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Masako Owada

Dentro un anello di muraglie, fossati d’acqua e giardini, in una dimora imperiale nel centro di Tokyo, vive la principessa Masako Owada. Con sguardo assente, osserva i tesori di oro e di gemme attorno a lei, come se fossero semplici mattoni. Guarda le più belle vesti di seta come fossero nient’altro che stracci. Studia con malcelata indifferenza i rituali imperiali e l’arte dei tanka, le tradizionali liriche brevi.

30 Novembre 1999 alle 00:00

Dentro un anello di muraglie, fossati d’acqua e giardini, in una dimora imperiale nel centro di Tokyo, vive la principessa Masako Owada. Con sguardo assente, osserva i tesori di oro e di gemme attorno a lei, come se fossero semplici mattoni. Guarda le più belle vesti di seta come fossero nient’altro che stracci. Studia con malcelata indifferenza i rituali imperiali e l’arte dei tanka, le tradizionali liriche brevi. Un inspiegabile sonno profondo a volte la travolge come l’avanzare della marea, e in sogno vede il viso di un bambino mai nato. Non ricorda più bene da quando ha smesso di opporre resistenza al sonno. Ogni tanto deve indire una conferenza stampa per smentire presso il suo popolo la sua depressione. Masako ha 36 anni, il naso troppo largo, le labbra troppo sottili, la carnagione troppo scura, eppure è graziosa. Un giorno di giugno di sette anni fa ha indossato l’abito Junihitohe verde smeraldo pesante quattro chili e ha sposato il principe Naruhito Kotashi, figlio di un imperatore che non conta più nulla. E’ diventata una moglie nel senso letterale che i giapponesi danno alla parola, “donna in casa”. Nel senso che gli occidentali darebbero alla cosa, praticamente una prigioniera. Dentro la sua galera d’oro non un rombo d’aereo, né lo squillo del telefono, né il frastuono dei clacson può raggiungerla. Nella sua prigione di lusso, protetta e annullata dalla stritolante macchina burocratica dell’Ufficio per gli Affari imperiali, le hanno insegnato a non allacciarsi da sola le scarpe, a restare in equilibrio sotto il peso del kimono, a lasciar decidere ai ciambellani quando uscire, dove andare, che cosa vedere, che cosa fare. Il suo mondo è diventato una natura morta. Le emozioni che una volta divampavano nel suo cuore sono sopite. In certi momenti, nei suoi orizzonti di piscina, campi da tennis, parco di Palazzo si sente perduta. Sa che potrebbe ricadere su di lei la colpa di aver messo fine alla dinastia più antica del mondo. Eppure ogni tanto, in qualche attimo raro, riemergono slanci del suo animo coraggioso e confusamente eroico. Una volta Masako era un inno alla libertà e alla sicurezza di sé. Giocava a baseball, era l’unica donna nella squadra di canottaggio del suo college a Oxford, prendeva il sole in California in microbikini e immaginava un futuro da diplomatica a Washington. La sua, quella degli Owada, è un’antica stirpe di samurai che ha messo al mondo professori ed eruditi, appartenenti a quell’aristocrazia dell’intelletto che in Giappone gode di grande influenza. E suo padre Hisashi, ambasciatore negli Stati Uniti, era certo che un giorno o l’altro sua figlia avrebbe compiuto qualcosa di importante. Masako l’aveva già reso orgoglioso: laurea con lode in Economia a Harvard, master al Balliol College di Oxford, un lavoro al ministero per gli Affari esteri, perfetta conversazione in inglese, francese, russo, tedesco e, se le avessero chiesto di portare il Giappone sulla sua testa, Masako lo avrebbe fatto senza esitazioni. Se un uomo avesse tutte le doti che ha lei, pensava convinto suo padre, lo indicherebbero come una personalità eccezionale. Ma Masako è una donna e un uomo prima o poi la intrappolerà, si ripeteva Hisashi. L’uomo che l’ha intrappolata dietro i fossati e le mura del Palazzo reale non è del resto un uomo qualsiasi. Masako l’ha incontrato a un tè, una festa delle cinque offerta dall’imperatore Aikihito per la principessa Elena di Spagna. Naruhito, figlio primogenito dell’imperatore, ha una laurea in Storia economica del Giappone, quattro anni più di lei, sei centimetri di altezza in meno. E’ bruttino, ma intelligente e amabile. Ha vissuto fino ai trent’anni con i genitori e non ha mai avuto una fidanzata. Una volta si è lasciato sfuggire una frase su cui i giornali hanno costruito castelli di ipotesi: “Vorrei qualcuno che possa condividere i miei gusti semplici”. Appena vede Masako e la osserva mentre ride senza coprirsi la bocca con le mani, è sicuro di aver trovato la sua donna ideale. E’ più attratto dal suo fascino che dai suoi lineamenti: per lui è il mistero, segreta bellezza femminile racchiusa nell’antica pesantezza delle pieghe di un kimono. Naruhito desidera che un giorno lui e quella donna vivano insieme. Non è un’aspirazione e nemmeno un sogno. E’ la destinazione a cui lo conduce il destino; è il forte desiderio di starle vicino almeno un poco, di amare senza essere ricambiato; è quella voglia di stare con lei, solo con lei e con nessun’altra che non sia lei. Per un anno, Naruhito chiede la mano di Masako. Per un anno, lei domanda consiglio a suo padre, oscilla tra euforia e rifiuto, non sa bene che cosa fare. Hisashi le chiede: “Te la senti di entrare in una famiglia così importante?”. In realtà vorrebbe domandarle: “Te la senti di vivere in una terrorizzante gabbia di tradizioni? Te la senti di imporre anche a tua madre Yomiko e a me le responsabilità del nuovo rango, gli standard rigidissimi della corte?”. Padre e figlia sanno entrambi che una decina di ricche ereditiere candidate dal “kunaicho”, l’agenzia di corte che presiede ai riti e alle cerimonie imperiali, si è affrettata ad accasarsi pur di evitare l’imbarazzante proposta ufficiale dell’erede al trono. Ma alla fine prevale il destino, come direbbero gli antenati: Masako ha orizzonti grandi, però alla sua vita manca decisamente qualcosa. Nonostante si butti con slancio in ogni esperienza, non riesce a entrare davvero in contatto con niente. Sente di avere un solo modo per iscriversi alla Storia. Questo. E così sorride, mentre dice agli emissari del principe: “Accetto umilmente”. Ovviamente non è vero. Non c’è nulla di umile in lei, non è amore il suo, è molto di più: così vuole rendere grande il Giappone. Vuole evitare che diventi soltanto un paese produttore, inorganico, vuoto, neutrale e neutro, prospero e cauto. Come aveva temuto 20 anni prima lo scrittore Yukio Mishima, prima di ammazzarsi. Proprio lei, la borghese Masako, in una società fondata sulle distinzioni di casta, darà continuità al trono del Crisantemo. Sorride ancora, alla conferenza stampa che annuncia il fidanzamento con Naruhito. Parla nove minuti e 37 secondi, 28 più del futuro marito: inaudito per i custodi della tradizione. Dice: “Ho sempre sognato di servire il Giappone e dargli un erede”. Questo è il punto: è dal 1965 che a Palazzo non nascono figli maschi, e soltanto un ragazzo potrà salire al trono del Giappone, la Radice del Sole. Sarà la missione di Masako. La borghese e il principe si sposano un giorno di giugno del 1993. Piove sul tempio sacro di Kashikodokoro. Sei ore e 45 minuti dura la cerimonia segreta che li unisce per sempre. Pochi giorni prima, davanti alle telecamere, Masako aveva detto: “Sono pronta a dare a Naruhito, non un figlio, ma un’intera orchestra”, e si riferiva al talento del futuro marito nel suonare il violino. Il giorno delle nozze l’imperatore Akihito si rivolge agli sposi: “Spero che voi, in quanto principe e principessa della corona, portiate a termine pienamente i vostri obblighi per il bene del paese, della società e della gente, costruendo insieme una famiglia felice”. Al pranzo simbolico Masako assaggia uova di ricci di mare, auspicio di grande fertilità per la sposa. Sette anni sono passati da quel giorno di giugno e Masako non ha ancora dato un erede al paese. Gli antichi avrebbero parlato di spiriti maligni. Lei non sa bene. A Tokyo voci sempre più insistenti suggeriscono che il principe abbia un problema: bassa produzione di spermatozoi, un disturbo che sembra affliggere una percentuale misteriosamente alta di giapponesi. Ma nella realtà del Giappone non importa. Per la Storia è Masako quella che ha fallito. E lei ha toccato con mano la malinconica realtà del fatto che ognuno è solo. Né suo padre, né sua madre, né Naruhito, né il Giappone possono proteggerla da questo. All’inizio, il suo matrimonio era stato un’avventura felice. Le cronache rosa mostravano idilliache foto della coppia reale mentre faceva picnic sulle Alpi giapponesi. Le ragazze del paese sognavano. La vendita di cani Akita aveva avuto un’impennata da quando i telegiornali avevano trasmesso le immagini di Masako e Naruhito mano nella mano con accanto due saltellanti Pippi e Mari. Poi sono arrivati i giorni tristi. Per lei, ogni istante è ormai il meccanico proseguimento del precedente. Dal dicembre scorso, da quando è morto il suo bambino, prova un senso di perdita assoluta, come se il mondo dovesse finire. Spesso, di notte, sogna il suo “figlio d’acqua”, come i giapponesi chiamano gli aborti spontanei. Poi tutto si oscura. Il 13 dicembre 1999 il Gran maestro di corte aveva confermato lo scoop del quotidiano Ashahi Shinbun: la futura imperatrice Masako è incinta. Il Giappone poteva esultare, il grande vuoto sarebbe stato colmato. Forse era solo il risultato di un trattamento contro l’infertilità, ma non importava. In palio c’era molto di più di una gravidanza imperiale: nell’anno del Dragone il paese avrebbe avuto, come aveva ipotizzato il Financial Times, anche l’occasione di un rilancio economico. La Borsa di Tokyo s’impenna, l’audience dei telegiornali si alza, le vendite dei giornali aumentano. Ritorna l’inno imperiale nelle scuole. Torna anche, dopo mezzo secolo di divieto, la bandiera tradizionale del Tenno, col sole rosso e i raggi sul fondo bianco. No, il Giappone non sarebbe diventato un arcipelago vuoto e senza simboli. Banzai! Aveva ricominciato a sorridere persino la dolce madre di Naruhito, l’imperatrice Michiko, irrigidita da mezzo secolo di clausura forzata, altalenante tra una depressione e l’altra, sopravvissuta a crisi di nervi che le avevano tolto la parola per anni. Aveva ripreso a sperare, a riportare il suo cuore al passato, a quando suo figlio Naruhito era solo un bambino che lei cercava di far crescere indenne dalle severe leggi imperiali. Ma per fare il loro lavoro le cicogne avevano bisogno di tranquillità, avrebbero detto gli antichi. Il sogno di un erede maschio è durato sette settimane. Alla fine di quello stesso dicembre il Giappone ha saputo che la principessa Masako aveva perso il bambino che portava in grembo. Aborto spontaneo, operazione per la rimozione del feto, ricovero in ospedale, un mese di riposo. Poi il nulla. “La principessa ha ritrovato la tranquillità”, riferiscono i comunicati di corte. Chiusa dentro i suoi confini, Masako è una donna a metà. E cerca, ammesso che da qualche parte esista, qualcosa che le dimostri che ancora non è arrivata alla fine dei sogni. Un’emozione che la riporti a quando era bambina. Protetta, curata, viziata, adulata. Convinta di essere in qualche modo speciale, capace di fare cose che gli altri non avrebbero avuto il coraggio di fare mai.

di Silvia Grilli

In breve

Sua Altezza Imperiale Masako Owada è nata a Tokyo il 9 dicembre del 1963. Discendente da un’antica famiglia di samurai, è figlia dell’ambasciatore giapponese a Washington, Owada Hisashi, e di Owada Yomiko. Laurea con lode in Economia all’Università di Harvard nel 1990, master al Balliol College di Oxford, un inizio di carriera al ministero degli Esteri. Il 9 giugno 1993 ha sposato il principe ereditario del Giappone Naruhito Kotashi. La coppia non ha figli. Nel dicembre 1999 Masako ha subito un aborto spontaneo.


Silvia Grilli è caporedattore centrale di Cosmopolitan. Appassionata di letteratura, scrive di spettacolo e costume.

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