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Clint Eastwood

Il 30 agosto 2000 Clint Eastwood riceverà il Leone d’oro alla carriera al Festival del cinema di Venezia, l’ultimo di una lunga serie di premi arrivati dopo decenni di spregio da parte dei critici. Dopo oltre trentacinque anni di carriera, l’uomo che è diventato l’idolo dei colletti blu, Commissario culturale di Nixon e bestia nera dei liberal con i film giustizialisti della serie de “L’ispettore Callaghan” viene legittimato dall’Establishment del Pensiero Unico Culturale.

di Anselma Dell'­Olio

30 Novembre 1999 alle 00:00

Il 30 agosto 2000 Clint Eastwood riceverà il Leone d’oro alla carriera al Festival del cinema di Venezia, l’ultimo di una lunga serie di premi arrivati dopo decenni di spregio da parte dei critici. Dopo oltre trentacinque anni di carriera, l’uomo che è diventato l’idolo dei colletti blu, Commissario culturale di Nixon e bestia nera dei liberal con i film giustizialisti della serie de “L’ispettore Callaghan” viene legittimato dall’Establishment del Pensiero Unico Culturale. Chi l’avrebbe mai detto che questo californiano lungo e laconico, dal viso immobile (o enigmatico, secondo i gusti) sarebbe rimasto tanto a lungo una stella di prima grandezza? E’ stato un italiano, il regista Sergio Leone, a offrirgli l’occasione, prendendolo come protagonista della fortunata serie iniziata nel 1964 con “Per un pugno di dollari”. Eastwood non era stato la sua prima scelta. Leone aveva offerto il ruolo a James Coburn, ma si era dovuto accontentare di questo sconosciuto attore televisivo, il solo che accettava il cachet bassissimo. Anni dopo, quando colui che era stato un ripiego si è imposto non solo come star, ma anche come regista e produttore molto più prolifico di Leone, il regista scomparso lo ha ricordato come un attore con due sole espressioni: con cappello e senza cappello. Anche se le motivazioni per la stroncatura non erano delle più nobili, l’italiano non aveva tutti i torti. Bell’uomo di fisico aggraziato, di cultura e talento limitati, come ha fatto Eastwood a trasformare il disprezzo delle teste pensanti in accettazione, ammirazione, encomio?
Clinton Eastwood jr. nasce San Francisco il 31 maggio 1930,
durante la grande depressione. La famiglia, di origine scozzese- inglese-irlandese-olandese sarà costretta a continui traslochi per inseguire il lavoro. Fino a 14 anni Clint soffre per i continui mutamenti di scuole e di amici. Si consola con il pianoforte della nonna che segue sempre gli Eastwood. Impara a suonare a orecchio ascoltando i dischi di Fats Waller e Art Tatum, dalla collezione di dischi della madre pianista. Lei gli trasmette il grande amore della sua vita: il jazz. Clint capisce che non ha la stoffa per farne una carriera. Più tardi riverserà questa passione nel suo film più intenso: “Bird” (1988) sulla vita breve e tormentata del grande sassofonista Charlie Parker. Ormai stanziale a Piedmont, frequenta un liceo bene, ma va male. Studia poco; si sente fuori posto con la sua bagnarola in mezzo alle Cadillac degli studenti ricchi. Si trasferisce in un istituto tecnico di Oakland dove si sente più a suo agio sotto i motori che sui i libri. E’ a suo agio in mezzo ai figli di quella classe operaia che sarà la base dei suoi fan più affezionati. Ma Clint non intende condividere il loro destino. Già a 13 anni distribuisce giornali a domicilio e fa il garzone al supermercato. Dopo la licenza cominciano i suoi “anni perduti”. Va alla deriva come quei drifter che incarnerà spesso nei film: uomini sradicati, irrequieti. Fa lavori manuali: boscaiolo, bagnino, meccanico.

Nel 1949 la chiamata alle armi per la guerra di Corea è un brusco risveglio. Si rende conto che il ritardo nell’iscriversi all’università gli è costato l’esenzione dal servizio militare; e briga per diventare istruttore di nuoto nella caserma di Fort Ord, dove resterà per tutto il periodo di leva, in costume a bordo di una piscina. Rischia la vita solo quando chiede un passaggio su uno scassato aereo militare che finisce nel Pacifico. Sia lui che il pilota si salvono con una lunga nuotata notturna nelle gelide acque dell’oceano, infestate di pescecani e di meduse giganti. L’esperienza accentuerà il suo disprezzo per le “organizzazioni collettiviste” e la sfiducia nelle burocrazie. Dice che lo Stato è “l’azienda più grande e peggio gestita del mondo”. Dopo il congedo si iscrive al Los Angeles City College e conosce Maggie Johnson, che sarà la sua prima moglie. Studia Economia e commercio svogliatamente. Per guadagnare scava piscine. Ma uffici noiosi e cantieri sudici non lo attirano. La vita precaria, ma libera dello spettacolo lo invoglia. Gli amici attori lo incoraggiano. La gavetta è tosta e dura alcuni anni. Finalmente vince un contratto alla Universal per nuovi talenti, e nel 1953 si sposa. Supera le perplessità della famiglia per il mestiere che ha scelto sostenendo che sarà pagato per continuare gli studi. Infatti frequenta corsi di recitazione, dizione, canto, ballo, equitazione. Clint fa parti minori in film di routine. Quando la Universal non gli rinnova il contratto si dà da fare, ma rimedia solo piccole parti in film mediocri. Riprende a scavare piscine. Sempre tranquillo e implacabile, non si scoraggia.

E’ di una bellezza all’antica, ricorda stelle come James Stewart,
Gary Cooper, e John Wayne: divi ancora sulla breccia, ma un po’ polverosi. Il loro stile era stato riassunto da James Cagney: “Pianta i piedi per terra e dì la verità a chi ti sta di fronte”. Lo stile minimalista di Eastwood ricalcava quel modello d’altri tempi. In più i casting director gli dicevano che era troppo alto, con il suo metro e novanta, mentre il nuovo che avanzava raramente superava il metro e settantacinque. Negli anni Cinquanta emergevano attori come Paul Newman e Marlon Brando, in possesso di uno strumento (come pomposamente quelli dell’Actor’s Studio chiamano l’insieme di corpo-voce-presenza) più duttile, più interiore. Erano più moderni, più intellettuali, e più bassi. Clint non demorde, e nel 1959 diventa il secondo protagonista in un serial western per la tv. Si chiama “Rawhide” (Cuoio grezzo) e sarà un successo che gli darà la tranquillità economica e l’investitura da cowboy. Clint sogna sempre il grande schermo, ma il salto è difficile. La vulgata di Hollywood è che il pubblico non pagherà per vedere al cinema un attore che vede gratis in salotto. Clint gestisce bene i guadagni, e scruta l’orizzonte per i segni di un successo più qualificante. Il successo che non gli è mai mancato è quello con le donne. E’ buffo: colui che ha impersonato l’eroe solitario, taciturno e tutto d’un pezzo è un donnaiolo. Mamie Van Doren, una maggiorata che era nel suo corso alla Universal dice: “Clint è certamente un uomo diritto e lineare: ha sempre trovato la strada più dritta e lineare per il mio camerino”.

Per la sua nemesi storica, la mitica Pauline Kael, critico del New Yorker,
i conti tornano. Lo definisce “la reductio ad absurdum del macho odierno”. Di sicuro ha avuto una vita sentimentale complicata: rapporti sovrapposti, figli nati anche da donne diverse dalla moglie o compagna del momento, e avventure a non finire. Un vero maschio dominante che si dichiara fedifrago per natura. Anche la carriera di Eastwood era movimentata. Durante una pausa nella lavorazione della serie televisiva, arriva l’offerta di Leone che Clint accetta. Da cinque anni cercava un buon ruolo nel cinema. Hollywood disdegna i peones che recitano tra spot di pannolini e birra, figuriamoci un secondo protagonista di una horse opera. Melodramma equino è il nome col quale si liquidavano trasmissioni come Rawhide. Non che il regista italiano, ancora ignoto, offrisse grandi garanzie. Allora (per non parlare di adesso) il cinema italiano era il cimitero degli elefanti per un attore americano. Da noi si veniva quando là iniziava il viale del tramonto. Ma Clint non aveva mai fatto il protagonista in un film, e non ne girava da sei anni. Un fallimento, in Italia contava zero.

Intanto veniva fuori una vacanza gratis in Europa. Era il 1964.
Il resto è storia: il successo di “Per un pugno di dollari” in Italia è seguito a ruota da quello degli altri due della serie. Nel 1967 gli spaghetti-western sbancano anche negli Usa. Hollywood non può più ignorare la lenta e irresistibile ascesa di Clint Eastwood. Da allora non passa un anno in cui non giri uno o anche due film. Fino al 1970 è solo protagonista; poi fonda la Malpaso e diventa produttore e regista per avere il controllo sul prodotto ed evitare gli inutili sprechi che ha visto mentre girava lo sfarzoso flop musicale “La ballata della città senza nome”. Consegna i film chiavi in mano, senza interferenze, prima alla Universal e poi alla Warner Bros, che lo finanziano. Alterna film commerciali con opere più rischiose come “La notte brava del soldato Jonathan”, storia torbida di un soldato dell’Unione ferito che viene prima curato e poi seviziato dalle inquiline di un collegio femminile sudista. Lo stesso anno gira “Brivido nella notte”, che anticipa di sedici anni la trama di “Attrazione fatale”, e il primo “Ispettore Callaghan”, che lo incorona re del botteghino. Nel 1976, con “Il texano dagli occhi di ghiaccio” mette in atto un colpo di mano che fa discutere. Clint promuove regista del film lo sceneggiatore Philip Kaufman, che si rivela un posapiano sul set.

La star, che è decisionista e mal sopporta chi si mostra insicuro nel condurre quell’inseguimento della diligenza che è girare una pellicola, fa licenziare Kaufman e lo sostituisce. Dice che “chi fa tanti ciak non è un regista, ma un indovino”. Nasce una causa, e il sindacato dei registi varerà la cosiddetta “legge Eastwood”, che vieta la sostituzione di un regista con uno qualsiasi della troupe del medesimo film. I critici avevano accolto il suo debutto nella regia con la degnazione di sempre. Ma un’autorità indiscutibile come Orson Welles colloca questo film tra i grandi western e dice che Clint, al pari delle belle donne, è troppo bello e popolare perché gli si riconosca anche la bravura e l’intelligenza. L’indignazione dei liberal per il successo del giustiziere Callaghan si rinforza quando l’odiato Nixon nomina Eastwood alla National Council of the Arts. Il produttore- regista-attore è furbo, e in mezzo ai film di genere, infila altri che lo qualificheranno come moderato di destra col cuore a sinistra. Con film come “Bird”, “Cacciatore bianco, cuore nero”, e “Mezzanotte nel giardino del bene e del male” denuncerà, in maniera non sempre sottile ma assai “corretta”, il razzismo, il machismo, lo scempio dell’ambiente, e la discriminazione anti gay. Mostra il suo impegno civile facendo il sindaco di Carmel per due anni. La pacata determinazione del divo viene ripagata con gli Oscar a “Gli spietati”, anche per la miglior regia e il miglior film.

Cadono le ultime resistenze degli intellettuali, che ne rivalutano l’opera
, tranne la pervicace Pauline Kael, la quale è andata in pensione dicendo che il suo più grande dispiacere “è di non avere più un foro dal quale attaccare Clint Eastwood”. Oggi la sua battaglia è vinta, e i premi abbondano. Il tributo della “Film Society” del Lincoln Center e l’“Irving Thalberg award”, come il “Leone d’oro” di quest’anno, sono riconoscimenti alla carriera. Il Festival di Venezia del 2000 aprirà con la sua ultima fatica, “Space cowboys”, fuori concorso, come si addice a un maestro. Nel 1996 ha sposato la trentenne Dina Ruiz che lo ha reso padre per la settima volta. A settant’anni giura di aver appeso al chiodo gli speroni da sciupafemmine. E’ lecito avere ancora qualche dubbio sui meriti di questo fenomeno di longevità artistica? Qualche dissenso si coglie: le sue aspirazioni come attore e regista sono spesso al di là della sua portata, come l’imitazione poco riuscita di John Huston in “Cacciatore bianco, cuore nero”. La verità ultima è che quest’uomo, con le sue modeste doti di partenza, ha sfruttato all’osso come nessuno mai ogni stilla di potenziale che possedeva. Di quanti, molto più geniali di lui, si può dire lo stesso? E se a volta osa troppo, potremmo dire con Robert Browning: “Se la meta di un uomo non supera la sua portata, A che serve un paradiso?”.

di Anselma Dell'­Olio

In breve

Clint Eastwood jr. è nato a San Francisco il 31 maggio 1930. Studente mediocre, farà lavori manuali per anni prima di diventare attore. La gavetta finisce con “Rawhide” una serie western per la tv. La scalata al cinema comincia con il successo in America degli spaghetti-western di Sergio Leone. La serie di film dell’ “Ispettore Callaghan” lo incorona re del botteghino. Nel 1970 diventa  produttore. Nel 1971 inizia una fortunata carriera di regista. Nel 1992 vince l’Oscar, dirigendo Gene Hackman negli “Spietati”.

Anselma Dell’Olio è nata a Los Angeles. Scrive in italiano e in inglese. Vive a Roma.

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