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Jil Sander

Ha giurato che sarebbe sparita. Si è ritirata nella sua villa di Amburgo: teatrino del Settecento, libreria dorata, mobili che non ti aspetteresti di vedere nella casa di una regina del minimalismo. Jil Sander, la stilista per la quale Suzy Menkes dell’International Herald Tribune si metteva a piangere dall’emozione, ha chiuso. Almeno fino al 2003, quando scadrà il patto. Forse bisognerebbe prima di tutto raccontare dov’è nata e com’è stata la sua infanzia.

di Silvia Grilli

30 Novembre 1999 alle 00:00

Ha giurato che sarebbe sparita. Si è ritirata nella sua villa di Amburgo: teatrino del Settecento, libreria dorata, mobili che non ti aspetteresti di vedere nella casa di una regina del minimalismo. Jil Sander, la stilista per la quale Suzy Menkes dell’International Herald Tribune si metteva a piangere dall’emozione, ha chiuso. Almeno fino al 2003, quando scadrà il patto. Forse bisognerebbe prima di tutto raccontare dov’è nata e com’è stata la sua infanzia. Ma probabilmente è inutile ricordare gli anni prima che cominciasse a disegnare. Perché ciò che importa per la nostra storia è quando ha cominciato a disegnare. Comunque, suo padre era un grande importatore di macchine straniere e la prima cosa che lei si è comprata quando è diventata abbastanza ricca è stata una Rolls Royce bianca, uno di quegli esemplari perfetti che servono per essere guardati. Aveva una vera fissazione per le maniglie. Le prime volte si vestiva di bianco per salire sulla Rolls ed era felice. È piena di soldi adesso, ma non credo sia felice. Comprensibile, dopo quello che è successo. Tanto per cominciare, Heidemarie Jiline Sander è fatta così: minuta e bionda.

Ha gli occhi grigi e azzurri, un viso scavato, da indossatrice, la fronte alta, un leggero strabismo e un corpo nervoso, perfetto per i suoi vestiti. Il primo prestito pare glielo abbiano fatto perché è bella. Lei smentisce. Una banca seria non concederebbe mai soldi a una principiante per i suoi begli occhi, dice. Bisogna chiarire subito che è una donna senza fronzoli, poiché questa è la chiave di volta della storia. Se vogliamo dirla tutta è nata nel 1943 a Wesselburen, nella Germania del Nord, suo padre la costringeva ad andare a scuola in bicicletta anche se c’era la neve, così è diventata una fenomenale ribelle. Quando papà le ordinò di lavorare con lui, scappò a Los Angeles. Il giornale si chiamava McCall, lei faceva la redattrice di moda e quello fu il vero inizio della sua carriera. Aveva già una laurea in ingegneria tessile, una di quelle facoltà tecniche di cui quasi tutti ignorano l’esistenza, invece a lei piaceva da morire. È sempre stata fissata. Quando era piccola osservava per ore sua madre che cuciva. Tagli, stoffe, colori: i vestiti la lasciavano secca. Ecco che ragazzina è stata, prima di diventare famosa nel mondo della moda. Per poi sparire.

Comunque, quando suo padre morì, tornò ad Amburgo
e decise che si sarebbe esaurita in un lavoro qualunque. Poi onorò le sue ambizioni e si mise a disegnare. La gente vide i suoi vestiti e non ci capì niente. Tutti pensarono che fosse terribilmente snob. Invece era solo una personalità originale. Ci sarebbe voluto un po’ di tempo prima che cominciassero ad apprezzarla. Qualche giorno fa le ho chiesto d’incontrarmi. Ci tenevo a vederla e sono rimasta male quando mi ha mandato a dire di far finta che non esista. La sua vita di oggi è un segreto, mi ha annunciato una sua amica. Poi mi ha avvisata: scrivere della Sander è una faccenda delicata. “Hai visto quello che è successo a Suzy Menkes che pure è Suzy Menkes?”, mi ha chiesto. Nonostante tutto, il marchio Jil Sander esiste sempre. Identico, sempre col logo nero su fondo bianco, sempre con le lettere tutte maiuscole. C’è ancora il negozio di via Verri, a Milano: sempre molto grande, sempre molto luminoso, con tante gonne di pelle color panna sulle grucce, tante scarpe con la punta quadrata sugli scaffali. Ci passo spesso davanti, perché mi piace ancora, ma tutte le volte che guardo dentro è semivuoto, sarà un caso.

Adesso lo stilista che disegna quei vestiti si chiama Milan Vukmirovic. È nato a Chantilly in Francia, però è di origine jugoslava. Quando in marzo ha presentato per la prima volta la collezione Jil Sander per il prossimo inverno, nessuno avrebbe voluto essere al suo posto. In fondo erano abiti come gli altri, però rigidi e neri. Suzy Menkes ha scritto sull’Herald Tribune un articolo deprimente. Per Milan, intendo. Ha fatto capire che la collezione era uno strazio. Secondo lei e altri appassionati di stile ha perso qualsiasi capacità di emozionare. A questo punto è il caso di fare un passo indietro. È stata proprio una storia poco piacevole. Una di quelle che ti fa capire che anche se sei ricca, famosa e osannata dai giornalisti, puoi finire sola e maledettamente triste. In Germania ci sono rimasti molto male. È comprensibile, in fondo Sander è la più grande stilista tedesca. L’unica che ha fatto superare alla sua gente il complesso di non essere capace di vestirsi. Ad Amburgo ha inventato i colori neutri, il cachemire, lo shantung, le forme purissime, l’opulenza minimale, l’alpaca e la pelle per la sera. Di sicuro ha avuto coraggio, non è facile ribaltare il kitsch.

Lei invece ha creduto nell’eleganza maschile per la donna.
Si è reinventata le scarpe da ginnastica Puma, che sono finite nei piedi di una generazione. Ha esaltato le influenze giapponesi. Per rendere tutto più complicato, ha voluto che la sua moda avesse un contenuto intellettuale. Odia l’idea che gli armadi siano solo una sequenza di abiti carini. Le sue figure femminili non sono donnine svagate che vogliono travestirsi. Ha un problema, è ostinata. Potrebbe anche essere un pregio, resta il fatto che nessuno è capace di farle cambiare idea. Non ha mai voluto creare le seconde linee: “Meglio uno splendido vestito che tre così così”, ripete come un disco rotto. Però la sua moda è sempre stata terribilmente cara. Una volta il direttore di “Io donna” ha omesso di scrivere il prezzo di un vestito, perché si sentiva tremendamente imbarazzata nei confronti dei lettori. Alla fine uno comprava i suoi vestiti ed era più prezioso quello che non si vedeva di quello che si vedeva. Produceva bellissimi abiti che avevano la fodera di cammello. Per questo ha litigato con Patrizio Bertelli, l’amministratore delegato del gruppo Prada, il marito di Miuccia.

Non per il cammello in sé, ma per il concetto.
Per questo poi è stata costretta a firmare il patto. Tuttavia non siamo ancora arrivati a quel punto della storia All’inizio filava tutto liscio. I conti erano buoni. Lavorava quattordici ore al giorno, pignola com’è. Nel 1989, poi, ha fatto il colpo: ha quotato i suoi vestiti in Borsa. Non erano tante, allora, le griffe che lo facevano. Ha avuto l’idea giusta. Ma evidentemente dopo un po’ gli affari non sono andati così bene. Perché nel settembre 1999 è successo quello che da tre anni alcuni si aspettavano. Prada ha acquistato Jil Sander. Per dirla giusta, Jil Sander si è fatta comprare. In fondo è solo una stilista che si è venduta, mi ha detto un suo antico ammiratore. In realtà la vicenda ha scatenato crisi di delusione tra quelli della moda. Non credo ci siano altre stiliste che ab- biano attratto su di sé emozioni così intense. Aveva bisogno di soldi nuovi, altrimenti non avrebbe mai acconsentito a quella soluzione. Ha venduto il 75 per cento delle sue azioni. C’è da scommettere che s’illudeva di poter continuare a lavorare come prima. Cinque mesi dopo è successo quello che era destino. Se n’è andata. Dimissioni da presidente della società.

È accaduto all’improvviso. Tutti sono rimasti sbigottiti.
Vuol dire che ha smesso di disegnare i suoi vestiti. Ha anche giurato che non avrebbe lavorato per nessun altro. Non farà concorrenza al suo nome fino al 2003, perché ha firmato l’accordo con Bertelli. C’è scritto che Jil non gareggerà contro Jil Sander. Se anoressia creativa dovrà essere, che sia. Però tutto ha un prezzo, soprattutto l’infelicità. Sta confinata nella sua villa e in cambio Prada le versa, si dice, un miliardo l’anno. Niente male, probabilmente. In realtà io credo sia proprio una brutta situazione. È facile adesso dire che non avrebbero mai potuto andare d’accordo. Jil è controllatissima, educatissima, non fa mai scenate. Bertelli invece è un istintivo, ha un temperamento passionale, anche irascibile. Una volta in un attacco d’ira ha lanciato una borsetta fuori dalla finestra e ha colpito una donna che camminava per la strada. Per lui i tessuti di Jil erano troppo preziosi. È inutile cucire le scarpe a mano, sostiene, non ci bada più nessuno. Hanno discusso. Bravo chi riesce a dire mezza parola quando lui si mette un’idea in testa.

Volevano decidere tutti e due. È finita come doveva.
Poi c’è stato un pasticcio dietro l’altro. Suzy Menkes ha difeso Jil Sander. Bertelli ha querelato l’Herald Tribune. I giornali hanno scritto che Bertelli pretendeva di fare i vestiti senza un talento creativo. Dal suo punto di vista, forse aveva persino ragione: ha dichiarato che il marchio ha venduto il 30 per cento in più nei primi mesi che Prada lo ha acquistato. La stilista che non voleva tagliare i costi è stata fotografata da una rivista patinata su un divano della sua villa dell’Ottocento ad Amburgo. Che spettacolo, sinceramente. Era la casa di Aristotele Onassis prima che lei la comprasse e la mettesse nelle mani dell’architetto Renzo Mongiardino. Oggi è un gioiello sontuoso arredato in bianco e nero. Mobili stile anni Trenta. Quadri di cui lei va matta. La sua collezione: i Merz, i Kounellis, i Paladino, i Twombly. La cucina è ipermoderna. Ha ancora la passione per le macchine. In garage tiene una Bentley, ma va in giro in Porsche. Qualcuno trova bizzarro che la regina del minimalismo abiti in una reggia opulenta. Lei obietta che anche Andy Warhol viveva in un monumento.

E poi non è più la regina di niente. È solo una miliardaria in gabbia. Qualche volta gioca a golf. Spesso si dedica al suo giardino. Ha una villa in campagna nello Schleswig-Holstein. Siepi di tasso e di bosso, vialetti, rose, frutta a spalliera e un orto che segue un ordine particolare. Per l’architettura si affida a Penelope Hobhouse. Per chi se ne intende, una quotata designer di giardini. Jil pretende che a primavera il suo giardino sia un trionfo. Ha sempre avuto una passione per le donne. Ho chiamato le sue amiche. Poche hanno voluto parlare. Mi dicono che ha molte offerte di lavoro, studia e si aggiorna, non ha mai mollato, continua a lavorare dodici ore al giorno. Scommettono che dal 2003, quando scadrà il patto, spaccherà il mondo. Ogni tanto torna a Milano. Ha una suite in un bell’albergo. Va sempre a mangiare il baccalà alla vicentina nei posti dove lo sanno fare, perché lei ci capisce. Ha cominciato ad apprezzarlo quando andava in Veneto, dove c’erano le aziende che producevano i suoi vestiti. Senza farsi notare, a volte passa davanti al suo negozio. Le commesse sono nuove. Probabilmente non la riconoscono. 

di Silvia Grilli

Jil Sander • È nata nel 1943 a Wesselburen, nella Germania del Nord. La chiamavano l’Armani tedesca, ha superato il maestro. Ha aperto il primo negozio nel 1968 ad Amburgo. La prima collezione che porta il suo nome è apparsa nel 1973. Nel 1999 ha venduto la maggioranza della sua azienda al gruppo Prada, poi si è dimessa da presidente della società e ha firmato un accordo con cui si impegna a non disegnare per altri marchi. Vive nella villa che fu di Aristotele Onassis ad Amburgo. Non le piacciono i gioielli. Adora gli orologi. Non ha un compagno.

Silvia Grilli vive a Milano, lavora a Panorama. Scrive di costume.

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