è “una stupidaggine ideologica tipicamente clericale, un imbroglio religioso, morale e sociale”. E quando Aglieri dal carcere chiese di iscriversi alla facoltà di Teologia, dalla Curia di Palermo risposero: “Mafia e Vangelo sono inconciliabili”. L’anno precedente il suo arresto il quotidiano inglese The Guardian lo aveva inserito, unico italiano, tra i personaggi che avrebbero segnato il 1996. Quando fu arrestato, ne pubblicò la foto in copertina. Una ragazza di nome Janine la vide e se ne innamorò. Per un anno gli scrisse da Londra. Quel viso l’aveva colpita. Chissà quante volte Pietro Aglieri, guardandosi allo specchio, avrà pensato a quella risposta data da Edith Stein, prima di diventare suor Teresa Benedetta della Croce, ai parenti ebrei per nulla convinti della sua decisione di farsi cattolica: “Ma non ho la faccia da ebrea”. Forse, con lo stesso tocco di civetteria, Aglieri direbbe a coloro che dubitano della sua conversione: “Ma non ho la faccia da mafioso”.

Di Marianna Bartoccelli

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